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Le grandi religioni orientali

Il Buddismo

È una delle grandi religioni orientali e nasce intorno al VI secolo a.C. come riforma dell'induismo, religione già molto diffusa nella valle dell'Indo. Il fondatore di questa religione-filosofia di vita è Gautama Siddharta, che poi venne soprannominato Buddha, cioè l'illuminato. Egli era un principe indiano che era sempre vissuto in una "gabbia dorata" e un giorno, uscitovi di nascosto, per le strade incontrò un vecchio sfinito dagli anni (comprese quindi l'esistenza della vecchiaia), un funerale (comprese l'esistenza della morte) e un malato (vide la malattia). Subito dopo incontrò un monaco eremita e vedendo un volto felice dopo tanto dolore, pensò di aver incontrato l'immagine della felicità. Decise quindi di seguir la strada di quel monaco, e una notte scappò dal palazzo e si fece monaco eremita. Proseguì quest'esperienza per sette anni, fino a giungere all'illuminazione, in un giorno di meditazione come gli altri: la causa del dolore è il desiderio dei piaceri. Questo divenne poi il principio di questa religione, che non è proprio una religione, ma è più che altro una filosofia di vita, visto che non c'è un dio e tutte le sue prescrizioni non sono finalizzate altro che al Nirvana, che è uno stato di annullamento dei desideri.
A partire dall'equazione dolore = desiderio, si articolano le quattro nobili verità, che indicano i concetti fondamentali del buddismo:

1. esiste il dolore;
2. esso ha origine nel desiderio;
3. il desiderio può essere vinto;
4. il modo per annullare il desiderio è il non attaccamento alle cose.

Ma come ci si può distaccare delle cose? Comprendendo un altro grande concetto del buddismo, l'impermanenza, che può essere paragonato al pantha rei di Eraclito: tutto quello che c'è sulla terra è destinato a passare, pertanto il nostro desiderio per tutte le cose terrene, vita compresa, è un attaccamento a qualcosa che adesso c'è ma domani non più, pertanto il modo più sereno per affrontare la vita e soprattutto per eliminare il desiderio, e quindi il dolore, è proprio il non attaccamento. Questo atteggiamento non nega la vita, ma anzi permette di goderne di più i vari aspetti, perché si coscienti del concetto di impermanenza. Questo atteggiamento può essere paragonato al "Posseggo, non sono posseduto" di Aristippo e degli edonisti, i quali ritenevano che si potesse godere dei vari piaceri della vita, senza che però essi prendessero il sopravvento su di noi, rendendoci loro schiavi.
Il buddismo riprende dall'induismo il principio della trasmigrazione delle anime (Samsara, il ciclo delle rinascite), pertanto al termine della propria esistenza ci si può reincarnare in qualsiasi persona, animale o cosa, a seconda dei meriti acquisiti in tale vita (karma, il bilancio degli atti della vita terrestre). Il saggio, l'illuminato, può uscire da questo ciclo di rinascite che porta sempre a esistenze transitorie annullando tutti i suoi desideri: infatti annullato anche il desiderio per la vita egli non si reincarnerà più e raggiungerà il Nirvana, cioè uno stato di annullamento totale del dolore, ottenuto estirpando le sue radici che affondano nel desiderio.

A differenza del cristianesimo, in cui Dio perdona i peccati commessi all'uomo, nel Buddismo questa forma di redenzione dell'errore non esiste, dice Buddha: "L'uomo nasce solo, vive solo e muore solo. Ed è solo lui che compire il cammino che lo può condurre al nirvana".
Il messaggio di Buddha si diffuse in tutta la società indiana con straordinaria rapidità, vista la sua natura egualitaria, che contrastava la divisione in caste, che in India aveva portato ingiustizie e grossa povertà. Nel III secolo a.C. Ashoka, potente imperatore che reggeva i territori dell'India Settentrionale e parte dei regni ellenistici orientali fondati dopo la morte di Alessandro Magno, diffuse il buddismo, da cui era profondamente attratto, anche fuori dall'India, dando così inizio alla sua diffusione in Cina, in Giappone e in altre aree dell'Asia. Così si arrivò a due scuole principali sul buddismo: il piccolo veicolo, basato sul distacco dalle passioni e su una ricerca esclusivamente interiore, e il grande veicolo, più coinvolto nella realtà quotidiana della società civile e interessato a ispirare con i suoi principi sia i governanti sia l'intera vita civile. Quest'ultimo si diffuse soprattutto in Tibet, dove divenne religione di stato, gestita da capi politici e religiosi allo stesso tempo: i lama.

L'Induismo
Questa religione venne portata in India dagli Arii, popolazione indoeuropea che invase la penisola indiana circa 1500 anni prima della nascita di Cristo ed è tuttora la più diffusa in questo paese. La loro società era estremamente gerarchizzata e ciò si ripercuoteva sulla loro religione, basata sui Veda, i testi sacri, che prevede una divisione in caste, cioè classi sociali chiuse (ovvero che non permettono il passaggio dall'una all'altra, un po' come quelle della società dell'Alto Medioevo): al vertice vi era la casta dei bramini, i sacerdoti, insieme ai guerrieri, poi seguiva la casta degli agricoltori, degli allevatori e dei mercanti. Infine c'erano i paria, cioè gli intoccabili, che erano costretti a vivere ai margini della società perché i membri delle altre caste non potevano entrare in contatto con loro, pena la perdita della purezza.
Nell'induismo troviamo la teoria della trasmigrazione delle anime, che contribuisce ad una visione della vita estremamente fatalistica: ci si è reincarnati in un uomo di un determinata casta sociale per meriti o demeriti maturati nell'esistenza precedente. Pertanto anche nei paria c'è un senso di rassegnazione alla propria condizione e non una spinta a migliorala, questo perché sono consapevoli che quella condizione non è altro che la punizione per una colpa precedente, e quindi cercano di vivere al meglio quel "ruolo" nella speranza di reincarnarsi in una persona di classe sociale più elevata. Ma una persona che ha collezionato grossi demeriti nella propria vita, può reincarnarsi in anche in animali. Per questo motivo in India attualmente gli agricoltori induisti non usano pesticidi nelle colture vegetali: essi sono nocivi per i parassiti, ma per la teoria della trasmigrazione delle anime, anche in essi si può essere reincarnata una persona. Così gran parte dei raccolti va persa, e visto che l'agricoltura con i suoi prodotti costituisce una base fondamentale per l'alimentazione degli indiani, soprattutto quelli più indigenti, questa credenza religiosa non fa altro che aumentare la già grave situazione alimentare del paese.
La divisione in caste, inoltre, pur essendo stata abolita, è ancora oggi molto radicata nella mentalità degli indiani, in particolare di quelli della parte meridionale, che non ha visto, come in quella settentrionale la nascita di altre religioni alternative come il buddismo. Nella parte meridionale a tutt'oggi, i grandi ristoranti di lusso assumono come cuochi dei bramini affinché qualsiasi persona di qualsiasi casta possa mangiare senza che la sua purezza venga intaccata anche dal solo contatto con cose toccate da persone di una casta inferiore alla propria.
Il pantheon delle divinità induiste ne comprende tre principali, Brahma, il principio generatore, Visnù, il principio conservatore, Shiva il principio distruttore; inoltre ci sono anche altre divinità minori a carattere locale: se ne contano circa trenta milioni.

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