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Caligola e il buon governo di Claudio
Passato alla storia con il nome di Caligola per il tipo di calzature che indossava quando seguiva il padre negli accampamenti militari, aveva venticinque anni alla morte di Tiberio. Egli seguì una politica opposta a quella del suo predecessore, combattendo il senato con l’evidente intento di trasformare il principato in una monarchia dì tipo orientale. Cercò quindi l'appoggio della plebe e dei soldati, distribuendo donativi in denaro e organizzando giochi fastosi. Ma le continue spese richiedevano nuove entrate, che Caligola ottenne moltiplicando i processi di lesa maestà e le confische dei beni degli oppositori. Provocò un principio di rivolta degli Ebrei per aver voluto collocare di forza una propria statua nel tempio, di Gerusalemme, fino a quando cadde ucciso in una congiura ordita da senatori e pretoriani.
Furono i pretoriani a imporre al senato come successore uno zio di Caligola, Tiberio Claudio, che cercò di mantenere il favore dell'esercito con un enorme donativo. Molto colto, ma debole e incerto, Claudio ebbe verso il senato un atteggiamento di grande rispetto, ma suscitò irritazione il suo tentativo di inserire tra i senatori alcuni provinciali di origine gallica. Anche gli incarichi amministrativi affidati a liberti di sua fiducia provocarono il risentimento di molti senatori e cavalieri.

I liberti si occupavano in particolare della politica finanziaria, dell'edilizia pubblica, degli spettacoli e anche dell'annona, compiti importanti, perché i rifornimenti di grano, vino e olio erano fondamentali per l'ordine pubblico della capitale, dato che almeno 200 000 nullatenenti dipendevano dalle distribuzioni.
Con l’aiuto dei liberti Claudio si rivelò un ottimo amministratore, assicurò forniture regolari di grano, potenziando la flotta mercantile e costruendo a Ostia un grande porto.
Portò a termine tra il 43 e il 44 d.C. la conquista della Britannia e creando le nuove province della Mauritania e della Tingitana in Africa, della Licia e della Tracia in Oriente. Concesse la cittadinanza ai veterani dell'esercito di origine provinciale. Fu probabilmente la quarta moglie Agrippina ad avvelenare l’imperatore, dopo averlo convinto a nominare erede il proprio figlio Nerone, nato da un precedente matrimonio.
Nerone e la crisi del principato
Inizialmente Nerone, parve intenzionato a seguire una politica di rispetto verso il senato. Ma dopo circa cinque anni, Nerone si rese autonomo e rafforzò i propri poteri personali, eliminando quanti potevano condizionarlo: il fratellastro Britannico, la moglie Ottavia e la madre Agrippina. La sua attività di governo fu tesa al raggiungimento di due obiettivi: abolire la residua autonomia del senato, trasformandolo in un organismo amministrativo alle dipendenze del principe; contrastare l'opposizione dell'aristocrazia, cercando il favore della plebe urbana e dei soldati con una dispendiosa politica.
Nel 58 d.C. Nerone propose al senato di abolire i portoria, i dazi doganali sulle merci in transito nei porti. La loro abolizione avrebbe stimolato gli scambi commerciali, ma avrebbe diminuito le entrate dell'erario. La decisione creò forti proteste, tanto che dovette ritirare il suo progetto.
L’umiliazione spinse Nerone a una politica sempre più antisenatoria, simile a quella di Caligola. Per guadagnarsi la simpatia popolare ricorse a continue donazioni alla plebe e a giochi spettacolari, come i Neronia.
La carenza di fondi lo spinse ad accentuare la pressione fiscale, a moltiplicare le confische di beni per lesa maestà e infine a realizzare una riforma monetaria che procurasse il denaro necessario alla sua politica di spese. Nel 63 d.C., venne decisa la riduzione del peso del denarius, consentendo a Nerone di coniare una quantità maggiore di monete, utilizzando però un'uguale quantità del prezioso metallo; la moneta perse valore.
Un grave disastro contribuì a gettare discredito su Nerone. Nel 64 d.C. un violento incendio distrusse gran parte di Roma. Le cause furono sicuramente accidentali, ma gravi sospetti caddero su Nerone, che approfittò per progettare una grandiosa ricostruzione della città. Nel progetto il palazzo del principe, chiamato domus aurea avrebbe occupato un'area amplissima.
Allarmato per la perdita di consenso, Nerone tentò di liberarsi dai sospetti, accusando la comunità cristiana di aver appiccato l'incendio per odio contro Roma. I cristiani vennero arrestati in massa e vennero eseguite numerose condanne a morte, ma la popolarità di Nerone tra la plebe urbana diminuì, anche perché le forti spese costrinsero il principe a ridurre donativi.
L’opposizione aristocratica tentò di approfittare della situazione per abbattere Nerone, ma la congiura, fu scoperta e duramente repressa. Furono giustiziati o costretti a suicidarsi molti degli uomini più noti dell'aristocrazia, come lo stesso maestro di Nerone, il filosofo Seneca.
Nel 66 d.C. Nerone intraprese un viaggio in Grecia, che durò oltre un anno. In suo onore furono celebrati giochi, gare musicali e poetiche con la partecipazione dello stesso imperatore. Nerone esentò le città greche da ogni tributo e passò la Grecia a province imperiali. Il viaggio ebbe un duplice scopo politico: mostrare all’orgogliosa nobilitas che la cultura e l’educazione ellenistiche erano superiori a quelle romane.
Nel 68 d.C. vi fu un violento moto di protesta, che si estese all’esercito. Le legioni della Gallia, della Spagna Tarraconense e della Lusitania si sollevarono contro Nerone. Dichiarato «nemico pubblico» dal senato, abbandonato Nerone cercò rifugio fuori Roma, nella villa di un liberto, dove si fece uccidere da uno schiavo.
Dopo la sua morte, il senato condannò Nerone alla damnatio memoriae, un provvedimento che imponeva di cancellare ogni atto e ogni ricordo dell'imperatore. Si aprì così una crisi istituzionale.

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