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La Via della seta

Durante la prima dinastia Han e, in particolare, nel II secolo a.C., i Cinesi colonizzarono vaste regioni del Sud dell’Asia conoscendo in questo modo nuovi prodotti: fra questi, anche il gelso, che nutriva i bachi da seta. Questi minuscoli insetti secernono da ghiandole poste i lati della bocca un filo sottile e lucido con il quale formano il bozzolo, da cui si ricava in seguito la seta. In breve tempo i Cinesi iniziarono ad allevare i bachi per trarre la preziosa stoffa, apprendendo la tecnica probabilmente dalle popolazioni indigene. La seta si presentava come una stoffa soffice e leggera e dunque trasportabile in grandi quantità, inoltre era elegante e raffinata, quindi particolarmente redditizia in vista di eventuali commerci.

Lo Stato cinese non tardò ad assicurare il monopolio, prelevando l’intera produzione dai villaggi che erano stati incaricati di occuparsene; ciò compensava del resto, la cronica scarsità di tessuti dell’Impero, poiché molti di questi, soprattutto la canapa, erano ceduti ai confinanti Hsiung Nu nel tentativo di mantenerli pacifici.

Fu proprio la seta a risolvere al tempo stesso il problema della carenza di stoffa e quello dei rapporti con i bellicosi vicini, che divennero i primi mediatori nel commercio del prezioso tessuto. Si creò così quella che venne chiamato la “Via della seta”: un lunghissimo percorso che, attraversando tutta l’Asia, dalla Cina giungeva all’impero romano. Partendo da Singan-fu, antica capitale cinese, la Via della seta, usufruendo della protezione offerta dalla Grande Muraglia, passava attraverso la Porta di Giada (presso la città di Yumenguan) che dava accesso agli altopiani dell’Asia centrale: la via costeggiava l’India nord-occidentale e percorreva l’Altopiano Iranico, passando per gli attuali Stati dell’Afghanistan, dell’Iran e dell’Iraq, e giungendo infine in Siria, sul Mediterraneo. Il tragitto evitava con varie diramazioni le zone più pericolose, come per esempio il deserto del Turkenstan, ed era costellato di importanti centri di snodo, come la città di Samarcanda.

Per secoli la Via della seta rimase l’unico mezzo di cui l’Occidente disponeva per rifornirsi del costoso tessuto: i Cinesi, infatti, fecero di tutto per mantenere segreta la tecnica di lavorazione. Anzi, quando fu possibile estromettere dal commercio gli Hsiung Nu, furono gli stessi funzionari cinesi a spingersi lungo le vie carovaniere attraversando il deserto del Gobi, arrivando fino alla valle del Tarim e infine incontrando sul Pamir i Kusana, popolazione che prelevava la seta cinese consegnando in cambio le merci provenienti dall’Impero romano. A loro volta i Kusana cedevano i prodotti a un altro popolo ancora più occidentale, del quale i Cinesi avevano una idea assai vaga: i Parti.

In epoca imperiale, Costantinopoli divenne un centro di commercializzazione della seta importantissima; la città, anzi, divenne essa stessa produttrice del tessuto quando, attorno al 570 d.C., alcuni monaci riuscirono a esportare di nascosto uova di bachi dalla Cina. In seguito, anche gli Arabi avrebbero contribuito allo sviluppo della seta, diffondendo in Spagna e in Italia attraverso la Sicilia.

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