pexolo di pexolo
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Quasi sul limite del crollo unitivo l’Impero fu riorganizzato, sia dal punto di vista istituzionale, sia da quello militare, sia da quello economico da Diocleziano, che assunse questo nome una volta asceso all’Impero dopo un convulso periodo di lotte civili nel 285 d.C. e che rimase al potere in modo diverso fino al 305 d.C. Si chiamava Diocle ed era un generale dalmata; egli prese una serie di provvedimenti di cui alcuni di grande impatto per la riorganizzazione dell’Impero e che Costantino, suo successore, riprese e valorizzò, ma anche per questo non restarono ben noti nella loro originaria dimensione dioclezianea (non sappiamo distinguere quanto fece Diocleziano e quanto fece Costantino), altri invece furono progetti miseramente falliti e che infatti Costantino abbandonò. Fra quelli che ebbero un esito positivo si ricorda anzitutto la riorganizzazione del sistema fiscale; già Settimio Severo, con l’istituzione dell’annona militare, aveva tentato di imporre una tassa omogenea a tutti gli abitanti dell’Impero, mentre in precedenza esso era soggetto a tributi di differente natura (era estremamente disomogeneo, perché Roma, provincializzando le aree conquistate fuori dall’Italia, aveva lasciato che i cittadini provinciali pagassero all’incirca le stesse tasse che erano abituati a pagare prima della conquista romana). Questo, per la prima volta, fu completamente rivisto da Diocleziano: egli divise l’Impero in 12 grandi unità territoriali, chiamate diocesi, con a capo dei vicari e, all’interno di esse, frammentò le esistenti provincie in modo che avessero una estensione territoriale più piccola; infatti, le provincie furono portate da 48 a 104. Inoltre, Diocleziano uniformò il comando delle provincie affidandole a governatori che avevano solo funzioni civili: come anticipato da Gallieno, egli separò dunque il potere civile da quello militare; l’unica parte dell’Impero che aveva un regime speciale, cioè l’Italia (una sorta di immensa Roma), anch’essa fu divisa in provincie governate da governatori che, a seconda che fossero di rango senatorio o equestre, avevano il nome di proconsules o praesides. L’Italia fu dunque divisa in 12 provincie e spartita in 2 diocesi: l’annonaria (settentrionale, doveva rifornire l’annona agli eserciti che passavano sempre più frequentemente da questa regione e che, da un certo momento in poi, risiederanno con la coorte a Milano: già sotto Diocleziano il collega Massimiano sceglierà Milano e non più Roma come propria residenza, essendo un’area dal collegamento più rapido e veloce sia con il Danubio, sia con i Balcani. Aquileia e Ravenna, il principale porto sul Po, divennero due città in exploit economico, proprio perché frequentate costantemente dalla coorte e dagli eserciti, che si spostavano rapidamente per combattere gli invasori, o per andare da Occidente in Oriente) e la suburbicaria (sotto l’urbe); anche Sicilia, Sardegna e Corsica furono inserite nelle rispettive diocesi. Roma venne affidata ad un prefetto urbano, che aveva lo stesso potere del prefetto al pretorio; l’Impero dioclezianeo è dunque omogeneo dal punto di vista delle divisioni territoriali-amministrative; questa divisione va considerata il primo passo della riorganizzazione fiscale perché è strettamente connessa con la riforma finanziario-fiscale: le divisioni amministrative appena create servivano come unità di percezione della nuova tassa imposta ora a tutto l’Impero, senza distinzioni. Tutti, da Diocleziano in poi, erano tenuti a pagare una tassa di tipo patrimoniale: si parla di una capitatio-iugatio, cioè di una tassa patrimoniale che rappresentò l’unica via per rimettere in sesto l’Impero; in proporzione alla quantità di beni posseduti il cittadino doveva riconoscere una certa cifra al bene comune. Le unità di misura di questo patrimonio erano la Iugatio (unità di misura della terra, il primo fattore necessario al calcolo era quanta terra si possedeva, dove si trovava e di che qualità era) e la Capitatio (la quantità di lavoratori che lavoravano la terra): era dalla relazione fra questi due lavori che ogni cittadino veniva tassato fiscalmente sul territorio posseduto. Per evitare dichiarazioni false ed evasione fiscale Diocleziano concepì la percezione di questa tassa attuandola in due momenti: localmente organi adibiti ricevevano le dichiarazioni censitarie dei cittadini, per cui ognuno dichiarava tutti i suoi possedimenti e si sapeva quanto avrebbe dovuto pagare, ma lo Stato aveva anche bisogno, per rimettersi in sesto, che ai Decurioni locali (adibiti a ciò e consapevoli se il proprio vicino dichiarava il falso o meno) venisse stabilito dal centro (ad un certo intervallo di tempo) quanto era necessario versare per poter pagare l’esercito ed i servizi fondamentali. Non si dovevano pagare le tasse solo ed esclusivamente in base al proprio patrimonio, ma anche in base a quanto l’Impero chiedeva: il prefetto al pretorio, che non era più il capo delle coorti pretoriane ma un funzionario dai poteri civili e di natura territoriale superiore al vicario perché posto a caso di una struttura geografica in cui erano comprese più diocesi, chiamata prefettura (l’Impero risultò territorialmente organizzato in vaste unità divise in prefetture: Britannia, Gallia, Spagna la prima grande prefettura, Italia, Africa, Illirico e Persie la seconda, l’Oriente, Costantinopoli e i Balcani la terza; le prefetture cambiarono da Diocleziano a Costantino e fino a Teodosio I, da 3 a 4 a 8 e tornando a 4). Il prefetto al pretorio era quindi il primo funzionario in importanza appena sotto l’imperatore e potevano esserci 3 o 4 prefetti a seconda delle variazioni geografiche; all’interno delle prefetture c’erano le diocesi, con a capo i vicari e ogni diocesi era composta da tante provincie; responsabili della percezioni della nuova imposta, chiamata capitatio-iugatio, un’imposta di ripartizione, erano vicari, governatori e consigli locali, ma chi stabiliva di quanto lo Stato avesse bisogno per potersi mantenere (rifornire gli eserciti, la coorte, i funzionari, i ministri) era il prefetto al pretorio, un grande supervisore a cui era affiancato un complicato staff di soggetti e sottoposti, che lavorava in città chiave delle prefetture così organizzate da Diocleziano (Treviri, Arles, Sirmium, Costantinopoli), sedi in cui i prefetti amministravano la giustizia e stabilivano quanto ogni 15 anni (quando veniva indetta l’indictio, un censimento generale) ogni area da lui governata dovesse dare all’Impero. Poteva pertanto capitare che a parità di possedimenti un cittadino poteva presumibilmente pagare meno di capitatio-iugatio di un altro, che magari abitava in una prefettura che subiva continue incursioni; nel giro di pochi anni, così, i prefetti al pretorio furono investiti di numerosi e diversi poteri. Se questa riforma fu essenziale per rimettere l’Impero in sesto, creò però fasce di terribile povertà, determinando un enorme divario fra humiliores ed honestiores: pertanto, con il sacrificio di un determinato ceto sociale l’insieme della collettività ripartì e durò altri due secoli. Questa fu una grande vittoria di Diocleziano, come furono grandi le sue vittorie militari: associandosi Massimiano e stabilendo una diarchia, a cui delegò l’Occidente mentre egli rimase in Oriente per combattere i Persiani, fermandosi molto spesso a Spalato (dove poi si costruì la propria villa), riuscì in pochi anni a riportare di nuovo la pace nell’Impero. Tutti gli altri suoi progetti furono però dei fallimenti; l’Editto dei prezzi (301 d.C.), un provvedimento cantiere fallimentare inizialmente volto in favore dei poveri, a cui si rivolgeva in base alle sue origini umili: Diocleziano riteneva che la sua riforma fiscale sarebbe stata attuabile soltanto se fosse riuscito a contenere i prezzi sul mercato di alcuni generi di prima necessità. Tuttavia, egli non a fare il salto successivo; i prezzi lievitavano perché la sua riforma monetaria non fu una vera e propria riforma: Diocleziano pensò che per risolvere i problemi in cui lo Stato versava bastasse inflazionare ancora di più la moneta. Così non creò una moneta nuova, ma lasciò che l’inflazione dilagasse, abbassando il piede (buttando sul mercato tante monete con un valore non reale, perché la quantità di fino della moneta non corrispondeva al valore del mercato) della moneta corrente: l’inflazione alimentò le classi povere cercando di non depauperare le sue legioni e di conseguenza la sua non fu una vera e propria riforma; essa provocò anzi l’aumento dei prezzi; il prezzo di quelle merci ed il salario di quei mestieri considerati essenziali alla sopravvivenza venne fissato per legge: tale legge era destinata a fallire perché non seguiva le dinamiche reali del mercato, se la domanda è molta il prezzo deve salire, mentre se è poca deve scendere e se questo non è rispettato l’economia non cresce. La reazione a questa riforma fu l’espansione del mercato nero. Un altro fallimento fu la persecuzione contro i cristiani, che si attuò con circa 4 diritti e fu la prima vera e propria persecuzione sistematica lanciata appositamente contro i cristiani, considerati i responsabili di tutte le sfortune dell’Impero: essi non volevano adorare l’imperatore, che si faceva considerare figlio di Giove, vivevano in ristrette comunità ricche e non erano facilmente identificabili. Diocleziano fu terribile: la maggior parte dei martiri che la Chiesa, dopo dei Gesuiti, è riuscita a verificare risalgono quasi tutti alla persecuzione dioclezianea, solo in rari casi a quella di Decio. Alcune parti dell’Impero non risposero a questo rito persecutorie, altre fecero finta di applicarlo e l’area più colpita sembra essere stata l’Africa, ma non la Gallia, di altre parti dell’Impero non abbiamo alcuna testimonianza di martiri. Le persecuzioni, applicate in maniera differente nelle varie regioni dell’Impero, furono definitivamente concluse da Galerio (Editto di Tolleranza del 311) e poi da Costantino (Editto di Milano del 313). Altro fallimento fu la riforma con cui Diocleziano pensò di assicurare all’Impero una successione automatica del migliore, prendendo dunque il meglio di tutte le varie forme di scelta del principe che da Augusto in poi si erano viste nell’Impero: aveva già assegnato a Massimiano, il proprio valido collega, la parte occidentale e a prima vista funzionava la divisione di responsabilità. Non solo, all’interno delle due aree di potere (Oriente e Occidente) governate ed amministrate da due Augusti, che si ritenevano voluti e protetti da Giove, Diocleziano pensò di suddividere ancora il controllo delle responsabilità fra due Cesari Erculei (che avevano come propria divinità protettrice e si consideravano figli di Ercole); a San Marco è visibile una scultura con i tetrarchi abbracciati, il simbolo di questa nuova concezione di un potere condiviso (non diviso→diversa fu la soluzione di Teodosio I, che diede ai propri due figli l’Impero d’Occidente e quello d’Oriente), in cui le rispettive responsabilità avrebbero dovuto innescare un meccanismo automatico di successione al potere: ad un certo punto i due Augusti dovevano lasciare, abdicare alla propria carica e andare in pensione, facendo sì che i due Cesari diventassero Augusti e scegliessero tra i migliori, e non tra i propri familiari, altri due Cesari. Poco dopo Costanzo Cloro, che era diventato Augusto in Gallia (nella parte occidentale dell’Impero) morì e suo figlio, Costantino, fu acclamato Augusto dagli eserciti: la riforma tetrarchica fu un fallimento perché immediatamente Costantino ripristinò il criterio dinastico. Egli stesso, preso nel 305 d.C. il posto del padre, durò fino al 337 d.C., diventando una specie di nuovo Augusto, perché sino ad allora i 32 anni che passarono gli permisero di attuare molte riforme avviate da Diocleziano, cambiando le altre.

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