Daniele di Daniele
Blogger 27608 punti

Civiltà etrusca

L’origine del popolo etrusco ha sempre creato degli interrogativi, perciò gli archeologi hanno formulato due ipotesi. La prima afferma la provenienza dall’Asia e in particolare dall’India, infatti da questa zona cominciò una grande migrazione preistorica che traversò la Mesopotamia e in parte si fermò nella Lidia. La seconda ipotesi dice che il popolo etrusco è originario dell’Etruria stessa, cioè è autoctono. Riguardo all’entrata nella penisola italica, vi sono due supposizioni:
il popolo etrusco è arrivato o attraversando le Alpi oppure via mare, attraversando l’Adriatico. Le regioni comprese nell’antica Etruria furono: l’Emilia Romagna, una parte della Liguria, una parte della Lombardia, la Toscana, parte delle Marche e dell’Umbria e dell’Alto Lazio. Le città si governavano in modo autonomo per mezzo di un “Lucumone”, e spesso erano unite in specie di confederazioni. Le città importanti dell’Etruria erano: Felsina, Bologna, La Spezia, Volterra, Populonia, Arezzo, Viterbo, Tarquinia, Veio, Cerveteri.

Architettura etrusca

Il tempio etrusco a quello greco, ma sorge su un alto basamento e si distingue perché la decorazione è vistosamente colorata. Gli etruschi sono i probabili inventori dell’arco e della chiave di volta, struttura che poi troverà un ampio utilizzo nell’arte romana. Inoltre elaborarono forme diverse di tombe che riproponevano nell’interno le case etrusche. Le più importanti sono le tombe a tumulo di Cerveteri e le tombe a camere di Tarquinia.

Scultura etrusca

Le opere di scultura sono numerose ed espressive, fra le più interessanti troviamo l’Apollo di Veio, celebri opere sono anche le chimera di Arezzo e la lupa capitolina. L’Apollo di Veio è alto circa due metri, modellato in ceramica e perciò vuoto all’interno. Altri oggetti caratteristici sono le ciste in bronzo per riporre e conservare il trucco e gli specchi incisi sul retro. Tutto questo materiale è conservato al museo etrusco di villa Giulia, a Roma, dove si trova anche l’elegante sarcofago degli sposi, completamente in ceramica.

La pittura etrusca

I dipinti sono molto vivaci, fra i colori prevalgono il rosso, il nero, il bianco e il turchese. I disegni sono movimentati ed eleganti e le scene rappresentate sono quelle della vita quotidiana: caccia, pesca, gare sportive, banchetti e danze. I dipinti giunti fino a noi si trovano soprattutto nelle tombe di Tarquinia (tomba dei leopardi)

Finalità, condizionamenti e tendenze

L’arte etrusca nacque dalla vita quotidiana e rimase sempre sostanzialmente vincolata al soddisfacimento delle esigenze da quella proposte. Essa fu pertanto strettamente legata, da un lato, alla struttura sociale, dall’altro, alla sfera delle concezioni religiose e dell’ideologia funeraria. Non a caso, cioè non soltanto per le fortuite circostanze della loro conservazione e della loro riscoperta, le testimonianze che essa ha lasciato provengono nella stragrande maggioranza dalle aree dei santuari e da quelle cimiteriali. Questo significa che, tranne poche eccezioni, si trattò di un’arte dalle caratteristiche di tipo artigianale (o di artigianato artistico), con tutto quello che ciò comporta e pur tenendo presente che la distinzione tra arte e artigianato non sempre trova valida rispondenza nel mondo antico. In ogni caso, non si può parlare per l’arte etrusca di un fenomeno autonomo — cioè di un’arte per l’arte, come si dice — né di finalità estetiche, e solo raramente ci si trova di fronte a manifestazioni che si potrebbero dire di “grande arte”, frutto meditato del lavoro di particolari individualità e opera personale di artisti consapevoli o di scuole ben definite e caratterizzate come tali.
Si aggiunga il condizionamento dell’arte greca che fu sempre presente nella maggior parte dei temi, dei tipi, degli schemi compositivi e dei canoni stilistici. Al punto che, una volta superata la fase dei primordi ancora legata alle tradizioni d’origine preistorica o alle suggestioni ornamentalistiche del periodo orientalizzante, le successive fasi di sviluppo, a partire dal primo arcaismo e fino alla tarda età ellenistica, cioè dalla fine del VII secolo a quasi tutto il I secolo a.C., ripeterono praticamente quelle dell’arte greca.
Il condizionamento fu tuttavia di natura prevalentemente formale ed esteriore. Essenzialmente decorativa, attenta al particolare e generalmente di sapore incolto e popolaresco; tesa alla spontaneità e all’immediatezza, disorganica ed espressiva, portata all’enfatizzazione e alla tensione drammatica; conservatrice ma anche incostante, discontinua e incoerente: proprio per queste sue naturali tendenze (oltre che per la necessità di selezionare i modelli onde adattarli ai propri scopi), l’arte etrusca seppe trovare una sua via di fronte all’insegnamento dei Greci. Sicché il confronto, più che soffermarsi sulla qualità, riguarda la diversità degli atteggiamenti e delle realizzazioni, cioè il modo di reagire degli artisti etruschi alle sollecitazioni e ai modelli che giungevano dal mondo greco. A seconda delle necessità e delle epoche, e quindi in relazione alle caratteristiche delle varie fasi dell’arte greca. Così, dei modelli via via disponibili, gli Etruschi alcuni li ignorarono altri li assunsero facendoli propri e talvolta rielaborandoli, magari insistendo su motivi che nella stessa Grecia ebbero scarso rilievo o furono presto superati. Quanto ai canoni stilistici, ci furono momenti di consonanza e di partecipazione, come nel periodo arcaico (e specialmente nei confronti dell’arte ionica) del VI secolo a.C.: momenti di ripulsa e di rigetto o, più semplicemente, d’incomprensione, come nel periodo classico, tra il V e il IV secolo a.C.; momenti di sudditanza e di pedissequa imitazione, come nel periodo ellenistico, dal III al I secolo a.C.
Non mancarono tuttavia atteggiamenti estranei, se non antitetici, alle concezioni figurative greche, soprattutto quando queste non erano congeniali alle tendenze espressive etrusche e quindi non sentite e incomprese. E furono proprio quelle tendenze, insieme alle finalità pratiche del quotidiano, che indussero gli Etruschi a trascurare, o a relegare in secondo piano, certe forme d’espressione artistica, come l’architettura e la statuaria, e a privilegiarne altre, come la coroplastica, ossia l’arte della creta, la bronzistica, a quella connessa, e le cosiddette arti minori, come la piccola plastica, la ceramica, l’oreficeria, la toreutica. Con risultati spesso di notevole perfezione tecnica e non dirado d’elevato valore formale.

L’ architettura

Fatta eccezione per le mura di fortificazione (e per le porte che in esse s’aprivano) elevate con tecniche diverse, a difesa delle città, l’architettura degli Etruschi si risolse pressoché interamente nell’unica tipologia edilizia della casa: sia stata questa 1’abitazione domestica (la casa degli uomini), il tempio (la casa delle divinità), o la tomba (la casa dei morti). Sono infatti questi tre tipi edilizi i soli esempi d’architettura superstiti nei territori dell’Etruria, né di altri v’è traccia nelle fonti scritte o figurate.
Purtroppo, delle abitazioni domestiche e dei templi non sono rimasti che gli avanzi dei muri di fondazione o delle parti basamentali, che di per sé consentono di ricostruire solo le piante degli edifici. Ciò per via dell’uso di materiali leggeri e facilmente deperibili, quali i mattoni crudi e il legno, nell’elevato dei muri, contro l’impiego della pietra (tufo vulcanico, travertino, arenarie) nelle parti inferiori. Una ricca documentazione è invece rimasta delle tombe, per via delle finalità stesse dei monumenti destinati a durare, sia come dimora perpetua dei defunti sia come memoria perenne delle loro famiglie; donde l’uso di scavarli sottoterra oppure di costruirli interamente di pietra o di ricavarli intagliando pareti rocciose.
L’architettura che conosciamo è dunque pressoché esclusivamente funeraria. Ma essa è anche un’architettura in negativo, visto che nella maggior parte dei casi fu realizzata con l’escavazione e l’intaglio piuttosto che con la vera e propria costruzione. Essa fu però così strettamente legata alla vera architettura, attraverso l’imitazione e la ripetizione delle sue forme essenziali, esterne e interne, che può valere utilmente a ricostruire, almeno nella sostanza, le caratteristiche degli edifici andati irrimediabilmente perduti. Soprattutto per quel che riguarda la casa, dal momento che la tomba, intesa come dimora del morto, veniva realizzata sul modello dell’abitazione dei vivi.

Le tombe e le case

I più antichi esempi di tombe d’aspetto monumentale ripetono solitamente il tipo del sepolcro a pianta circolare largamente attestato nel mondo mediterraneo, costruito con grandi blocchi di pietra e coperto con la falsa cupola ottenuta dalla progressiva sporgenza verso l’interno dei filari dei blocchi, fino alla chiusura costituita da un’unica pietra o lastra terminale. Questo tipo di tomba si ricollegava all’esemplare più antico di abitazione rappresentato dalla capanna di forma circolare o ellittica. Quando questa venne abbandonata, si passò alla tomba scavata sottoterra, prima a un solo ambiente poi a più camere. Il nuovo tipo, variamente presente nei diversi luoghi a seconda delle epoche, è riconducibile a una planimetria caratterizzata da un ambiente centrale accessibile da un lungo corridoio al di là del quale si disponevano gli altri ambienti. Questo era lo schema stesso della casa quando, sul finire del VII secolo a.C., alla capanna rettangolare, eventualmente suddivisa in due nel senso della lunghezza, si sostituì il tipo d’abitazione caratterizzato da due o tre ambienti affiancati e preceduti da una sorta di atrio o vestibolo oppure da una corte scoperta disposta in senso trasversale.
Di un tale tipo di casa sono stati rinvenuti importanti resti negli scavi dell’abitato di Acquarossa, presso Viterbo, riferibili a un periodo compreso tra la fine del secolo VII e la fine del secolo VI a.C., quando il medesimo schema appare fedelmente ripetuto nelle tombe a camera sormontate dai grandi tumuli di terra nella necropoli di Cere. A un’epoca più recente, cioè al V secolo a.C., si datano invece i resti di case ritrovati a Marzabotto (la città coloniale sull’Appennino tosco-emiliano), i quali ci documentano una fase evolutiva del tipo. Lo schema di queste case risulta infatti caratterizzato dalla successione, su un unico asse longitudinale, di un corridoio di penetrazione dalla strada, di una corte centrale con un grande vano sul fondo e di diversi ambienti, affiancati sui lati del corridoio o della stessa corte.
Anche di questo schema si ritrovano puntuali esempi nelle grandi tombe gentilizie coeve, formate da più camere disposte attorno a un ambiente centrale. Esso ci si presenta poi con forme ancora più evolute in altri resti di abitazioni, d’età ellenistica, rinvenuti nella città di Roselle, organizzati attorno a veri e propri cortili, che negli esempi più ricchi sono porticati. Tutto induce perciò a ritenere che gli antichi non avevano torto nell’attribuire agli Etruschi l’invenzione della casa ad atrio, ampiamente diffusa a Roma e nel mondo italico ed egregiamente documentata, nelle fasi finali della sua evoluzione, a Pompei.
Per quanto riguarda l’aspetto esterno delle case, cioè la parte più propriamente architettonica, non c’è che da rifarsi all’architettura funeraria. In particolare, alle tombe a dado delle necropoli di Cerveteri e di Orvieto che, a partire dalla fine del VI secolo a.C., furono interamente costruite in superficie con filari di blocchi squadrati di pietra, e a quelle che poi le imitarono, fino in epoca molto avanzata, tutte intagliate nella roccia tufacea delle necropoli rupestri del Viterbese. Sulla base del fondamentale principio di corrispondenza tra la casa e la tomba, si può legittimamente attribuire alle case lo stesso aspetto esterno di quelle tombe, sia pure per linee generali e soprattutto dal punto di vista dei volumi e delle proporzioni. Ne deriva che le costruzioni dovevano essere caratterizzate da un prevalente orizzontalismo, cioè da uno sviluppo molto più accentuato in estensione che in altezza, e che esse dovevano essere preferibilmente tra loro affiancate e adiacenti, riunite in isolati che s’affacciavano sulle strade con prospettive rettilinee e continue.
Per quel che riguarda la tecnica edilizia, i resti a disposizione ci documentano il largo impiego dei mattoni crudi d’argilla, essiccati al sole, disposti in filari ed eventualmente combinati con montanti e travature di legno e poggiati su uno zoccolo di blocchi di pietra squadrata o di grossi ciottoli; oppure l’uso di murature leggere, formate di pietre minute chiuse entro intelaiature lignee e rivestite all’esterno da un’intonacatura d’argilla. Quanto alle coperture, sono documentati fin dalla fine del VII secolo a.C. i tetti a due spioventi rivestiti di tegole, ma accanto ad essi, anche sulla scorta delle già ricordate tombe a dado, è lecito pensare a coperture in piano, a terrazza.

Il tempio

Oltre a quest’architettura domestica e funeraria, piuttosto semplice e modesta, e forse in assenza d’una vera e propria edilizia pubblica (della quale non sappiamo praticamente nulla), il solo altro edificio che si conosca del mondo etrusco è il tempio: l’unico, o di gran lunga il principale, che sembra aver comportato un certo impegno di tipo architettonico. Anche in questo caso ci si trova di fronte però a soluzioni piuttosto elementari. Almeno da quel che risulta dagli scarsi resti monumentali e, indirettamente, da riproduzioni e modelli (come i piccoli tempietti votivi di terracotta, certe urne cinerarie e certe facciate di tombe rupestri) o da rappresentazioni figurate. Ma anche da notizie di fonti letterarie romane tra le quali soprattutto il trattato sull’architettura di Vitruvio che, a proposito d’un certo tipo di tempio, parla di ordinamenti tuscanici, cioè Etruschi.
Mettendo insieme questa eterogenea documentazione e lasciando da parte gli esempi più antichi che s’identificano con la casa ad unico ambiente rettangolare (se mai, arricchito di un piccolo portico a due colonne sul davanti) e quelli che seguono da vicino il modello di tempio greco, l’edificio templare etrusco appare anch’esso derivato dal tipo di casa ad ambienti affiancati e preceduti da un vestibolo. Definitosi nel corso del VI secolo a.C. e rimasto poi sostanzialmente inalterato, tale edificio era caratterizzato da una pianta quasi quadrata, occupata per metà da una cella tripartita (oppure da un ambiente centrale fiancheggiato da due ali) e per l’altra metà da un pronao, con colonne, generalmente compreso tra i prolungamenti dei muri laterali della cella. La copertura era a tetto displuviato, assai basso, ampio e pesante, molto sporgente sui muri laterali e sulla facciata dove dava luogo a un frontone triangolare aperto e munito all’interno, in corrispondenza del pronao, d’un tettuccio spiovente sul davanti.
Tutta la costruzione era realizzata in muratura leggera, con l’impiego dei mattoni crudi e del legno, mentre le fondazioni e la parte basamentale (ed eventualmente le colonne) erano di pietra. Alla struttura lignea del tetto era legato un complesso ed elaborato sistema di elementi di rivestimento in terracotta, che ad una funzione primaria di protezione contro gli agenti atmosferici ne aggiungeva una secondaria di carattere decorativo mentre assolveva ad un esplicito intento di «comunicazione» ideologica. I diversi elementi erano infatti variamente ed opportunamente figurati, in rilievo e anche in tutto tondo, e completati da una dipintura fortemente policroma. Ottenuti per lo più con un tipo di lavorazione in serie mediante uso di matrici o stampi, oppure, ma più limitatamente, con singoli interventi di modellazione e di ritocco, questi elementi (già presenti sullo scorcio del VII secolo a.C. in edifici privati d’una certa importanza) si fissarono anch’essi in maniera canonica nel corso del VI secolo. I più importanti erano le lastre di copertura delle travi (dette in latino antepagmenta) con una decorazione a bassissimo rilievo consistente in scene figurate e collocate in modo da formare fregi continui; poi le lastre più complesse (dette, sempre in latino, simae) , che davano luogo a una sorta di cornice in aggetto, formate da una sezione orizzontale liscia che poggiava sulle travi oblique dei frontoni e da una sezione verticale che rimaneva in vista, e decorate con motivi ornamentali; quindi le lastre, pure figurate in rilievo, poste alle testate delle grandi travi longitudinali interne che sostenevano il tetto sporgendo vistosamente in facciata entro la gabbia frontonale. Venivano poi gli elementi più propriamente plastici: le antefisse, collocate sull’orlo del tetto e applicate alle tegole curve terminali d’ogni filare, che dal semplice diaframma con una palmetta dipinta arrivarono presto alle teste in rilievo (soprattutto di satiri e menadi), libere oppure circondate da un nimbo a conchiglia, e alle figure intere, sempre in rilievo e anche a gruppi; e gli acroteri, grandi elementi pure a rilievo, traforati, con motivi vegetali oppure a tutto tondo, con figure isolate o in gruppo, collocati ai vertici del triangolo frontale, sulla fronte degli spioventi e anche sulla linea di colmo del tetto.
Con questa complessa, varia e ricca serie di rivestimenti fittili, gli Etruschi dettero alle loro costruzioni una forte impronta di ricchezza e d’esuberanza, sottolineata e accentuata dalla fantasia dei motivi e dalla loro ritmica ripetizione, dall’estesa e vivace policromia, dal gioco continuo delle luci e delle ombre e dalla frastagliatura dei contorni. Basso, pesante, largo e tozzo — secondo la testimonianza di Vitruvio — sovraccarico dell’apparato di rivestimento, il tempio etrusco era tutto dominato dagli elementi plastici e cromatici. Quella che restava in secondo piano era la parte architettonica, completamente soverchiata e come ridotta a mera funzione di supporto. In sostanza, nemmeno l’edificio templare, vincolato, forse per motivi rituali, a una sostanziale elementarietà ed uniformità tipologica nella disposizione planimetrica, nelle proporzioni delle parti e nella distribuzione interna, muoveva da un concetto architettonico, come invece fu nel caso degli elaborati e codificati ordini dell’architettura greca. Né questi furono accolti nel mondo etrusco che invece dall’architettura greca derivò in maniera eclettica e incongruente singoli aspetti e motivi esteriori, sempre variamente ed estrosamente alterati. Quanto al cosiddetto ordine tuscanico, in realtà esso si ridusse a un tipo di colonna col fusto liscio, il capitello a cuscino bombato e la base circolare, molto simile alla colonna cosiddetta proto-dorica con la quale potrebbe aver avuto comuni e antiche matrici mediterranee.
Si deve aggiungere che nel tempio fu anche assente qualsiasi concetto di spazio, sia nel senso greco dell’edificio inteso come volume inserito nello spazio naturale, sia e ancor meno, nel senso romano, dell’organismo che crea spazio — spazio interno — esso stesso. Ne risultò una pura e semplice architettura di facciata, con un’unica veduta frontale e scarso o nullo interesse per ogni soluzione architettonica della parte posteriore trattata al massimo come ripetizione semplificata di quella anteriore, essendo d’altro canto le vedute laterali, comunque separate, ridotte al puro aspetto decorativo. Ciò forse anche in rapporto alla già accennata origine rituale del tempio, derivato dalla sovrapposizione della cella a una terrazza augurale da dove si prendevano gli auspici secondo le norme della disciplina che, tra l’altro, escludeva dall’osservazione la parte posteriore della terrazza stessa.

Registrati via email