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Le Costituzioni imperiali

Per quanto riguarda le costituzioni imperiali, Gaio ne enumerava tre tipi, il decreto, l’editto e l’epistola. Ad essi andrebbero aggiunti i mandati e le subscriptiones. Il principe non avrebbe potuto esercitare la sua attività normativa senza una cancellerie in grado selezionare ed evadere l’immensa mole di richieste di intervento, provenienti da tutte le parti dell’impero. Se si riflette che negli uffici di cancelleria erano inseriti, in posizioni di lata responsabilità i giuristi non è difficile chi fossero i reali “ispiratori” delle costituzioni imperiali. Il decreto era la sentenza emanata dall’imperatore al termine di un giudizio portato alla sua cognizione, generalmente in grado di appello. Non vi è dubbio che il decreto ebbe il valore precedente autorevole, cui i giudici di un processo dovevano attenersi in cause giudiziarie analoghe. E’ probabile che sia tentata una raccolta di decreta se si deve prestar fede alla notizia della silloge delle sentenze di Marco Aurelio in un tesato unico noto come “decreta frontiniana” . L’epistola e la subscriptio erano pareri giuridici dati dall’imperatore per lettera o in calce ai libelli sottoposti a lui dai sudditi . Entrambi gli atti, denominati con un termine più generale “rescritti” pervenivano da due uffici diversi della cancelleria imperiali rispettivamente da quello ab epistulis e da quello a libellis. A differenza della subscriptio, le epistole erano inviate in risposta a sollecitazioni provenienti da magistrati, pro magistrati e funzionari imperiali. L’attività rescribente del principe si intensificò a partire da Adriano e rimase costante nel tempo, fino a che l’imperatore Costantino con una costituzione del 319, d.C. le tolse ogni validità. I rescritti avevano un’efficacia giuridica particolare al caso che li aveva originati, tuttavia, acquisirono nel tempo una validità generale, soprattutto per due ragioni; perché prevenendo i pareri dal principe, furono considerarti esemplari e dunque utilizzabili per la soluzione di casi analoghi, in secondo luogo per il continuo riferimento ad essi ad opere di giuristi. Circostanza che contribuì alla generalizzazione delle norme in essi contenuti. E’ di tutta evidenza che i rescritti in quanto pareri giuridici, entrarono in concorrenza con i responsi dei giuristi ed è paradossale che proprio la giurisprudenza, amplificandone la conoscenza e l’efficacia, finì per decretare la fine della sua stessa precipua attività.

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