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Pratiche magiche nelle società primitive

Già in epoca paleolitica l’uomo praticava sacrifici di sangue: si trattava di riti che accompagnavano l’uccisione di animali e che consistevano per lo piú nella raccolta delle ossa e nella loro conservazione in un luogo sacro. Molti riti erano probabilmente di natura totemica, il totem vegliava sulla sopravvivenza del clan. Si può supporre che la vita delle società primitive prevedesse rituali e pratiche magiche (per il matrimonio, la fertilità, la caccia, la sepoltura), cui fossero preposti individui esperti di formule e incantesimi. Parte integrante di questi riti magici erano, come testimoniano numerosi ritrovamenti, le scene raffigurate sulle pareti delle caverne. Esistevano inoltre riti di iniziazione che segnavano il passaggio di una persona da una classe di età a quella successiva.

La nascita del sacrificio

Il fatto di uccidere gli animali per sopravvivere provocava nell’essere umano un senso di disagio. Come liberarsene? Nobilitando, per cosí dire, l’uccisione e trasformandola in un «omaggio» alle forze superiori che egli sentiva operanti nella natura. Ecco dunque l’«uomo del Paleolitico» mettere in atto cerimoniali piú o meno complessi nel corso dei quali, offrendo la vittima al dio, placava il suo senso di colpa. L’umanità inventò cosí il sacrificio di sangue: testimonianze archeologiche antichissime, risalenti all’epoca paleolitica, attestano che l’uccisione e il pasto di animali si accompagnava a un rituale preciso che aveva come elemento caratteristico la raccolta delle ossa della vittima e la loro conservazione in un luogo sacro. All’interno di varie caverne, infatti, sono stati ritrovati cimiteri di orsi appositamente allestiti, in cui le ossa di questi animali uccisi erano disposte con cura; spesso il loro cranio si trovava infisso su un palo. Probabilmente si trattava di una forma di restituzione della preda a qualche entità divina. In cambio dell’animale ucciso, la comunità dei cacciatori ne offriva un altro simbolicamente ricreato: infatti, a volte la pelle veniva distesa e riempita con argilla, cosí da plasmare realisticamente il corpo dell’animale.

Totem
Con il termine «totemismo» gli antropologi definiscono la concezione tipica di popolazioni prevalentemente primitive che attribuisce un particolare valore a un animale, una pianta o un fenomeno naturale, cui determinati gruppi si sentono legati per tradizione o per determinati eventi. Il termine venne usato per la prima volta per definire la concezione di alcune tribù indiane del Nord America in cui si dava una corrispondenza tra clan, identificati da nomi di animali, e relazioni di parentela. Il clan è una ripartizione interna alla tribú che comprende i discendenti per via maschile o femminile di un determinato antenato comune. Si tratta, per lo piú, di una discendenza mitica, in quanto l’antenato risale spesso a un’epoca antichissima, che trascende le effettive possibilità di controllo. Questo antenato mitico è spesso un animale, una pianta o un fenomeno naturale, come ad esempio il tuono o il fulmine, che diviene oggetto per tutti i membri del clan di determinati riti e di specifici tabú. Ad esempio, è proibito uccidere o cibarsi (in tutto o in parte) dell’animale totemico; se questo muore, lo si seppelisce e si onora come un membro del clan; se deve essere sacrificato in occasione di determinate cerimonie, si chiede perdono al suo spirito. L’individuo può stabilire un contatto privilegiato di tipo magico con l’antenato totemico, che funge da spirito guida o tutelare. Le relazioni tra i vari clan sono determinate da regole precise. Esiste spesso l’esogamia di clan e l’endogamia tribale e le norme stabiliscono con gli individui di quali clan sia possibile lo scambio matrimoniale diretto o indiretto. Il sistema mitico di solito giustifica le proibizioni con riferimento ai rapporti di consanguineità esistenti tra i discendenti dell’antenato totemico; allo stesso modo le preferenze matrimoniali fra determinati clan sono giustificate con riferimento ai pretesi rapporti tra i loro antenati totemici.

Molti antropologi dell’Ottocento videro nel totemismo un meccanismo di regolazione dei rapporti di parentela. Sigmund Freud vi intravide una prova del carattere ancestrale di determinati tabú e, piú in particolare, del tabú dell’incesto, operante nell’inconscio di ogni individuo. Il totem rappresenterebbe lo spirito del padre e le interdizioni sessuali all’interno del clan dovrebbero prevenire l’incesto. L’antropologia moderna tende invece a trascurare l’aspetto magico nella relazione tra uomo e animale, e individua piuttosto nel totemismo un elemento per la definizione dell’identità di clan. Viene scelto un determinato animale come totem non tanto in virtú dei poteri magici attribuibili ad esso, ma perché dimostrerebbe agli altri gruppi il carattere e l’orientamento del clan. A.R. Radcliffe-Brown, studiando alcune società australiane e americane, si rese conto che in tribú che si dividevano in due «metà», gli animali scelti per identificare le due parti costituivano coppie a un tempo legate e in opposizione. Questa dualità definiva le differenze dei due gruppi e ne mostrava contemporaneamente la necessaria complementarità. Claude Lévi-Strauss ha sviluppato questa teoria, superando l’idea di totemismo come relazione magica o culturale dell’individuo o di un gruppo con un animale o un vegetale, o come sistema metaforico che individua somiglianze tra un gruppo e un animale. Il totemismo è stato da lui definito come un sistema concettuale che permette a una società priva di scrittura di rendere evidenti le differenze esistenti al suo interno, ricorrendo a un immaginario di tipo naturalistico.Quando si applica il concetto di totemismo al mondo antico di solito ci si riferisce a una visione che solo in parte coincide con quella di Lévi-Strauss e sviluppa piuttosto le interpretazioni di tipo magico di James G. Frazer. I racconti mitologici e le testimonianze di riti mostrano l’importanza cultuale di piante e animali e concezioni magiche di rapporto privilegiato di individui o classi di individui con piante e animali. L’idea di totemismo si sovrappone a quella di «animismo», cioè alla concezione per cui ogni elemento naturale sarebbe dotato di anima, e sarebbe possibile stabilire una comunicazione con esso. Nel mondo antico, almeno in epoca arcaica, sembra diffusa la credenza nel «doppio» vegetale o animale. Gruppi di giovani, sottoposti a rituali di passaggio, si possono identificare, ad esempio, in animali selvaggi, come i lupi. Sacerdoti che si sottopongono a rituali ordalici acquisiscono nomi segreti di uccelli. Riti di passaggio femminili e di preparazione al matrimonio prevedono il culto di determinate piante, come il platano, e probabilmente un’identificazione psicologica con esse o con certi animali, come nel caso delle «orsette» di Artemide a Brauron. Alcuni animali, come api e serpenti, conferiscono nell’immaginario mitico e religioso poteri speciali, come la capacità di predire il futuro. Famiglie detentrici del controllo di specifici sacerdozi sembrano avere un culto particolare per certi animali, legati alla storia mitica della famiglia. Piante e animali inoltre sono associati agli dei, di cui costituiscono spesso un doppio. Cosí l’aquila, grande uccello predatore, la quercia, albero solido e di grandi dimensioni, e il fulmine, temibile manifestazione della natura, identificano Zeus, re degli dèi e arbitro della giustizia. La sua apparizione ha un preciso valore magico e augurale. Ritroviamo anche un sistema di interdizioni cultuali: l’olivo, che rappresenta Atena, dea civilizzatrice e protettrice di Atene, era, ad esempio, soggetto di determinati tabú.

Il matrimonio nelle società primitive

Endogamia ed esogamia rappresentano le principali regole matrimoniali presenti nelle società primitive. Per endogamia si intende l’obbligo di sposarsi all’interno di una determinata unità sociale, generalmente la tribú. Per esogamia si intende invece l’obbligo di sposarsi al di fuori di una determinata unità sociale, in genere la banda (fra i cacciatori-raccoglitori) o il clan (tra gli orticoltori e nelle prime società agricole). Per questo motivo endogamia ed esogamia in genere coesistono e individuano nel loro insieme i matrimoni permessi e anzi favoriti, e i matrimoni proibiti.
All’esogamia si ricollega anche il tabú dell’incesto, che concerne non solo i matrimoni ma anche i rapporti sessuali, e trova applicazione al livello stesso delle unità famigliari. Di queste norme matrimoniali sono state date interpretazioni di varia natura, sottolineandone di volta in volta differenti valenze. Sigmund Freud ha avanzato una spiegazione psicologica, ipotizzando nelle regole di esogamia l’estensione del tabú dell’incesto. Claude Lèvi-Strauss con una spiegazione di tipo sociologico ha sottolineato piuttosto l’estensione della solidarietà sociale derivante dallo scambio esogamico. Robin Fox ha ricollegato, in chiave etologica, tabú dell’incesto e regole dell’esogamia allo scopo di evitare l’inbreeding (incrocio all’interno di gruppi ristretti) già presente fra i primati superiori (in particolare i gibboni e gli scimpanzé). La sociobiologia ha sottolineato la funzione delle regole esogamiche per quanto concerne sia la prevenzione dei danni genetici sia lo sviluppo dell’altruismo all’interno dei gruppi.
L’importante funzione svolta da tali norme nel contesto delle società semplici si affievolisce con lo sviluppo dell’organizzazione sociale. Di tali obblighi, pertanto, nelle società complesse restano in genere soltanto dei residui, come dimostra il venir meno, ad esempio, del divieto del matrimonio fra i cugini paralleli (figli di due fratelli o di due sorelle) cosí severamente applicato in molte società semplici; nell’Atene classica erano ammesse persino le nozze tra fratellastri. Nei testi letterari, soprattutto in riferimento a miti di fondazione, si possono tuttavia individuare tracce di un conflitto tra endogamia ed esogamia con la problematizzazione dell’incesto tra cugini paralleli, che la terminologia classificatoria diffusa in alcune società tende a configurare del resto come fratelli. Il linguista Émile Benveniste ha mostrato, ad esempio, come il termine greco k a s i g n h t o s fratello, indichi in realtà il «fratello» nato dal fratello del padre, ossia il cugino parallelo. Nel dramma Supplici di Eschilo (secolo V a.C.) le cinquanta figlie di Danao rifiutano il matrimonio con i cinquanta figli di Egitto, fratello gemello del loro padre e re d’Egitto. Il riferimento all’Egitto e al matrimonio tra cugini paralleli sembrerebbe connotare nell’immaginario greco un «mondo altro» (tanto piú che in Egitto era ammesso l’incesto tra fratelli per motivi rituali e dinastici, in particolare nella casa regnante), che si differenzia dal mondo greco per i suoi costumi rovesciati. Le Danaidi sfuggono ai cugini e si rifugiano in Grecia; il matrimonio viene comunque celebrato, anche se poi le spose assassinano i cugini-mariti. Solo una delle Danaidi non uccide lo sposo e dalla loro unione prende avvio la nuova casa regnante di Argo. Cosí un incesto tra cugini è alla base della storia mitica di una città che occupa un ruolo importante nella cultura greca. Al tempo stesso la fine violenta dei matrimoni incestuosi delle Danaidi sembra connotare l’impossibilità o il superamento di un sistema matrimoniale, e definisce una cesura storica e culturale, con l’uscita da una fase di precivilizzazione e l’ingresso nel mondo civile della città.

La magia presso le comunità primitive
La magia era una tecnica attraverso la quale l’essere umano riteneva di poter dominare le forze della natura. Essa doveva essere praticata da specialisti, che conoscevano i riti, le formule e gli incantesimi da applicare alle varie circostanze. Non era un fatto privato fra il mago e chi si recava a consultarlo ma riguardava direttamente gli aspetti piú importanti della vita collettiva, quali i rituali di matrimonio e di fertilità, le battute di caccia, la costruzione di abitazioni e di oggetti. Nel passato la magia è stata considerata da alcuni uno stadio elementare del sentimento religioso, da altri un’antenata ancora rudimentale della scienza, il cui scopo sarebbe stato quello di costringere la natura o la divinità a concedere dei benefici all’uomo. La magia non è solo un insieme di pratiche e di riti. Essa è un vero e proprio sistema di pensiero: si potrebbe considerare come una forma complessiva di interpretazione della realtà, attraverso la quale l’umanità — dell’età paleolitica e ben oltre — ha cercato conferma della sua presenza e azione nel mondo.L’uso di dare sepoltura ai morti, praticato già dall’uomo di Neanderthal, ha lasciato importanti tracce nella storia dell’Homo sapiens sapiens. Nelle tombe preistoriche infatti sono stati trovati corredi funerari (cibo, ornamenti, attrezzi) che dovevano servire al defunto per la sua «nuova» esistenza. Talvolta gli scheletri erano disposti rannicchiati nella tomba, con il capo rivolto a oriente (a simboleggiare una seconda nascita), e spesso le ossa erano colorate con ocra rossa (per ridare vita al cadavere, restituendogli magicamente il sangue che la morte gli aveva sottratto).

I riti di iniziazione

Nelle società dove esiste, spetta al diritto (vale a dire alle norme giuridiche) il compito di stabilire quali comportamenti sono consentiti, quali vietati, e quali dovuti. Ma non tutte le società hanno sviluppato un diritto poiché esso presuppone un’organizzazione sociale avanzata, uno stato. A chi spetta il compito di insegnare e imporre il rispetto delle regole indispensabili a una convivenza pacifica e ordinata, là dove non esistono né uno stato né un diritto? Nelle società di questo tipo (talvolta definite tribali, talaltra — secondo un altro punto di vista — orali o preletterate) il controllo sociale si esercita mediante meccanismi diversi. Tra questi, vi occupano un posto di rilievo i cosiddetti «riti di passaggio». I riti di passaggio appartengono alla categoria più ampia dei «riti di iniziazione», di cui fanno parte anche le cerimonie grazie alle quali si è ammessi alle società segrete o alle sette religiose. I riti iniziatici, insomma, consentono di entrare in un gruppo al quale sino a quel momento non si apparteneva, e che, nel caso dei riti di passaggio, costituisce una «classe di età».
Le società tribali, infatti, sono organizzate grazie alla suddivisione della popolazione in gruppi di coetanei (diversi a seconda che si tratti di uomini o di donne). Le scansioni di età, ovviamente, variano da società a società, ma in ognuna di esse una prima fondamentale linea di divisione separa tutti coloro che non hanno raggiunto la pubertà (e quindi la capacità di generare) da coloro che invece l’hanno già raggiunta. In tali società il passaggio da una classe di età a quella successiva è assai piú importante di quello che oggi chiamiamo un compleanno. Il rito di passaggio, infatti, indica la posizione sociale e il ruolo della persona che lo compie; essa, da quel momento, è tenuta a svolgere i compiti che la collettività le ha assegnato ammettendola al gruppo. Piú specificamente, il ragazzo che raggiunge la pubertà, oltre che potenzialmente padre, diventa uno di coloro ai quali sono affidate la difesa della comunità dagli attacchi esterni e la funzione di procacciare il cibo cacciando. La ragazza che raggiunge la pubertà, invece, ha un unico compito: quello di garantire, con la procreazione, la sopravvivenza del gruppo.
Nonostante le varianti che li contraddistinguono, i riti di passaggio (le cui origini si perdono nella notte dei tempi) hanno una struttura base costante. Essi sono suddivisi in tre fasi: una prima di allontanamento-separazione (dalla collettività), una seconda di segregazione e una terza di aggregazione. La prima fase segna il distacco dell’iniziato (cioè del ragazzo destinato a cambiare classe d’età) dal gruppo di coetanei con i quali sino a quel momento è vissuto in stretta comunione. Uscito dal gruppo, egli trascorre un periodo lontano dalla comunità, vivendo al di fuori delle regole civili e imparando da un istruttore a svolgere i compiti dell’adulto (la guerra e la caccia). Durante questo periodo di segregazione, che gli antropologi chiamano anche di «margine» o di «licenza», l’iniziato è sottoposto a prove, spesso difficili e dolorose: i ragazzi spartani, ad esempio, venivano fustigati, e in molte società tribali odierne subiscono la scarificazione, vengono cioè tagliuzzati con strumenti acuminati che lasciano sul loro viso e sul loro corpo delle cicatrici fittissime, volutamente disposte in modo da sembrare un disegno decorativo. Talvolta, durante il «periodo di margine», l’iniziato compie un gesto che rappresenta simbolicamente la sua morte; a volte, invece, in assenza di un gesto specifico di questo tipo, è il periodo stesso di margine a essere inteso come un simbolismo di morte. In altri termini, dopo essersi allontanato dalla collettività, l’iniziato muore simbolicamente come appartenente alla classe inferiore. Superate le prove iniziatiche, egli rinasce come membro del gruppo di età superiore, e come tale fa ritorno nella comunità (terza fase dell’aggregazione, solennizzata da appositi riti e processioni).

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