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Ellenismo

Approfondimento sull'ellenismo: scultura ellenistica,Mirone,Policleto,Prassitele,tempio di Apollo a Dydimes,altare di Zeus

E io lo dico a Skuola.net
L'ellenismo
Il mondo ellenistico è un mondo di movimento, di relazioni, di scambi: ceti sociali differenziati non più soltanto per casta o per nascita, ma per censo e professioni; cultura diffusa e specializzata; grande sviluppo tecnico; produzione e traffici intensi: Le grandi città hanno ciascuna un proprio carattere, i propri monumenti, le proprie scuole artistiche; ma tutte attingono alla comune fonte classica, tutte si sentono partecipi di un'immensa comunità, fatta di stirpi e di genti diverse, una "ecumène": All'organismo chiuso della polis succede la città come organismo aperto e in continuo sviluppo, frequentata da stranieri che spesso vi si stabiliscono; è luogo di produzione industriale, emporio commerciale, centro culturale.
Dal punto di vista urbanistico, la città ellenistica può a prima vista apparire soltanto come un ingradimento della città classica: conserva e sviluppa lo schema regolare, a scacchiera, e la distribuzione a terrazze sui pendii naturali che Ippodamo Di Mileto, un architetto del tempo di Temistocle, aveva teorizzato come schema ideale. Ed è significativo che proprio ad Ippodamo Stradone attribuisca, sia pure dubitativamente, la fondazione e il primo tracciato di Rodi, una delle più famose città ellenistiche. Di fatto, la città ellenistica è una realtà sociale ed edilizia molto diversa da quella classica. Poichè la natura stessa non è più concepita come una forma costante sotto le apparenze mutevoli, ma come un vario insieme di fenomeni, la struttura urbana, che è sempre in rapporto con la concezione dello spazio naturale, è una struttura priva di costanti normative, intimamente connessa con la configurazione del suolo, con il paesaggio, con le condizioni climatiche. La rete stradale a scacchiera è bensì uno schema ricorrente, ma la sua funzione è soprattutto di rendere possibili una distribuzione di spazi e un allineamento edilizio che diano luogo a grandi, scenografiche , sempre diverse prospettive di veduta. Anche i "monumenti", i grandi edifici d'interesse pubblico sono pensati in funzione di questo ordinato paesaggio urbano: sono i fondali delle piazza, la conclusione di una lunga prospettiva, il centro di un incrocio di grandi vie, un punto di riferimento visibile da tutta la città o da chi vi giunga per terra o per mare. Più che come unità plastica a sè, l'edificio è un elemento di quella più grande architettura che è la città: perciò prendono valore le facciate, i portici, le scalee, i propilei, cioè tutti quei tipi che si prestano a una buona situazione e distribuzione prospettica e a una organica articolazione degli animati spazi urbani. La grande invenzione ellenistica è infatti la concezione della città come paesaggio architettonico, scenario dai molti aspetti al muoversi di una società quanto mai varia e animata.
Non mutano sostanzialmente gli elementi basilari della morfologia architettonica classica; muta radicalmente il modo di svilupparli e combinarli, muta la proporzione degli edifici, muta la proporzione degli edifici, muta infine la concezione stessa della costruzione, non più intesa come forma chiusa ma come organismo aperto.
Le innovazioni sono minime nella forma del tempio, in cui è reso più libero e atmosferico il rapporto tra la peristasi (il colonnato) e il volume chiuso della cella: ma il tempio stesso diventa l'elemento di un complesso più vasto, formato di piazze o corti porticate, di gallerie di colonne ecc. (si veda l'artemision di Magnesia, costruito nel III secolo da Ermogene). Frequente è lo schema rotondo, per lo più adottato per templi di piccole dimensioni, quasi sempre inseriti in un contesto prospettico. Un tipo nuovo, di tempio "aperto" è l'ara monumentale, di cui è massimo esempio è l'altare di Pergamo: più che tempio, è un luogo o recinto sacro, largamente praticabile, con l'ara sacrificale al centro. Le sue superficie esterne, con il loro ampio sviluppo, sembrano fatte apposta per il dispiegarsi della decorazione scultorea. Altra forma aperta, di raccordo tra il nucleo dell'edificio e lo spazio circostante è il portico, galleria a colonne, che nella città ellenistica appare ovunque: all'esterno, come recinto di piazze e come articolazione tra diversi corpi di fabbrica; all'interno degli edifici pubblici e privati, come recinto di cortili e collegamento interno tra i lati della costruzione. Un tipo particolare di portico, detto " pergameno", consta di due ordini sovrapposti, dorico e ionico. Rientra nella tipologia del portico e delle sue applicazioni e varianti la cosiddetta sala ipostila (Delo, III secolo): costruzione rettangolare con tetto a spioventi sostenuto da colonne, per riunioni di mercanti. Particolarmente notevole, in età ellenistica, è lo sviluppo degli edifici per spettacoli. Ne sorgono ovunque, ripetendo con varianti lo schema classico; le trasformazioni principali si hanno nella forma della scena e dell'orchestra, in rapporto con il prevalere della nuova commedia sulla tragedia, col progressivo ridursi della funzione del coro e dei suoi movimenti, con trasporto di tutta l'azione sul proscenio. L'anfiteatro, dedicato specialmente ai giochi ginnici, raddoppia la forma del teatro, che diventa un anello o un'ellisse intorno all'area delle gare. Collegata alla forma del teatro è quella del bouleuterion (famoso quello di Mileto), per le assemblee popolari: risulta dall'innesto di una scalea semicircolare come quella dei teatri, su una corte quadrangolare porticata.
Architetture aperte possono anche considerarsi i ginnasi e le palestre: il primo è uno spazio scoperto per gli esercizi di corsa, lancio del disco ecc., il secondo un luogo chiuso, per gli esercizi di lotta e pugilato: spesso i due tipi sono collegati, disponendosi gli ambienti chiusi intorno a uno spazio scoperto porticato (peristilio). Le terme, bagni pubblici spesso collegati con ambienti per trattenimenti e per esercizi sportivi, sono rare nell'ambiente ellenistico greco; saranno invece molto frequenti a Roma.
L'abitazione privata ha, in epoca ellenistica, un grande sviluppo anche dimensionale: la casa conserva il tipo tradizionale a mègaron, con ambienti distribuiti intorno a un cortile che si trasforma via via in peristilio, ma, ingrandendosi, adornandosi, collegandosi a giardini, diventa poco a poco distintivo di grado sociale.
Molto varie sono le forme dell'architettura funeraria: si va dal semplice cippo di pietra, con un'iscrizione e talvolta un piccolo rilievo, al grande mausoleo architettonico. Particolarmente notevoli sono le tombe scavate nel terreno o nella roccia (ipogei) con facciate monumentali: le tombe rupestri di Petra, in Arabia, sono il tipico esempio di un'architettura puramente frontale, libera da ogni esigenza statica e quindi aperta a tutte le possibilità formali, e collegabile, per ciò, da un lato con l'architettura della scena teatrale (per influsso romano) e, dall'altro, con le architetture dipinte della decorazione parietale ellenistica.

Scultura Ellenistica
Entro il vasto orizzonte aperto al mondo antico dalle conquiste alessandrine, la cultura artistica greca si diffonde illimitatamente, al tempo stesso arricchendosi di nuovi spunti e motivi per lo più orientali. L’impero succede alla polis; e nella società più differenziata ed estesa, anche il concetto della personalità umana si trasforma. L’ideale non è più il perfetto cittadino, ma il personaggio illustre: il condottiero, il poeta, il filosofo. Il dominio in cui l’arte ellenistica ha realizzato i suoi massimi valori è la statuaria ritrattistica; e poiché dei grandi uomini si vuole tramandare, con le fattezze, la memoria delle virtù intellettuali o morali, bisogna che i tratti del volto possano manifestare le qualità del pensiero e dell’animo.
Due considerazioni sono da farsi a proposito di questi ritratti ellenistici. Prima: la scultura è ritenuta l’arte più capace di individuare, fissare e tramandare la memoria di un personaggio illustre, affinché abbia forza di esempio; se la statua è la figura storica della persona, la scultura è l’arte che la definisce e rivela, e ha quindi una sua profonda affinità con la storia. Seconda: se la scultura deve rendere visibili le qualità morali nell’atteggiamento e nei tratti fisionomici della figura, questa interpretazione compendiosa e non analitica del vero implica la rinuncia ai canoni formali e il ricorso alle più sottili possibilità della tecnica.
La scultura è quindi intesa come un’arte che, trasponendo ed eternizzando nel marmo il fatto reale, lo ingrandisce, gli conferisce dignità di fatto storico, lo traspone sul piano del ‘’sublime’’.
Alcuni scultori di questo periodo molto importanti furono Mirone, Policleto e Prassitele.

Mirone
In genere è considerato ateniese in quanto a lungo vissuto in questa città, ma originario di un paese ai confini della Beozia. Allievo probabilmente di Agelada di Argo, non fu comunque condiscepolo di Fidia e di Policleto. Fin dall’antichità Mirone era noto come abile bronzista, ricordato più volte come autore di ritratti di atleti, di simulacri di dei e di figure di animali. Di tutta questa attività non ci è pervenuto nulla; un numero sufficiente di buone copie, per lo più di età ellenistica, serve tuttavia a ricordare lo stile di questo grande scultore. La sua opera più nota è senza dubbio il Discobolo del quale ci sono pervenute diverse copie. Mirone scolpì in bronzo e si sforzò di rinnovare il linguaggio arcaico, rappresentando le figure in movimento. Il problema di dare movimento alle figure scolpite era allora sentito da molti artisti. Mirone risolse il problema in un modo un po’ esteriore, cogliendo gli atleti in movimento all’ultimo istante dello sforzo: il Discobolo infatti è tutto ripiegato in se stesso, all’estremo della sua torsione, con i muscoli contratti; è evidente che non può fermarsi in quella posizione: un attimo dopo i muscoli scatteranno, l’atleta girerà ancora su se stesso ed il disco volerà via dalla sua mano. In questo modo il senso del movimento è certamente ottenuto, ma in modo esteriore: infatti non è la stessa statua, per il solo modo in cui è costruita, a suggerire il movimento; questo viene suggerito indirettamente, attraverso una specie di ragionamento, che la statua costringe a fare. Nel Discobolo ha perduto ormai ogni importanza la linea di contorno: la statua si è, in certo qual modo, aperta, ha rotto il guscio del suo contorno e si è allargata e sciolta liberamente nello spazio circostante: ma anche qui Mirone; almeno per quello che possiamo giudicare dalle copie, ha un po’ esagerato, e la statua appare leggermente dispersa, slegata nelle sue parti, soprattutto nel braccio destro, che mal collega con il resto.
Concludendo l’opera di Mirone si riassume in un ritrovato geniale, ma un po’ esteriore e freddo: gli artisti più vivi del suo tempo, e più ricchi di insegnamento per le ere successive, escono dall’arcaismo per un’altra via. Essi cercano di dare alle loro statue un movimento interno, che non stia nei gesti, ma in qualche cosa di più profondo, nel mondo stesso in cui il marmo o il bronzo è stato da essi trattato, nella scelta degli elementi fondamentali del loro stile.

Policleto
L’arte di Policleto è lo splendido frutto delle ricerche dei grandi maestri, per lo più ignoti, che lavorano in questa operosa metà del V secolo a.C. Nello stile il chiaroscuro è ormai diventato l’elemento fondamentale: l’artista ne conosce tutti i segreti, e con esso costruisce il suo mondo, traendone un’immensa ricchezza di affetti.
Chiaroscuro vuol dire accostamento di zone chiare e zone scure: per Policleto il corpo umano non è che un meraviglioso alternarsi di chiari e di scuri, disposti in un certo modo, apparentemente libero e casuale, ma di cui l’artista deve scoprire e fissare la nascosta regolarità, il ritmico rispondersi, la segreta geometria.
I corpi di Policleto sono modellati finemente, e a d ogni punto cambia la luce sulla superficie plastica; si alterna al chiaro lo scuro o viceversa: ma questo non già perché l’artista si sforzi di copiare attentamente tutti i muscoli del corpi umano: ma semplicemente perché egli sa trovare in ogni rilievo muscolare o in ogni infossatura un motivo per entusiasmarsi e per arricchire la sua visione chiaroscurale.
Come i grandissimi artisti, egli sa far entrare tutto ciò che vede nel suo ideale astratto di armonia, egli sa dare a tutto una ragione necessaria nella sua costruzione geometrica: anche una piccolissima macchia d’ombra diventa così indispensabile, perché genera simmetria, equilibri, corrispondenze. Così tutto il corpo, con la sua enorme varietà di movimenti e di forme, viene trasportato in uno schema geometrico unitario, senza che nulla vada perduto. Appunto per questo carattere di pienezza e di perfezione, la più famosa statua di Poliglotto, il Doriforo (o Portatore di lancia), fu chiamata dagli antichi “cànone”, cioè regola, modello cui ispirarsi sempre per l’avvenire. Ed effettivamente più in là di così, forse, non si poteva andare, su quella strada: ma ciò non vuol dire che da allora gli scultori non dovessero fare altro che copiare le statue di Policleto, come intese qualcuno.
Nell’arte non c’è mai una meta definitiva: Policleto aveva detto col suo linguaggio tutto quello ch’era possibile dire: ai gradi artisti che lo seguirono toccava trovare nuovi linguaggi, aprire nuove strade alll’infinito spaziare della fantasia umana.
Purtroppo nessuna statua di Policleto possiamo ammirare nell’originale: e le numerose copie ritrovate delle sue opere sono quasi di mediocre qualità. Ma qualche copia del Doriforo può dare un’idea della meravigliosa sinfonia di chiari e scuri in cui egli seppe trasfigurare il corpo dell’atleta: le ginocchia, i muscoli dell’addome, il petto, il collo ne sono le tappe principali: tra questo è tutto un’intrecciarsi di motivi minori, fino a capelli dritti e aguzzi come fiammelle, e fino ai più minuti giochi d’ombra, che dovevano essere infinitamente più vivi e più ricchi negli originali là dove erano usciti direttamente dal tocco ispirato delle mani dell’artista.
Nel tipo della statua di Policleto prevalgono le linee orizzontali: il corpo è massiccio e quadrato e questo dà un senso di solidità, di forza, ricordo della scultura dorica, che Policleto aveva portato nel sangue dalla sua patria, Argo. Lo scrittore e scienziato latino Plinio (il vecchio) chiama Policleto sicionio, anziché argivo, probabilmente perché in età tarda si risapeva che la scuola policletea aveva avuto larga diffusione a Sicione: Del resto tutte le notizie tramandateci dagli antichi intorno al grande sculture sono diverse e, spesso, contraddittorie, anche per quanto riguarda le caratteristiche della sua arte.

Prassitele
Il desiderio di raggiungere nel modellato un’estrema delicatezza doveva naturalmente condurre a modificare profondamente il chiaroscuro di Policleto: gli elementi chiari e scuri divengono finissimi, vicinissimi l’uno all’altro, si mescolano e fondono continuamente tra loro, con infinita dolcezza di gradazione: scompare ogni linea, ogni piano largo, ogni ombra profonda, ogni brusco passaggio. Si giunge così ad un nuovo linguaggio, dove la luce e l’ombra non sono più contrapposte, ma unite insieme e fuse in un nuovo elemento fantastico, cui bene si adatta il temine pittorico di sfumato : sarà questo l’elemento fondamentale dell’arte di Prassitele, uno dei più grandi scultori greci e di tutti i tempi.
Di Prassitele, ateniese, vissuto nella prima metà del IV secolo a.c.:, è arrivata fino a noi un’opera originale: un gruppo di marmo pario (dell’isola di Paro) rappresentante il dio Hermes con il fanciulletto Dioniso. Lo splendido gruppo è un capolavoro della piena maturità dell’artista, eseguito forse verso il 343 a.C. e collocato nel Tempio di Gera ad Olimpia: fu ritrovata nel 1877, dalla missione tedesca che eseguiva una grande campagna di scavi ad Olimpia, tra le rovine del tempio, nel luogo esatto in cui racconta di averlo visto il viaggiatore Pausània nel II secolo d.C. Sepolta tra le rovine, la magnifica statua era rimasta miracolosamente sul posto per ventun so secoli. Oggi si trova conservata nel Museo di Olimpia.
Questa statua, uscita dalla mani dell’artista, ci fa conoscere i caratteri più genuini dell’arte di Prassitele, anche in quelle estreme finezze che vanno perdute nelle copie. Appare chiara la straordinaria dolcezza dei sottilissimi trapassi in cui la luce sfuma nell’ombra: il modellato è curato e accarezzato millimetro per millimetro, sono spariti tutti gli spigoli e i bruschi contrasti. Perfino la linea di contorno non è più nitida e ferma, ma inafferrabile nel suo continuo mutare e nel girar delle forme, tanto che la statua intera sembra sfumata e fondersi con l’atmosfera circostante.
Sono così le visioni di certe giornate autunnali, leggermente nebbiose, quando la visibilità è ancora chiara, ma i contorni sono raddolciti e le cose sembrano legarsi tra loro: si ù presi da un tenero senso di malinconia, che invita all’abbandono del languore e del sogno. Lo stesso senso, di grazia delicata, avvolta da un velo di inguaribile tristezza, si sprigiona dalle membra lunghe e flessuose di questo iddio adolescente e bello.
La statua più bella di Prassitele, secondo gli antichi, era la Venere di Cnido, soci detta perché eseguita per il grande santuario che la dea aveva in Cnido. La dea era rappresentata per la prima volta, in modo molto audace e profano, in atto di scendere dal mare, o al bagno: non l’accompagnava nessuna insegna della sua divinità: Anzi, non c’era nell’immagine assolutamente nulla di divino: gli uomini del IV secolo non credevano più agli dei raffigurati dall’arte di Fidia.
Non era più il tempo eroico in cui si fondavano le città e si lottava uniti nelle guerre per la libertà. Ormai la guerra fratricida del Peloponneso, le lotte incessanti, le distruzioni, le congiure avevano messo sotto gli occhi di tutti un grande panorama di miserie e di brutture. E i tempi dolorosi fanno dimenticare gli ideali orizzonti sovrumani, fanno concentrare l’attenzione sull’uomo, che vive e soffre nel mondo.
Rievocare nel IV secolo gli dèi sublimi di Fidia sarebbe stato contrario alla sensibilità dell’epoca: adesso si poteva rappresentare negli dèi i vertici dell’umanità, ma non di più. Del resto il risultato poteva essere non meno sublime.
Così Prassitele diede alla sua Venere una magnifica bellezza, ma tutta umana e terrena. Anzi, forse, un precisa bellezza individuale, perché si dice che la statua riproducesse le sembianze di Frine, che a quel tempo era famosa come la donna più bella della Grecia, e che era amica e modella del grande sculture.
Questa statua, ammiratissima in tutta l’antichità, fu trasportata a Costantinopoli dopo la vittoria del Cristianesimo, ed qui andò perduta in un incendio nel 475 d.C.: ne restano solo copie di non grande valore: una di queste è a Roma nel Museo Vaticano.
Da queste copie si riesce ancora a capire quali meravigliosi effetti potesse raggiungere il linguaggio di Prassitele nel rappresentare le grazie del corpo femminile.
Vicina alla scuola di Prassitele, sebbene un poco più dura ed acerba, è la bellissima Venere di Cirene, che un uragano, smovendo la terra in cui è sepolta Cirene, riportò magicamente alla luce nel 1912. La statua ha perduto la testa e le braccia, ma il corpo non ha perduto nulla della sua bellezza, è prodigiosamente intatto e fresco, come se il tempo gli fosse passato accanto senza sfiorarlo: attraverso lo sfumato, il marmo sembra acquistare la morbidezza vellutata della carne, ma di una carne soda, plasmata in forme limpide e precise; è tutto un armonioso allacciarsi di forme dolcemente tondeggianti, che girano e si svolgono, con molle ritmo serpentino, senza intralcio alcuno di spigoli: così nella delicatezza un po' stanca dello sfumato passa un soffio inebriante di vita.
Dalla maggior parte delle statue prassitèliche descritte dagli antichi scrittori non esistono più tracce e noi siamo costretti ad ammirarle attraverso le copie, più o meno belle e fedeli.
Si narra che Frine, invitata da Prassitele a scegliersi come dono una sua statua, ricorresse ad uno stratagemma per scoprire quale fosse l’opera prediletta del maestro: gli disse che il suo studio bruciava: lo scultore spaventato dall’improvvisa notizia, esclamò che se l’Eros e il Satiro non si fossero salvati dalla rovina sarebbero andate perdute le sue opere migliori. Allora Frine scelse come dono l’ Eros.
Eros, il giovane dio dell’amore, per dono di Frine fu collocato a Tespie, e si dice che la gente si recasse apposta in quella cittadina per vedere la statua di Prassitele. E’ veramente un peccato che di essa non esista più una copia sicura.
Nel museo Nazionale di Napoli esiste il cosiddetto Eros Farnese, e alcuni vogliono ravvisare appunto in questa statua una copia del capolavoro prassitelico. Qualche anno fa venne scoperto un torso, ora al Louvre, che alcuni studiosi sono inclini a credere sia l’originale.
Il Fauno o Sàtiro venne posto sulla “Strada dei Tripodi”, ad Atene. Ne sono state trovate parecchie copie: la migliore e più nota è quella che si trova in Campidoglio. Varie copie di altri gruppi di Prassitele vennero eseguite nell’epoca romana, ma di esse manca assolutamente lo spirito dell’originale.

Durante il periodo ellenistico vi è la fusione tra tradizioni e linguaggi di diversa natura, ma comunque con lo stampo ellenico.
La cultura di questo periodo cerca di elevare l’uomo alla spiritualità e di elevare il mondo, ed in questo intento è aiutata dalla scultura, che cerca di trovare non più il bello ideale, ma il bello ‘’morale’’.
Si sviluppano non solo templi, come era accaduto finora, ma anche altri tipi di edifici. Quindi il tempio non sarà più l’edificio più importante della Grecia.
Alle principali arti figurative, la pittura e la scultura, si unisce il mosaico. Si trova su pavimenti e fondi di fontane ed è un tipo di arte che non si distrugge nel tempo e che è alla ricerca delle emozioni spirituali dell’uomo.
Poiché si cerca la spiritualità dell’uomo si inizia a parlare di realismo o verismo ellenistico.

uomo > struttura umana > architettura

La fusione tra architettura, arti figurative e natura, portaalla scelta di ampio spazio. La natura è incorniciata dall’architettura o viceversa. Questa idea sarà ripresa successivamente dai Romani.
Tra i vari monumenti che si sono sviluppati troviamo strutture per riunioni pubbliche, per onorare gli dei,

Altare di Zeus
E’ situato a Pergamo. L’altare è collocato al sommo di una lunga gradinata, recintato da colonnati monumentali.
E’ questo di Pergamo, certamente il più grandioso ed importante fra quelli noti ( a Priene, a Magnesia, a Samotracia, a Cos, ...). E’ dedicato a Zeus e realizzato fra il 197 e il 150 a.C. Lo studio degli archeologi tedeschi, che ne hanno immaginato la ricostruzione, gli assegnano proporzioni molto vaste ed una decorazione scultorea basamentale ricchissima di eccezionale effetto. Fa contrasto con tanta ridondante rilevanza l’esile colonnato ionico e la lineare semplicità delle trabeazioni.

Bouleuterion
E’ situato a Mileto ed è del II sec. A.C.
E’ un’architettura che per la sua concezione ha suscitato polemiche e studi particolari. Esso è tuttavia di una eleganza squisita e le proporzioni del corpo principale due piani, perfette.

Tempio di Artemide
Si trova a Magnesia e lo edificò l’architetto Hermogenes alla fine del III sec. a.C., innovando la concezione della cella e degli ambiti di essa.

Tempio di Apollo a Dydimes
La dimensione e la complessità di questo tempio mai completato è determinata dal fatto di essere un centro oracolare. Un colonnato doppio fasciava il tempio con una selva di colonne ioniche ( 106 ) che ne esaltava il carattere monumentale.

Ipogeo alessandrino del Wardian

E’ un organismo sotterraneo. Il cuore di questo organismo è una grande sala circolare con copertura a cupola in asse con un ampio ambiente rettangolare e con il cortile ( I sec. a.C. ).

Casa Greca
La casa greca è caratterizzata da vani regolari che si svolgono attorno ad un cortile a colonnati, detto peristilio. Essa era piccola e semplice, atta a soddisfare le necessità naturali dell’individuo che svolgeva la sua vita quasi esclusivamente all’aperto.
Della casa ellenica è scomparsa quasi ogni traccia. Restano però quelle pseudo-greche o greche-romane a Pompei e ad Ercolano che ce ne possono dare una buona documentazione.
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