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Dunque anche Crasso scomparve, mentre a Roma il caos raggiungeva il culmine causa gli scontri delle opposte bande armate di Milone e di Clodio, che si candidarono rispettivamente per il 52 a.C. al consolato e alla pretura. Cesare, impegnato afronteggiare una difficile rivolta divampata nelle Gallie, non poteva guidare da lontano la Repubblica attraverso i suoi uomini e i suoi finanziamenti. Neppure Pompeo riuscì a tenere sotto controllo la città, anche perché Milione non agiva più come un so uomo, essendosi messo al servizio dell'oligarchia senatoria. Quest'ultima, d'altra parte, non recuperava i suoi antichi poteri, perché le bande armate di Clodio tenevano spesso in scacco quelle di Milone. Roma visse dunque una situazione di vera e propria anarchia, tale da impedire l'elezione regolare dei magistrati per l'anno successivo. Pompeo, nono stante gli fosse offerta la dittatura, rifiutò. Tuttavia, la morte di Giulia e di Crasso, unitamente alla preoccupazione per l'accrescersi della potenza di Cesare che stava vittoriosamente concludendo la conquista delle Gallie, determinò il riavvicinamento di Pompeo al Senato, che finì con l'assumere il ruolo di massimo esponente della nobilitas. All'inizio del 52 a.C. , mentre ancora i consoli non erano stato eletti, il casuale incontro sulla via Appia tra Milone e Clodio, con i rispettivi seguaci, sfociò in un violento tafferuglio, nel corso del quale Clodio fu ferito. Milone, saputo il luogo in cui si era rifugiato per farsi curare, mandò i suoi armati ad eliminarlo. I funerali, durante i quali Sallustio Crispo pronunciò un'aspra invettiva contro Milone, si trasformarono in una sommossa popolare, che fin con l'incendio notturno della Curia del Senato dove era stato portato il cadavere di Clodio.

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