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Potere degli scribi

La “grande casa” (cioè il palazzo) del faraone era il cuore del regno. Essa era organizzata da un’efficiente burocrazia che assicurava al potere centrale il controllo su ogni aspetto della vita del Paese. Alle dirette dipendenze del faraone vi era il primo ministro, ovvero il “visir” che aveva la responsabilità di tutto l’apparato amministrativo, il cui nucleo fondamentale era di fatto costituito da scribi.
Gli scribi non erano semplicemente i tecnici della scrittura, ma i veri e propri custodi della cultura: figure tanto più rilevanti per un periodo storico sostanzialmente illetterato. Come in tutte le civiltà antiche, la divisione tra letterati aveva riflessi molto forti sulla società: il possesso della cultura equivaleva, infatti, al possesso del potere. In una società come quella egizia, in cui qualsiasi aspetto della vita pubblica veniva accuratamente registrato e pianificato, gli scribi erano personaggi importantissimi perché svolgevano delicati compiti amministrativi ed erano addetti alla riproduzione dei testi religiosi.
Essi dunque facevano parte di un ceto sociale privilegiato. Un papiro che contiene una serie di esercizi di scrittura elenca i vantaggi economici e personali di questo mestiere: "Diventare uomo di fiducia del faraone, avere le chiavi di tesori e granai, stabilire le offerte agli dei nei giorni di festa, possedere una bella villa e tanti schiavi". Un altro papiro ricorda invece i vantaggi intellettuali di chi la conosce: "è più dolce delle vesti e degli unguenti".
Al di là del loro ruolo ufficiale, il potere dello scriba derivava anche dal fatto di assolvere al ruolo di mediatori fra la complessità della burocrazia statale e l’uomo qualunque che era privo della cultura necessaria per entrare in diretto contatto con il mondo amministrativo e politico.
Il reclutamento di una numerosa casta di scribi era dunque essenziale per il funzionamento dello Stato: il loro tirocinio si svolgeva nei templi delle divinità e durava quattro lunghi anni sotto la guida di maestri molto severi che ricorrevano spesso, quando i discepoli si mostravano poco attenti o svogliati, alle punizioni corporali. Il principio didattico fondamentale era infatti il seguente: "L’orecchio del fanciullo è sulla sua schiena: egli ascolta quando lo si batte".

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