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Polis – Schiavi e stranieri residenti

L'esclusione degli schiavi dalla polis era quasi totale: lo schiavo era ritenuto inferiore per natura ed era fondamentalmente un oggetto di proprietà, che poteva essere comprato e venduto ad arbitrio del padrone, esattamente come un mulo o una casa. Essendo un oggetto, e non un soggetto giuridico, lo schiavo non aveva il diritto di possedere nulla. Solo la tolleranza del padrone poteva consentirgli di mettere da parte un piccolo gruzzolo. Gli schiavi potevano avere mogli e figli, ma questa famiglia non godeva di nessun riconoscimento giuridico. Il padrone poteva smembrarla, separare l'uomo dalla donna, i genitori dai figli, i fratelli dai fratelli, e venderli come desiderava.
Le condizioni di vita degli schiavi erano molto varie. Terribile era la sorte che toccava a quelli (sia adulti sia bambini) che lavoravano nelle miniere: la loro vita, sottoposta a ritmi di lavoro massacranti, in ambienti pericolosi e malsani, veniva consumata rapidamente. Anche il lavoro nelle campagne, soprattutto in occasione dei grandi impegni stagionali (semina, mietitura, ecc.), poteva assumere ritmi massacranti. Era forse migliore la situazione degli schiavi addetti ai servizi domestici: solitamente il loro trattamento (cibo, vestiario, alloggio) era decoroso.

Un altro gruppo consistente di abitanti della città privo dei diritti politici era rappresentato dagli stranieri residenti. Anche la condizione degli stranieri nelle città greche ci è nota soprattutto dal caso ateniese, che usualmente viene preso come emblematico. Ad Atene gli stranieri, chiamati meteci (da metoikèo, “mi trasferisco”), erano uomini di condizione libera, non importa se greci o non greci, che risiedevano nella città o nel suo territorio, momentaneamente o stabilmente. La loro condizione d'inferiorità rispetto ai cittadini era contrassegnata da alcuni importanti elementi, primo tra tutti il divieto di partecipare alla vita politica.

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