I Gracchi e la politica delle riforme


La lungimiranza di Tiberio Gracco

Tiberio Sempronio Gracco apparteneva a una famiglia patrizia imparentata con quella degli Scipioni, particolarmente colta e aperta ai problemi sociali. Riteneva intollerabile che la popolazione fosse costretta a vivere in condizioni di miseria e si rendeva conto che il protrarsi di una simile situazione sarebbe stata la rovina di Roma. L’esercito infatti si era retto sulla massa dei contadini-soldati, arruolata grazie alla divisione dei cittadini in classi di censo. Scomparsa questa classe (trasformata in proletariato urbano), Roma non avrebbe avuto più esercito. Quantomeno non avrebbe avuto un esercito in grado di fronteggiare le numerose situazioni di conflitto e di difendere i confini. Si aggiungeva la necessità di evitare che il proletariato urbano si trasformasse in una massa incontrollabile e socialmente pericolosa. Per queste ragioni Tiberio si convinse che l’unica soluzione era quella di costruire la classe dei piccoli coltivatori.

Il disegno politico di Caio Gracco

Circa 10 anni dopo la morte di Tiberio Gracco la politica antisenatoria venne ripresa dal fratello, Caio gracco, eletto tribuno nel 123 a.C. L’esperienza aveva insegnato a Caio che nessuna riforma era possibile se contro lo strapotere della classe aristocratica non si coalizzavano tutte le forze armate dal desiderio di contrastarla. Caio aveva capito che contro i senatori dovevano avere l’appoggio anche dei cavalieri, appoggio che si guadagnò con due provvedimenti: assegnò loro la riscossione dei tributi dalle provincie più ricchie e con le Leges Semproniae stabilì che a giudicare le malversazioni commesse dai governatori delle province non fosse più solo l’aristocrazia. Per la prima volta quindi venivano giudicati da persone che non appartenevano alla loro claasse. Da questo provvedimento il disegno politico di Caio era più ampio del fratello: il suo obiettivo non era solo quello di ridimensionare il potere dei senatori, ma di opporre loro una nuova classe, dotata di nuovi poteri. Si trattava di un progetto ambizioso e Caio, consapevole, fece quanto era necessario per ottenere il massimo consenso: introdusse la lex agraria del fratello, ridusse i poteri punitivi dei capi militari e alleviò il servizio militare.
Costruì nuove strade per migliorare le comunicazioni e fondò colonie nelle provincie. Grazie a queste iniziative nel 122 a.C. ripropose la sua candidatura al tribunato, fu eletto, e decise di estendere la sua politica anche al di fuori dell' ambito cittadino. Con una proposta di legge chiese che venisse attribuita la cittadinanza romana ai socii italici ma fu l'inizio della sua rovina. La plebe infatti riteneva che la concessione di benefici ai cittadini mettesse in pericolo proprio la lotta per conquistare migliori condizioni di vita. Da sempre inviso all’aristocrazia, e ora impopolare anche presso la plebe, nel 121 a C. Caio non fu rieletto. Invitando gli schiavi a combattere al suo fianco e promettendogli libertà, tentò la via della rivolta armata ma il senato la soffocò nel sangue. Caio pur di non essere ucciso dai soldati chiese a uno schiavo di dargli la morte.

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