Ominide 50 punti

Il culto della morte per gli egizi

L'anima dell'uomo, che gli egizi chiamavano KA, era immortale, ma poteva conservare la sua immortalità solo a condizione che il corpo dal quale era ospitata non si decomponesse. Perciò i morti venivano mummificati; la maggiorparte degli egizi, quelli cioè che non potevano sostenerne i costi eccessivamente alti, si faceva seppellire nel deserto, dove il vento e il caldo ne consentivano la conservazione. I più ricchi, invece, ricorrevano all'imbalsamazione, alla fabbricazione di un sarcofago di una tomba. Secondo la narrazione di Erodoto, esistevano diversi procedimenti di imbalsamazione. Egli però si soffermò in maniera particolare quello più costoso: con un ferro estraevano attraverso le narici una parte del cervello; l'altra parte la dissolvevano versandovi sopra delle droghe. Con una pietra acuminata veniva fatta un'incisione lungo l'addome, da cui estraevano i visceri e purificavano l'interno con spezie, aromi in polvere e vino di palma. Infine ricuciono e lasciano il corpo immerso nel sodio puro per 70 giorni, poi veniva avvolto in fasce. I parenti dovevano riprendersi il morto e fanno costruire per lui una cassa di legno, in cui lo ripongono. Accanto ai morti poi, erano deposti cibi, bevande e oggetti cari al defunto quando era in vita; le tombe venivano decorate con affreschi (interni ed esterni) che riproducevano i diversi momenti della vita quotidiana e veniva costruita o dipinta una falsa porta che simulava un uscio semichiuso attraverso il quale KA poteva entrare ed uscire liberamente

Registrati via email