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A mostrare la necessità di una riforma giudiziaria aveva contribuito il processo mosso nello stesso 70 a.C. dai provinciali di Sicilia contro il propretore Gaio Verre, che per tre anni aveva spremuto l’isola in veste di governatore. Costui aveva inflitto estorsioni pesanti soprattutto agli agricoltori, poiché si era accordato con il capo di coloro che riscuotevano le imposte, i decumani, permettendogli di esigere contributi a loro piacimento, in misura largamente maggiore alla decima parte del raccolto prevista dalla legge per la provincia di Sicilia. In verità, non suscitava particolare scandalo a Roma il fatto che un governatore approfittasse della sua posizione per arricchirsi a danno degli amministrati; ma Verre era stato troppo esoso, commettendo l’errore di non rimanere entro i limiti della tollerabilità. Inoltre si era distinto per la cupidigia quasi maniacale con cui si appropriava degli oggetti d’arte, facendo asportare dai luoghi pubblici i monumenti e dalle case dei benestanti argenterie e oggetti di antica fattura. Per quanto il collezionismo d’arte fosse una passione assai diffusa presso le classi elevate romane dell’epoca, va detto che Verre era ricorso a metodi criminosi per realizzare le sue ruberie. D’altro canto l’aristocrazia senatoria aveva usato tutte le arti per soffocare lo scandalo e insabbiare il procedimento giudiziario; ma i provinciali siciliani affidarono il patrocinio della loro causa a Marco Tullio Cicerone, un homo novus originario di Arpino, come Mario, che era stato questore in Sicilia prima di Verre e che si era già imposto per le sue straordinarie capacità oratorie. L’implacabile requisitoria di quest’uomo politico allora agli inizi della carriera fu talmente efficace da costringere Verre a fuggire da Roma prima che fosse emessa la sentenza. Peraltro Cicerone aveva raccolto molto materiale, che gli dispiaceva lasciare inutilizzato. Così a processo concluso pubblicò altri cinque discorso contro Verre ritenendo che avrebbero giovato alla sua carriera politica. I testi costituiscono l’opera pregevole delle cosiddette Verrine o in verrem.

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