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Il periodo della “anarchia militare” (238 –284 d.C.)

La dinastia dei Severi, pur con i suoi limiti, era riuscita a mantenere complessivamente funzionante la macchina dello Stato e soprattutto a difendere i confini. Alla morte di Massimo il Trace, l’aristocrazia romana tentò di riconquistare le leve del potere, ma non emerse alcuna personalità capace di risolvere una situazione che divenne sempre più seria. In realtà, il vero problema di questo periodo fu che i due poteri fondamentali dello Stato (il ceto senatorio e i militari) non riuscirono a trovare un equilibrio.
Si susseguirono dunque ammutinamenti e rivolte che incisero in modo disastroso sulla stabilità di governo: tra il 238 e il 284 d.C., il titolo imperiale passò di mano in mano e non fu possibile fondare una nuova dinastia né rendere stabile in altro modo il potere.

Questa situazione di incertezza istituzionale ebbe effetti devastanti sulla vita economica e civile, in un’epoca, per giunta, in cui la situazione internazionale era peggiorata e l’esercito romano non era in grado di impedire che i nemici, scardinando i confini, provocassero enormi devastazioni. Questo cinquantennio di gravissima crisi è noto agli storici come “periodo dell’anarchia militare”: esautorate completamente le magistrature, i vari reparti dell’esercito proclamavano imperatori i loro comandanti che combattevano tra loro per accaparrarsi il potere.

In questa fase politica, mancando un’autorità centrale stabile e riconosciuta, il potere veniva perciò assunto da chi aveva la forza e i mezzi per imporsi, in tal caso i suoi militari.

Per dare un’idea della situazione di completo e inarrestabile marasma politico, basti pensare che in questo periodo si susseguirono ben ventuno imperatori e che, a parte due di loro uccisi dalla peste: assassinati da rivali, pretendenti al trono oppure vittime di congiure militari.

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