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La trasmissione del patrimonio

Alcuni studiosi ritengono che già l’australopiteco possedesse capacità di trasmissione orale delle informazioni, perfezionatesi poi con l’uomo di Neanderthal e con l’Homo sapiens. Quest’ultimo riusciva probabilmente a organizzare e a trasmettere le proprie conoscenze di generazione in generazione. In età paleolitica fu soprattutto il mito a essere tramandato. Come tutte le società in cui la trasmissione del patrimonio culturale è affidata alla parola, e non alla scrittura, quelle paleolitiche vengono comunemente definite «orali».

Il mito
Il mito, che in greco significa «parola, racconto», è una forma di pensiero che ha lo scopo di spiegare i vari aspetti della realtà attraverso un racconto, trasmesso oralmente di generazione in generazione. Un mito può ricordare l’origine di un rito (il sacrificio), di un oggetto (l’ascia, la nave), di una scoperta (il fuoco) o dell’universo stesso, oppure è un discorso sacro che espone una realtà religiosa o una norma di comportamento sociale.

Il mito non appartiene alla storia, nel senso che non parla di fatti realmente accaduti, tuttavia è un aspetto essenziale della civiltà di un popolo perché trasmette una serie di interpretazioni della realtà che non sono né scientifiche né filosofiche, ma che vengono accettate come vere dalla comunità: un mito, infatti, non si discute né si analizza, ma si accetta come una forma, anche se un po’ speciale, di verità superiore. È necessario però riconoscere che il mito non è solo un modo imperfetto di pensare, tipico degli uomini primitivi che ancora non avevano imparato ad analizzare scientificamente la realtà, è un pensiero che si affianca a quello razionale e coesiste accanto a esso.

Trasmissione orale
In società prive di scrittura o in cui essa è presente, ma non ha un ruolo predominante, la trasmissione del sapere viene affidata all’oralità. Usanze, rituali, codici comportamentali e tabú passano da una generazione all’altra attraverso canti, miti, racconti e poemi.
Nelle società orali, il cantore, detentore del sapere della comunità, ricopre un ruolo sociale di grande importanza. Egli canta in pubblico e nei banchetti cerimoniali occupa di solito un posto particolare. Spesso è segnato da una menomazione fisica (di solito la cecità), che comporta l’esclusione dalla classe dei guerrieri, e attesta la sua vicinanza al mondo degli spiriti e degli dei: non avere la vista gli permette di vedere «oltre», nel passato, nel futuro e nel mondo divino. Il suo canto è pertanto considerato veritiero e i modelli culturali che esso veicola vanno rispettati in quanto espressione della tradizione.

Una caratteristica dell’oralità è che la permanenza di determinati modelli (linguistici e culturali) si accompagna a una continua elaborazione dei canti tradizionali, che si trasformano cosí nel tempo e variano a seconda delle occasioni e delle specificità culturali locali. L’Iliade e l’Odissea costituiscono la tarda trascrizione (secolo VI a.C.) di versioni orali di una parte dei poemi epici tradizionali che circolavano tra i secoli XII e VIII e che in parte rappresentano un tipo di società, quella micenea, ancora piú antica.

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