L'organizzazione delle prime comunità cristiane

I primi gruppi di cristiani si organizzarono in comunità chiamate "chiese". La Chiesa cristiana era numericamente insignificante, ma in continua espansione. Essa era un'istituzione che non trova paragone nell'antichità e che dal punto di vista sociologico rappresentò uno degli elementi decisivi per il trionfo della nuova religione.
Le comunità cristiane si riunivano a pregare sotto la direzione di persone stimate per il loro fervore religioso e le comunità locali erano poste sotto l'autorità di un vescovo eletto dai fedeli. Si diventava cristiani attraverso un rito purificatorio, il battesimo, e una volta entrati nella comunità si accettava l'autorità morale e spirituale dei superiori.

La comunità cristiana di Roma

Le varie comunità cristiane disperse nel mondo erano in contatto fra loro, e tra i vari vescovi, il cui ruolo politico andò nel complesso crescendo, assunse una particolare autorità quello della comunità cristiana di Roma, capitale dell'Impero e città in cui avevano subito il martirio i due maggiori apostoli, Pietro e Paolo: a ciò va ricondotta l'origine del papato.

Una struttura solida e gerarchica

I fedeli versavano un contributo alla comunità che provvedeva con esso al mantenimento di presbiteri e vescovi, all'assistenza dei poveri e al loro riscatto durante guerre e persecuzioni. Le elemosine alimentavano fondi amministrati da congregazioni di fedeli, che prestavano denaro senza interesse ai cristiani ma esigevano dai pagani gli interessi pattuiti. Si posero così le basi di una struttura solida e organizzata in modo gerarchico che consentì al cristianesimo di diffondersi rapidamente.

Il distacco dalla società

La comunità cristiana non era una semplice adunanza di fedeli, ma aveva i caratteri di un gruppo separato, che obbediva alle proprie norme e si discostava dalla mentalità comune.
I cristiani apparivano ai pagani come una comunità isolata e chiusa, in una società in cui invece la vita si svolgeva pubblicamente; dalla gente comune essi erano definiti, come si legge nell'opera dello scrittore cristiano Minucio Felice, "una razza di poltroni, gente solitaria che evita la luce del giorno".
Circolava la voce che i cristiani si abbandonassero a orge e persino che uccidessero e mangiassero bambini a scopo rituale. Come scrivono gli stessi autori cristiani, il cristianesimo era causa di gravi conflitti familiari, in molte case le famiglie erano divise tra chi aveva aderito al nuovo culto e chi lo rifiutava.

I cristiani: il capro espiatorio della città

In periodi di crisi, i cristiani divennero il naturale bersaglio, il capro espiatorio della città: a loro si attribuivano le pubbliche calamità, dato che la religione cristiana era sentita come una profanazione dei costumi tradizionali e come causa dell'ira divina. "Se il Tevere inonda la città, o il Nilo non inonda i campi, se c'è la carestia o la peste, la prima reazione è: "I cristiani ai leoni" - scrisse il cristiano Tertulliano.
Essi erano impopolari fra le masse dei non cristiani: secondo lo storico romano Tacito erano "odiati per i loro vizi". Sono noti vari episodi di intolleranza popolare; per esempio, la comunità cristiana di Lione fu assediata dalla folla e le autorità dovettero intervenire per evitare il linciaggio.
Se lo schema del capro espiatorio era diffuso presso tutte le culture antiche, i cristiani assumevano spontaneamente questo ruolo, sottoponendosi ai tormenti, e il pubblico martirio era da loro considerato l'atto più nobile ed eroico che potessero compiere per seguire l'esempio del Cristo, il quale si era sacrificato per redimere l'umanità.

Registrati via email