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Publio Elio Adriano

Vita
Publio Elio Traiano Adriano, figlio di Publio Elio Adriano Afro e di Domizia Paolina, nacque nel 76 d.C. e morì nel 138 d.C. a Batia. Egli proveniva da una famiglia spagnola originaria della città di Hatria, che corrisponde all’attuale città italiana di Atri.
Il padre servì in Mauritania e, per il suo valore, ricevette l’agnome di “Afer”, cioè “Africano”. La madre, invece, apparteneva ad una famiglia romana di rango senatoriale.
Marco Ulpio Nerva Traiano, non avendo avuto figli, divenne il tutore del giovane dopo la morte dei suoi genitori. La moglie di Traiano, Plotina, la quale fu sempre molto affezionata al giovane, lo aiutò notevolmente nel cursus honorum (un insieme di incarichi militari e politici che dovevano essere rispettati da tutti coloro che aspiravano alla carica di senatore).

Le cariche accumulate nel cursus honorum furono numerosissime. Per tre volte ricoprì la carica di tribuno militare presso le legioni, fu questore, tribuno della plebe e pretore.
Nel 100 d.C. sposò Vibia Sabina, cugina di Traiano. In realtà, questo matrimonio permise ad Adriano di avvicinarsi sempre di più alle stanze del potere, grazie anche agli ottimi rapporti instauratisi con la suocera Matidia. Per il resto il matrimonio si rivelò un fallimento.
Nel 117 d.C., mentre soggiornava in Antiochia, in Asia Minore, seppe di essere stato adottato da Traiano, che in quel momento si trovava in Cilicia. Alla morte dell’imperatore fu scelto dal Senato e dall’esercito come suo successore.
Al pari del defunto imperatore, Adriano era alto e forte, camminatore instancabile, cavaliere eccellente, perfetto tiratore d'arco, cacciatore appassionato, audace e nello stesso tempo prudente, di maniere semplici, amante delle armi e dei viaggi. Ciò che però lo distingueva da Traiano era l'amore per le lettere e per le arti. Di grande memoria, d'ingegno vivace e di parola facile, Adriano si intendeva di musica, di pittura, di scultura, di architettura, di filosofia, scriveva in prosa e in poesia, in greco e in latino. Era, infatti, così amante della civiltà e della cultura ellenica che a Roma gli avevano dato il nomignolo di "graeculus".

Titolatura imperiale
Ottenne nel corso degli anni:


    Il titolo di Pontifex Maximus (117) -> massima carica sacerdotale del mondo romano, conferita all’imperatore come supremo capo religioso.
    Il titolo di Pater Patriae (128) -> titolo conferito dal Senato all’imperatore, il quale, divenendo padre della patria, curava e tutelava la res publica.
    Il titolo di Imperator per due volte (117 e 135)
    La Tribunicia Potestas (potestà tribunizia) per 22 anni consecutivi -> l’insieme dei poteri dei tribuni della plebe. Questa carica, che si rinnovava automaticamente ogni anno, comprendeva:
    l’inviolabilità personale;
    il diritto di convocare il Senato e di controllarne i dibattiti;
    il diritto di presiedere alle elezioni nelle assemblee;
    il diritto di nominare e proporre i propri candidati;
    il diritto di opporre il veto agli atti di qualsiasi magistrato;
    il diritto di interferire nell’amministrazione della giustizia.
    Il consolato per tre volte (108-118-119) -> la magistratura repubblicana di maggiore importanza. Questa carica non si rinnovava automaticamente come la Tribunicia potestas.

Il regno di Adriano dal 117 d.C. al 134 d.C.
Non tutti erano contenti dell’ascesa al potere di Adriano. In lui molti, che appartenevano alla nobiltà guerriera ed erano seguaci della tradizione romana, vedevano un capo che tendeva a scostarsi dalla linea seguita da Traiano, prediligendo l'ellenismo a scapito del romanesimo, un principe che alla politica di espansione preferiva una politica di difesa. Fra questi vi erano A. Cornelio Palma, il conquistatore dell'Arabia Pètrèa, e Lucio Quieto, valoroso generale che molto si era distinto sotto Traiano nelle guerre di Oriente. 
Quieto e Palma si erano uniti ai due consolari Publilio Celso e Avidio Negrino e tutti e quattro avevano organizzato una congiura ai danni dell' imperatore, mentre questi era assente da Roma. Il complotto, però, era stato sventato da Attiano e Sulpicio Simile, prefetti delle coorti pretorie. II Senato aveva mandato a morte in breve tempo i quattro congiurati.

Adriano si mostrò dispiaciuto che a sua insaputa si fosse tolta la vita ai colpevoli e fece capire che se i quattro non fossero stati così frettolosamente soppressi egli avrebbe concesso loro la grazia. Per confermare i suoi intendimenti tolse dalla carica Attiano e Simile e in loro vece diede il comando dei pretoriani a Claro e Turbone, poi rinnovò la dichiarazione, già fatta per lettera, che non avrebbe firmato per nessun senatore la sentenza di morte senza il consenso di tutto il Senato.
Durante il suo regno assicurò all’impero una lunga pace dopo aver concluso nel 117 d.C. la guerra contro i Parti, iniziata dal suo predecessore Traiano nel 114 d.C., il quale fu il primo imperatore romano ad occupare la capitale dei Parti ma, dopo la sua morte, il cugino Adriano riportò il confine tra le due potenze al fiume Eufrate.
Nel 118 d.C. Adriano fece il suo ingresso a Roma.
Egli compì numerosi viaggi attraverso le province dell’impero per consolidare il potere centrale e per provvedere ai loro bisogni.
Si recò in Gallia, Germania, Britannia, Spagna e Mauritania.
Per la prima volta, le province non furono considerate come terre di sfruttamento, né inferiori come importanza rispetto all’Italia. Adriano trascorse nelle province circa tre lustri del suo impero, arricchendole di città, di monumenti, di difese alle frontiere, sviluppando il commercio e migliorando la viabilità.
Per difendere le province settentrionali dalle invasioni delle tribù celtiche fece costruire grandi opere di fortificazione come il baluardo di pietra del limes (confine) e il Vallo di Adriano, opera difensiva lunga circa 120 km, che tagliò la Britannia in due per proteggere i territori romani dalle bellicose tribù dei Briganti. La costruzione fu l’emblema del periodo. Essa, costruita tra il 122 e il 127, era costituita da un muro, da un vallo e da numerosi forti, grandi e piccoli. Il muro, che univa la costa orientale dell’isola a quella occidentale, era costruito con pietre miste a calce. (cfr. approfondimento Vallo di Adriano).
Il regno di Adriano fu caratterizzato da una generale pausa nelle operazioni militari. Egli abbandonò le conquiste di Traiano in Mesopotamia, considerandole giustamente indifendibili, a causa dell’immane sforzo logistico necessario per far giungere i rifornimenti. La sua politica fu tesa a tracciare confini controllabili a costi sostenibili.
Per mantenere alto il morale delle truppe e non lasciarle impigrire, stabilì intensi turni di addestramento, ispezionando personalmente i reparti nel corso dei suoi continui viaggi, spostandosi a cavallo e condividendo in tutto la vita rude dei legionari.
A difesa delle province istituì milizie formate da soldati provenienti dai luoghi stessi in supporto alle truppe ausiliarie (i cosiddetti auxilia). In questo modo si mettevano in campo truppe molto specializzate o destinate a terreni particolari. Le milizie non godevano come gli auxilia del diritto di vedere arruolati stabilmente i loro figli nelle legioni. E quindi ciò contribuiva a mantenere gli organici in numero costante. Tutto ciò a costi nettamente inferiori rispetto a quelli che si sostenevano per i legionari regolari, i quali, oltre alla paga, beneficiavano di una liquidazione finale alla fine del servizio, spesso costituita dal diritto di proprietà di terreni.
Durante il suo regno vennero approvate numerose riforme amministrative: l’autorità imperiale fu accresciuta, i governatori provinciali sottoposti a maggiori controlli, le finanze restaurate e le distinzioni tra provinciali e metropolitani attenuate. Il diritto fu riformato e fu istituito un consistorium (assemblea) per le maggiori questioni giudiziarie. Anche la questione dei servi fu migliorata, sottraendo ai padroni il diritto di metterli a morte senza consultarsi con le autorità giudiziarie.
Dimostrò anche di possedere notevoli doti letterarie: sotto il nome di Flegone scrisse, infatti, un’autobiografia che è andata perduta, oltre a discorsi ed epigrammi sciolti.

Il Vallo di Adriano
A Nord il confine in Britannia era segnato da una linea fortificata o limes, il “Vallo di Adriano” (edificato tra il 122 e il 127 d.C.). Esso era costituito da un muro, da un vallo e da numerosi forti, grandi e piccoli.
Il muro, che si estendeva per 120 Km, unendo la costa orientale dell’isola a quella occidentale, era costruito con pietre miste a calce; alto fino a 6 metri, era largo da 2 a 3 metri. Sul bastione si levavano le torrette di guardia, a breve distanza l’una dall’altra; davanti, verso Nord, correva una larga e profonda fossa. Questo primo sistema difensivo era completato dai forti: alcuni erano grandi campi stabili; gli altri erano fortini e castelli eretti a ridosso del muro a intervalli di un miglio. A Sud del muro era posto il vallo vero e proprio, costituito da tre terrapieni formati da terra mescolata a blocchi di pietra, e da un fossato, ampio e profondo, scavato tra il primo e il secondo terrapieno. Tra il vallo e il muro correva una via strategica, larga poco più di 5 metri, che congiungeva le due coste. Come sempre, gli accampamenti si trasformarono col tempo in villaggi e città dove i soldati conducevano una tranquilla vita di guarnigione. Molti di loro si sposavano con donne del luogo, e alla fine della ferma rinunciavano a tornare nel paese d’origine.

Legame con Antinoo
Antinoo nacque nel 110 da una famiglia greca abitante nella provincia romana della Bitinia, zona oggi situata nel nord-ovest della Turchia. L’imperatore conobbe il giovane durante uno dei suoi viaggi nelle provincia e questi divenne presto il suo amante. La vera natura della relazione tra Adriano e Antinoo, che fosse o meno romantica, è incerta.
Nell'ottobre dell'anno 130 "Antinoo affogò nel Nilo". Tutt'oggi non si sa se la sua morte sia frutto di un incidente, di un suicidio, di un assassinio o di un sacrificio alle divinità.
Antinoo fu divinizzato dopo la morte dall’imperatore stesso che, inoltre, fondò una città in Egitto, nello stesso luogo dove era annegato, intitolata al suo nome, Antinopoli. Venne rappresentato in numerosissime sculture (dove fu raffigurato nella veste di molte divinità, quali Dioniso ed Ermes) e su monete, e fu anche citato in fonti epigrafiche.
Adriano fece anche costruire nella sua villa l'Antinoeion un edificio che aveva la funzione di luogo-memoria, in cui l'imperatore si recava per commemorare l'amico.
La relazione omosessuale fra Adriano e Antinoo fu oggetto di scherno da parte degli scrittori cristiani del tardo impero, che ritenevano vergognoso questo rapporto.
Venne descritto in modo molto approfondito il rapporto tra Antinoo e l'imperatore dalla scrittrice Marguerite Yourcenar nel libro Memorie di Adriano.
Nel romanzo Adriano scrive in prima persona e ricorda l'amico: un esempio dopo la sua morte: << Più tardi, in Bitinia, in Cappadocia, le grandi battute di caccia mi fornirono un pretesto di feste, di trionfi autunnali nei boschi dell'Asia. Ma il compagno delle mie
ultime cacce è morto giovane, e il desiderio di questi piaceri violenti è molto scemato in me dopo la sua dipartita>>.

La rivolta in Giudea
Il problema della Giudea si era manifestato in tutta la sua gravità fino dai tempi della prima rivolta, nel 66, quando le truppe di Cestio Gallo, governatore della Siria, furono duramente sconfitte con ingenti perdite. Le truppe di questa regione non potevano competere con quelle romane. La rivolta si protrasse fino alla distruzione di Gerusalemme del 70, ad opera di Tito.
Gli abitanti della Giudea rifiutavano con fermezza la romanizzazione. Sia per motivi nazionalistici ma soprattutto per motivi religiosi in quanto, professando una religione monoteista che non prevedeva l'affiancamento di divinità straniere a quelle nazionali, l'unione diveniva completamente impossibile. Quando Adriano si trovò a dover affrontare la ricostruzione di Gerusalemme, decise di ricostruirla secondo lo stile romano.
I Giudei, che avevano sperato in una ricostruzione nella forma precedente alla devastazione del 70, comprendente la riedificazione del tempio, furono assai delusi dal constatare che la città avrebbe cambiato nome divenendo Aelia Capitolina e che nel luogo del tempio ebraico sarebbero sorti, come in tutto l'impero, templi dedicati alle divinità romane Giove, Giunone e Minerva e che infine la Giudea sarebbe stata denominata provincia di Siria-Palestina.
Quindi la causa principale della rivolta fu il nazionalismo.
Nel 132 divampò la terza guerra giudaica, con i ribelli comandati da Simone figlio della stella (Simon Bar Kochba). Le perdite dei romani furono tanto pesanti che nel rapporto di Adriano al senato fu omessa l'abituale formula "Io e il mio esercito stiamo bene". Nel 135 dopo aver soffocato la ribellione e devastato la Giudea, Adriano tentò di sradicare l'Ebraismo considerandolo la causa delle continue ribellioni. Proibì la Torah, il Calendario giudaico e mise a morte gli studiosi delle "Scritture". I Rotoli sacri furono formalmente bruciati nel Tempio. Gerusalemme divenne Aelia Capitolina e ai Giudei fatto divieto di entrarvi. Più tardi si permise loro di piangere la loro umiliazione una volta all'anno. Era evidente che l'impero non poteva permettersi di mantenere in vita un potenziale focolaio di ribellione in un'area così delicata, soprattutto in considerazione della presenza di comunità ebraiche in molti paesi al di fuori della Giudea derivante dalla diaspora avvenuta in seguito ai fatti del 70.

Opere architettoniche a Roma e dintorni
Sotto il suo impero fu costruito il Mausoleo di Adriano, che venne convertito durante il Rinascimento da Papa Niccolò VI in castello (Castel Sant’Angelo), il tempio di Venere (di fronte al Colosseo) e fu rifatto il Pantheon.

Tempio di Venere
Il tempio di Venere, costruito durante l’impero di Adriano, era uno dei più grandi dell’antichità. Con due celle, presentava due absidi addossate, di cui una è oggi inglobata nell’Antiquarium Comunale.

Il Castel Sant’Angelo
Il Castel Sant’Angelo nacque come mausoleo di Adriano, tomba monumentale che l’imperatore, di ritorno dai lunghi viaggi in Grecia e in Egitto, volle far costruire per sé e per la dinastia degli Antonini. I lavori iniziarono forse nell’anno 130 d.C. e terminarono nel 139 d.C., poco dopo la sua morte. Esso era costituito da un basamento quadrilatero su cui elevava un grande corpo cilindrico, alto circa 24 m, che aveva al centro una torre (anch’essa originariamente cilindrica). Al suo interno, nella parte più bassa, vi era la camera sepolcrale destinata a contenere le urne funerarie di Adriano e dei suoi discendenti fino a Caracalla. Alla sommità del monumento era posta una quadriga bronzea con la statua dell’imperatore Adriano. Lo stile del Mausoleo era ispirato alle tombe di tumulo etrusche o, forse, a quelle monumentali orientali. Comunque aveva come modello il sepolcro che l’imperatore Augusto si era fatto costruire un secolo e mezzo prima nei pressi del Campo Marzio.
La costruzione subì numerosi mutamenti nel corso degli anni e fu trasformato in fortezza, funzione che mantenne per tutto il Medioevo. Poi nel Rinascimento divenne residenza fortificata dei Papi ed, infine, nel 1700, residenza nobiliare. Le parti più interne, fino al 1901, sono state sempre utilizzate come prigioni.

La villa Adriana
Adriano iniziò a costruirla nel 117 d.C. Il luogo prescelto è Tibur, l’odierna Tivoli, a Sud-Est di Roma, lontana dalla città e dalla folla di questuanti, ma raggiungibile con due ore di cavallo.
La villa Adriana risulta essere la più grande villa mai appartenuta ad un imperatore romano, testimonianza dello straordinario livello di abilità raggiunto dall’architettura romana.
Con un perimetro di 3 Km, occupava un’area di almeno 120 ettari, in parte costruiti, in parte sistemati a giardino, non tutti riportati alla luce. La villa sorge sul luogo di una precedente villa repubblicana (fine II sec.-inizio I sec. a.C.), portata in dote all’imperatore Adriano dalla moglie Vibia Sabina.
Quest’ultimo presenta l’aspetto di una vera città con giardini, piscine, fontane, ninfei, portici, bagni caldi e freddi, palestre, un ippodromo, uno stadio, teatri, basiliche e templi, oltre alle caserme delle guardie imperiali, alloggi per impiegati e per il personale di servizio, edifici più sontuosi per gli ospiti di riguardo ed altri di rappresentanza per uso esclusivo della corte e dell’imperatore.
Nella villa l’imperatore volle far riprodurre tutti i luoghi che lo avevano impressionato durante i suoi viaggi, in particolare nelle province d’Oriente.
Lo storico del IV secolo Elio Spaziano nella sua Vita di Adriano scrisse: “Costruì una villa a Tivoli con eccezionale sfarzo, facendo iscrivere, nelle varie parti di essa, i nomi dei luoghi e delle province dell’Impero che avevano maggiore rinomanza, come Liceo, Accademia, Pritaneo, Canopo, Pecile e Tempe; e, per non tralasciare proprio nulla, vi fece apporre anche una raffigurazione degli Inferi”. Attira, tuttora, molti turisti il teatro Marittimo, di forma circolare con al centro un padiglione circondato da un fossato con piccoli ponticelli.
Si dice che quando i suoi appartamenti furono terminati, l’imperatore di ritorno da un suo viaggio, molto soddisfatto, abbia dato una festa con molti suoi amici, tra cui Antinoo, il più caro. I lavori della villa proseguirono fino al 134 d.C.
Altro suggestivo edificio è il Canopo: valletta costeggiata da due ali di arcate. Al centro vi è una piscina.
Viene inoltre costruita una fitta rete di tunnel sotterranei fatta per non disturbare gli ospiti dell’imperatore e per rendere più rapidi gli spostamenti. Nonostante tutto, dopo appena quattro anni dalla costruzione della villa, Adriano morì.

Il Pantheon
L’edificio attuale si deve all’imperatore Adriano che lo ricostruì completamente, forse dopo un incendio; due precedenti versioni del tempio che avevano la stessa dedicazione ma ingresso sul lato opposto, erano stati eretti da Agrippa, genero di Augusto, e da Domiziano.
Il Pantheon è formato da un ampio pronao con otto colonne frontali ed un ambiente circolare coperto da una cupola. In epoca romana lo spazio antistante era costituito da una piazza rettangolare porticata stretta e lunga, più bassa di ben 3 metri rispetto all’attuale livello e dalla quale la cupola non era visibile. Si accedeva quindi al tempio attraverso una gradinata, oggi scomparsa, che immetteva al pronao. Oggi, al contrario, la piazza antistante scende leggermente verso l’edificio ed il muro circolare della rotonda è visibile dall’esterno. I capitelli corinzi sono originali, tranne i tre esterni sul lato sinistro. Sul frontone vi era forse un’aquila, simbolo del potere imperiale.
All’interno, vi sono le tombe di alcuni membri della famiglia Savoia e altri noti affreschi.

Fonti
Dizionario della civiltà romana (paragrafo AD)
Roma antica: dalle origini alla caduta dell’impero (Giunti)
Roma, dizionari della civiltà di Ada Gabucci
Gli antichi Romani- la vetrina della civiltà-Giunti
Storia della civiltà romana
Roma e la città del Vaticano- guida completa per itinerari
Enciclopedia DeAgostini
Enciclopedia- la biblioteca del sapere

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