pexolo di pexolo
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Tiberio, che Augusto aveva designato suo successore e che regna dal 14 al 37 d.C., figlio non personale di Augusto (che non riuscì ad avere figli, l’unico figlio che riuscì ad adottare fu Tiberio, figlio della moglie Livia e del primo marito Tiberio Claudio Nerone. Egli venne indicato da Tacito e Svetonio come un imperatore ipocrita: dall’epilogo del suo regno le tergiversazioni che egli ebbe all’inizio, nel rifiutare ad esempio il tiolo di pater patriae, nel non voler assumere quello di imperator, nelle certezze ad accettare il regno, parvero non indugi di un’anima in pena di fronte al grande carico che l’impero poteva rappresentare, quanto piuttosto forme di dissimulazione: il potere lo voleva e faceva finta di dileguarlo. D’ora in poi, questa forma di biografismo volto ad indagare nell’animo dei singoli personaggi pone lo storico attuale di fronte ad una sorta di dilemma: non possiamo sapere cosa pensasse effettivamente Tiberio e molti altri. È sicuro che Tiberio governò in maniera eccellente e, appartenendo ad una prestigiosa famiglia senatoria, anche in modo conforme ad alcuni suoi dettami; dunque, è davvero possibile che egli visse con tormento il peso delle proprie scelte. Il suo problema fu che in politica interna non seppe controllare alcuni elementi che, per la nuova organizzazione messa in atto da Augusto, inevitabilmente resero grande il peso di, ad esempio, figure come il prefetto pretorio (a capo delle uniche coorti militarmente attive che erano presenti in città, i cui accampamenti erano posti immediatamente a ridosso delle mura nel castro pretorio, dove ora è situata la Sapienza). Quando Tiberio, nel 27 d.C., abbastanza nauseato dai problemi della coorte (una sorte di familia principis, nel senso di una famiglia allargata ad elementi servili e liberti che si occupavano della domus aristocratica e che, per il fatto di vivere accanto a chi deteneva un potere superiore a tutti gli altri aristocratici, evidentemente acquisivano maggiore potere di manovra, di speculazione nei confronti degli altri cittadini. Un tale modello di coorte risulta ben diverso dalla futura corte di Versailles) si allontanò da Roma e vi insediò il prefetto pretorio che ebbe così modo di spadroneggiare anche e probabilmente mandando a morte il figlio Druso, oltre che essendo responsabile della morte in Oriente di Germanico (padre del futuro Caligola ed appartenente alla stessa famiglia di Livia) nel 31 d.C. insieme a molti seguaci. A Tiberio, morto nel 37, successo Gaio Cesare Germanico, soprannominato Caligola, che durò pochissimo tempo (dal 37 al 41 d.C.), da calìga, un tipo di calzatura militare che il bambino portava nell’accampamento invernale germanico.

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