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Sparta – Inadeguatezza e declino

La situazione a Sparta dopo la guerra del Peloponneso non era certo la migliore. Sparta era palesemente incapace di ricoprire con autorevolezza il ruolo di città-guida del mondo greco. I suoi ordinamenti politic erano rimasti immobili: ottimi per il dominio di un territorio ristretto, non erano in grado di sostenere le ambizioni di una grande potenza. Inoltre, il numero ristretto dei cittadini e l'opacità del dibattito politico non erano adeguati alla gestione di relazioni internazionali complesse e difficili.
Per giunta, la società spartana andava rapidamente perdendo quelle caratteristiche di austerità e di rigore sulle quali si era tradizionalmente fondata la compattezza e la solidarietà dei cittadini: i bottini di guerra e i tributi versati dalle poleis sottomesse fecero affluire nelle città ricchezze notevoli, che propagarono il lusso e la corruzione. In seno al gruppo teoricamente omogeneo dei cittadini di pieno diritto – gli spartiati – si crearono forti squilibri, ingiustizie, rivalità. La società spartana si sfaldava.

Di fronte alla crescente irrequietezza di alcune importanti poleis – da Tebe ad Argo, a Corinto, alla stessa Atene – e al moltiplicarsi di rivolte che impegnavano su vari scenari il suo esercito sempre più inadeguato, Sparta decise di stringere un patto di ferro con i Persiani. Fu così stipulata, nel 386 a.C., la cosiddetta pace del Re (oppure “pace di Antacida”, dal nome del rappresentante spartano): le poleis greche dall'Asia Minore e l'isola di Cipro rientrarono sotto il dominio persiano; tutte le confederazioni di città greche, a eccezione della Lega peloponnesiaca guidata da Sparta, dovevano essere disciolte. Supremo garante del rispetto della pace sarebbe stato il Gran Re. Qualsiasi violazione sarebbe stata punita duramente.

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