pexolo di pexolo
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Nel 78 a.C. Marco Emilio Lepido propose di cancellare le riforme del dittatore. Egli organizzò una rivolta in Etruria, ma fu sconfitto, allora circa 20.000 tra i seguaci di Lepido si rifugiarono in Spagna, in aree ancora non provincializzate, andando a dare man forte ad un ex ufficiale di Mario, Quinto Sertorio, che nella penisola aveva creato un governo autonomo; tuttavia anch’egli fu sconfitto da Quinto Metello e Pompeo Magno (che assunse in seguito il cognomen di Magno). Fu molto difficile eliminare Quinto Sertorio che, nei territori spagnoli, aveva adottato la tattica della guerriglia e le legioni romane si confrontavano sempre con estrema fatica con i guerriglieri; ma Sertorio fu avvelenato a tradimento da un suo ufficiale nel 72 a.C. e in quell’anno Pompeo ritornerà in Italia. Nel frattempo, nel 73 a.C. in Italia era dilagata la rivolta schiavile di Spartaco (che fa seguito a quella del 139, scoppiata in Sicilia e guidata da Euno, molto grave ma pur sempre confinata agli schiavi); diversamente dalla precedente, questa volta Spartaco (un gladiatore, uno schiavo addestrato per esibirsi in combattimenti nell’anfiteatro) assunse la guida di un movimento che fu fortemente ingrandito da uomini liberi ma immiseriti. Quindi, anche questo era il chiaro segno di una crisi dei piccoli contadini italici, che addirittura ormai (senza considerare la differenza di status) riempivano le fila di una rivolta servile e, dunque, non avevano apparentemente nulla da perdere; questa sommossa durò abbastanza, sebbene avrebbe potuto essere facilmente soffocata dalle legioni, perché nell’immediato Roma pensò di non intervenire, non credendo nelle sue potenzialità: invece, i ribelli erano molti, si trovavano affiliati ovunque, si disperdevano e poi ritornavano compatti, quindi Roma dovette mettere in campo otto legioni, guidate da Marco Licinio Crasso (nobile ricchissimo e ambizioso), che utilizzò questa campagna militare come un trampolino di lancio politico. Roma riuscì rapidamente ad avere la meglio sui rivoltosi e 6.000 prigionieri furono crocefissi lungo la via Appia (c’è un’incredibile descrizione di quanto accadde in questo periodo, perché la punizione riservata agli schiavi fosse chiara a tutti); a Crasso dette man forte Pompeo, tornato dalla Spagna, che riuscì ad avere la meglio su quei rivoltosi che cercavano di tornare verso nord, dopo essere scesi verso sud volendo andare in Sicilia. Due uomini molto ambiziosi di diversa estrazione sociale si confrontarono subito, nel 71 a.C. e decisero di accordarsi (anziché scontrarsi) facendosi eleggere insieme al consolato nel 70 a.C. Per guadagnarsi l’appoggio della plebe ripristinarono il potere dei tribuni e restituirono parzialmente i tribunali ai cavalieri; tra i due, ad emergere rapidamente fu Pompeo, che era anche per tradizioni familiari un brillante generale e che ebbe modo, subito dopo il consolato del 70, di mettersi in mostra grandemente per la sua abilità: gli furono affidati due incarichi speciali con comandi eccezionali (tutto l’inverso di ciò che stabilita la costituzione sillana), che precorrono ciò che fece poi Augusto. Roma, che in precedenza aveva combattuto la regina illirica perché in Illiria c’erano covi di pirati, di nuovo si rese conto che la pirateria, dall’Adriatico, ormai si era espansa in tutto l’Egeo orientale e addirittura creava grossi problemi di rifornimento a Roma stessa; così, nel 67 a.C. il tribuno della plebe Gabinio fece approvare una legge (lex Gabinia de bello piratico) in base alla quale il Senato doveva scegliere un pro-console il quale avesse pieni poteri (proconsolato maggiore), per la durata di tre anni, su tutti i mari e nell’entroterra (per 75 km). Fu scelto Pompeo, che ebbe a disposizione 500 navi e 20 legioni (un’immensa quantità di uomini) e, anziché in tre anni, egli riuscì in pochi mesi a debellare il flagello della pirateria (in maniera molto intelligente Pompeo non si limitò alla repressione, ma concesse ai pirati di stanziarsi in Cilicia e di svolgervi regolari attività nell’agricoltura e nel commercio: egli creò un nuovo Stato, con la benedizione di Roma, di pirati amici e alleati); tornato alla fine del 67 a Roma, Pompeo fu incaricato di un nuovo governo speciale contro Mitridate re del Ponto. Di nuovo, Mitridate aveva di nuovo cominciato a riprendere una politica espansionistica, che fu immediatamente bloccata da Pompeo, il quale conquistò il Ponto (tanto che nel 63 a.C. Mitridate si suicidò) ed entrò in Armenia, il cui re si dichiarò vassallo di Roma, invase la Siria, che era prostrata da un’endemica situazione di anarchia e la conquistò ponendo fine all’antico regno seleucidico (trasformato in una provincia romana); inoltre Pompeo passò in Giudea (62 a.C.), dove gli Ebrei, prima assoggettati al Regno seleucidico, poi si erano liberati dall’oppressione seleucidica (anche grazie agli accordi stabiliti con i Romani), ma ora erano divisi da una grave crisi politica nata dalla contesa fra due prendenti al trono: Pompeo intervenne ed espugnò Gerusalemme, facendo della Giudea uno Stato vassallo di Roma. Come stato vassallo, al momento la Giudea non aveva un governatore romano, come invece avrà con Pilato; Pompeo procedette ad riorganizzare in tutto l’Oriente, secondo quel che riteneva opportuno (stabilendo accordi, alleanze con vari regni locali) e a riappacificarlo sotto l’insegna romana. Il territorio romano si espandeva ora sino all’Eufrate, al di là del quale si estendeva il Regno dei Parti; proprio il non vedersi riconoscere dal Senato, geloso di queste grandi conquiste, tutti gli accordi da lui stabiliti getterà Pompeo nelle braccia di Cesare.

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