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Sertorio era riuscito a creare rapporti di fiducia fra le popolazione delle due province, anche perché aveva saputo sfruttare le tradizioni locali, adattandosi ai costumi e allo spirito dei barbari: poiché in Spagna era molto radicato il culto degli eroi, Sertorio aveva pensato bene di farsi passare per un dio consigliato da una cerca bianca. Inoltre aveva adottato il metodo della guerriglia proprio dei barbari; aveva creato una guardia di fedelissimi pronti a sacrificare la vita per lui e grazie ai suoi rapporti con i pirati della Cilicia aveva stretto alleanze con Mitridate, che gli inviò ambasciatori. Insomma era diventato signore di quasi tutta la Spagna, eliminando di fatto due ricche province romane. Il senato avvertiva ormai la sua politica come un pericolo mortale per Roma, soprattutto perché la convivenza armoniosa fra soldati romani esuli, coloni latini e tribù barbare, senza schiavitù indigenza, rischiava di rappresentare un esempio distruttivo per il sistema di dominazione romano basato sull’annientamento e sull’assoggettamento schiavistico degli indigeni che Roma aveva applicato nelle sue conquiste in nome della propria superiorità. Ma anche la plebe di Roma e gli equites non guardavano con simpatia alla politica di Sertorio, che trattava con i pirati e con Mitridate, avvertiti dai Romani come una grave minaccia per l’intera economia dello stato, da quando le rotte del Mediterraneo non erano più sicure e la provincia d’Asia era costantemente minacciata dal re del Ponto. Pertanto ci si rivolse al solo comandante di cui erano riconosciute le straordinarie capacità militari, il forte ascendente sui soldati e la notevole duttilità politica: sia pure a malincuore, il senato affidò al privato cittadino Gneo Pompeo Magno un imperium, comando supremo con potestà proconsolare in Spagna per tutto il tempo utile a conseguire una vittoria definitiva.

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