LA LAVORAZIONE DEL PAPIRO

Il materiale scrittorio per eccellenza fu il papiro, che i greci conobbero attraverso i fenici. Dal nome della città fenicia di Byblo, infatti, proviene il termine con il quale veniva indicata la pianta e, per estensione, il materiale che se ne ricavava. La lavorazione della pianta di papiro, liberata dalla corteccia esterna, consisteva nel ridurre in liste sottili , nel senso della lunghezza,la sostanza interna al fusto. Le strisce così ottenute venivano accostate l’una all’altra sino a formare uno strato cui ne veniva sovrapposto un altro analogo in senso trasversale : i due strati , essiccati al sole aderivano tra loro senza bisogno di colle e, una volta levigati, formavano un foglio compatto di papiro. I singoli fogli venivano tagliati nella misura desiderata in modo da formare un rotolo che si avvolgeva attorno a un bastoncino d’osso o di legno si chiama recto la parte interna del rotolo, con le fibre disposte in senso orizzontale, mentre il verso è la parte esterna, quella in cui le fibre sono in senso verticale. La scrittura veniva distribuita sul recto da sinistra a destra e dall’alto in basso in colonne parallele via via sui singoli fogli. L’alto costo del papiro e la conseguente necessita di non sprecarne facevano si che si scrivesse anche sul verso, riportandovi per lo più appunti e note personali. La lettura avveniva srotolando da sinistra verso destra e nel contempo riavvolgendo quanto srotolato e letto. La lunghezza del rotolo era variabile e poteva dipendere dalla mole dello scritto: molte opere, particolarmente lunghe, richiedevano più rotoli e questo può spiegare la perdita di intere parti di testi dell’antichità classica.

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