Mirel di Mirel
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Dalla dinastia Giulio-Claudia a Teodosio

Alla morte di Augusto seguì la dinastia Giulio-Claudia. Il primo esponente fu Tiberio (14-37 d.C.), figlio di un precedente matrimonio della moglie di Augusto, Livia e, per questo, appartenente alla dinastia Claudia (da ciò deriva il nome Giulio-Claudia). Tiberio era un personaggio schivo e crudele che, però, si era distinto in diverse situazioni in battaglia; inizialmente la sua politica fu abile e prudente.
Inviò contro i Germani suo nipote Germanico, che tra il 14 ed il 16 d.C. riuscì a sconfiggere la popolazione straniera.
Poco più tardi Germanico fu inviato contro i parti, ma morì avvelenato si pensa dallo stesso Tiberio che precedentemente aveva avuto uno scontro con lui.
Nel 26 d.C. l’imperatore abbandona Roma e si trasferisce nella sua villa a Capri. In sua assenza il prefetto Seiano riesce a prendere il potere e lo sfrutta a proprio vantaggio; venutolo a sapere, Tiberio torna in città e condanna a morte il traditore.
Tra il 37 ed il 41 d.C. Caligola diviene imperatore ed il suo breve regno fu caratterizzato da massacri ed umiliazioni verso il senato; si dice infatti che nominò senatore il proprio cavallo.
Caligola cerca in tutti i modi di diventare un monarca assoluto, sul modello orientale, ma gli oppositori danno vita ad una serie di congiure che terminano in un colpo di Stato (41) in cui l’imperatore muore.
Nelle ore successive viene deciso dai Pretoriani, autori del colpo di stato, di proclamare imperatore Claudio (41-54 d.C.) uomo anziano che non spiccava né nelle caratteristiche fisiche (era zoppo, balbuziente e pieno di tic) né per il suo carattere timido che lo aveva portato ad essere una figura marginale. Inoltre aveva una scarsa esperienza amministrativa.
Claudio intraprese la conquista della Britannia che terminò nel 44 d.C., conquistandone la parte meridionale e riducendola in provincia. Quando si iniziò a parlare di successione intorno all’imperatore si iniziarono a sviluppare una serie di intrighi che lo portarono alla morte (morì avvelenato si pensa dalla moglie Agrippina).
Infatti sua moglie, che aveva avuto un figlio (Nerone) dal suo precedente matrimonio, non voleva che sul trono salisse Britannico, bensì il proprio figlio.
Nel 54 Nerone salì al potere (54-68 d.C.) ancora diciassettenne e sotto la guida del filosofo Seneca. Senza rancore l’imperatore fece uccidere la madre e, inseguito, la moglie Ottavia. Il suo regno, come quello di Caligola, fu caratterizzato da massacri. Sconfisse i parti ad Oriente e, nel 64 d.C., ancora celebre è l’incendio di Roma, di cui cercò di dare la colpa ai Cristiani; il popolo però sosteneva che era stato lo stesso Nerone ad appiccare il fuoco e, dopo ciò, l’imperatore iniziò ad eliminare tutti i propri oppositori, circondandosi di consiglieri fidati. Tra le vittime ci fu anche Seneca. Nel 68, infine, Nerone morì in una congiura e le legioni spagnole imposero il loro comandante, Galba, come imperatore.
Gli anni 68 e 69 furono caratterizzati da un periodo di anarchia militare che portò sul trono Galba, Otone e Vitellio, uno di seguito all’altro.
Nel 69 alla fine salì al potere Vespasiano (69-79 d.C) che diede inizio alla dinastia Flavia. Egli fu il primo imperatore romano che non proveniva dalla città, bensì da Rieti.
Il suo primo impegno fu quello di risanare le casse statali, svuotate da Nerone. Inoltre nel 70 d.C., insieme al figlio Tito, conquistò Gerusalemme e ne distrusse il tempio.
Uno dei lavori più importanti durante il suo regno fu la costruzione del Colosseo, anch’essa portata a termine con l’aiuto del figlio.
Alla sua morte salì al potere Tito, il figlio (79-81 d.C.) il cui regno fu caratterizzato dall’eruzione del Vesuvio, che nel 79 d.C. distrusse le città di Pompei, Ercolano e Stabia.
Nell’81 d.C. salì al potere Domiziano (81-96 d.C.) e, con lui, ritornò la tendenza autoritaria. Egli si occupò in modo particolare dell’addestramento dell’esercito e condusse personalmente la spedizione contro i Catti. Inoltre consolidò le conquiste in Britannia e tentò di conquistare la Dacia, ma dovette rinunciare.
Domiziano era popolare nell’esercito, ma l’opposizione a Roma cresceva e l’imperatore morì in una congiura (96) ordita dai pretoriani e dai senatori.

Il secondo secolo è detto dagli storici il “beatissimus saeculum”, ovvero l’età d’oro per Roma. Infatti in questo periodo si riescono a conciliare due cose all’apparenza inconciliabili: impero e libertà.
Tutti gli imperatori del 2o secolo provenivano dalle province delle Gallie e della Spagna e, per una combinazione di circostanze, nessuno ebbe discendenti diretti.
Inoltre i confini dell’impero in questo periodo raggiunsero la loro massima espansione, ogni città possedeva terme, teatri, biblioteche, palestre; si sviluppò un’efficiente rete stradale che collegava tutte le regioni dell’Italia. Si sviluppa l’arcaismo, ovvero il gusto per l’antico: si cerca di imitare le grandi figure del passato piuttosto che ricrearle.
I congiurati che avevano ucciso Domiziano imposero sul trono l’anziano senatore Nerva (96-98 d.C.) che designò come proprio successore Traiano.
Quest’ultimo (98-117 d.C.) era di origine Spagnola; egli si sottomise alle leggi romane come un’umile cittadino, creò la prima forma di assistenza sociale per i poveri ed inoltre diede libertà di culto ai Cristiani. Nel campo bellico riprese la guerra contro i Daci e, in poco tempo, sottomise la regione. Per tramandare questa battaglia fece costruire una colonna, la colonna traiana, in cui erano rappresentati i romani con visi imperturbabili che combattevano contro i daci, rappresentati con eroica sofferenza.
Inoltre Traiano riuscì a sconfiggere il regno dei parti ma, ritornando in patria per colpa di una ribellione delle popolazioni ebraiche, morì (117).
L’erede fu Adriano (117-138 d.C.), uomo di eccezionale cultura letteraria ed artistica. Egli favorì la rinascita di Atene e si fece costruire un’imponente villa a Tivoli ed un mausoleo, divenuto poi fortezza ed oggi conosciuto come Castel Sant’Angelo (o Mole Adriana).

Inoltre rafforzò le difese costruendo una linea di fortificazioni in Britannia, chiamata “vallo di Adriano”.
Nel 138 d.C. gli succedette Antonino Pio (138-161 d.C.), il cui regno fu caratterizzato dalla “pax romana”.
Nel 161 salì al potere Marco Aurelio (161- 180 d.C.), anch’esso uomo di grande cultura, scrisse un’opera intitolata “a sé stesso” in cui ritroviamo le sue riflessioni ed il clima culturale e psicologico dell’epoca.
Un’epidemia di peste bubbonica colpì la città durante il suo regno e Marco Aurelio morì (180).
A lui succedette il figlio diciannovenne, Comodo (180-192 d.C.) il quale aveva tratti popolareschi, amava farsi ritrarre nelle vesti di Eracle e sperperò le risorse dello stato in feste e spettacoli. Morì in una congiura (192).

Con il terzo secolo inizia un periodo di crisi ed instabilità che porterà al crollo dell’impero romano d’occidente (476 d.C.). La popolazione era divisa tra due poli: città e campagna. Chi viveva in città aveva un tenore di vita molto alto e vantaggioso mentre nei villaggi si conduceva la stessa vita dei primordi dell’agricoltura e spesso i contadini non parlavano neanche il latino (che si usava nelle città) ma antiche lingue locali.
Uno dei motivi del crollo fu che le città non riuscirono ad assimilare la campagna ma contribuirono ad impoverirla ed opprimerla. L’esercito romano era diventato un esercito di contadini, poiché l’aristocrazia cittadina evitava di impegnarsi nella carriera militare, troppo rischiosa per loro.

Nelle file dell’esercito comparivano sempre più numerosi provinciali semibarbari o germani; inoltre le incursioni e le pestilenze provocarono una diminuzione della produzione agricola e, quindi, la moneta perse così tanto valore che in alcune zone si tornò al baratto.
Nel 193 d.C. Settimio Severo (193-211 d.C.) salì al potere. Egli era un comandante dell’esercito e, durante il suo regno, si preoccupò solamente di rafforzare l’apparato bellico della città con donativi e privilegi ed ai figli disse “siate uniti, arricchite i soldati e non curatevi di tutto il resto”.
Settimio proveniva dall’africa, si era sposato con una donna siriana, nutriva una fede cieca nell’astrologia ed era molto superstizioso.
Egli impose un governo autoritario.
Alla sua morte vennero proclamati co-imperatori i due figli Caracalla e Geta, ma per la loro rivalità si scontrarono e Caracalla uccise il fratello (211-217).
Egli fece un importante editto, l’editto di Caracalla (o constitutio Antoniniana) con il quale dava la cittadinanza romana a tutti.
Il potere passò nelle mani di Alessandro Severo (222-235 d.C.) che aveva appena 13 anni.
In seguito fu proclamato imperatore Massimino il Trace (235-238 d.C.), proveniente dalla Tracia, ex pastore e soldato nell’esercito, era stato eletto solamente per la sua forza fisica. Morì, però, a seguito di una congiura.
Negli anni che seguirono (238-284 d.C.) ci fu un periodo di anarchia militare nella quale si susseguirono 24 imperatori, di cui solo due morirono per cause naturali mentre tutti gli altri vennero uccisi.
Intanto la peste e la carestia infierivano sulla popolazione mentre i Germani spingevano ai confini, spinti a loro volta da una popolazione di origine scandinava: i Goti, che poi si divisero in Ostrogoti e Visigoti.
I romani però riuscirono a riprendersi ed a sconfiggere i Germani, così da riportare la frontiera sul Reno. Salì al potere Aureliano (270-275 d.C.), rude soldato che fece costruire nel 271 d.C. una cinta di mura come difesa, chiamate “mura aureliane”. Anch’esso morì a seguito di una congiura e il potere passò nelle mani di Diocleziano, proveniente dalla Dalmazia.

Con il 4° secolo inizia l’epoca tardoantica. Si verificarono mutamenti demografici (insediamento germani a occidente), economici (crisi del commercio), religiosi (affermazione del cristianesimo), sociali (crisi demografica) e politici (caduta impero d’occidente).
I cristiani videro questi eventi come la fine di un ciclo storico e l’inizio di un altro e, secondo loro, ciò che contava non era che Roma governasse il mondo, ma che il mondo fosse retto dai valori del cristianesimo. Già dalla metà del secolo missionari cristiani andarono a convertire i germani.
Nel 284 d.C. il potere passò nelle mani di Diocleziano (284-304 d.C.), un soldato dalmata di umili origini. Egli si fece monarca con poteri assoluti e una delle sue prime riforme fu quella dell’esercito, con la quale diminuì il numero dei soldati in ogni legione ma aumentò il numero di legioni. Questo perché non voleva che un comandante avesse troppi soldati ai suoi ordini e potesse tentare un colpo di stato. Inoltre divise l’esercito in due parti: le truppe di frontiera e quelle da combattimento. Ciò però comportò un gravame enorme per le casse dello stato.
Egli si spartì il potere con altri tre personaggi di fiducia, dando vita ad una tetrarchia. Infatti divise il regno in quattro parti, ognuna con una propria capitale al confine (In Asia Nicomedia, in Tracia Sirmio, in Italia Milano ed in Gallia Treviri). Inoltre si diede il titolo di Augusto e scelse come collega Massimiano (l’altro Augusto). I due “Cesari” invece erano Galerio e Costanzo Cloro. Alla morte di un “Augusto” doveva subentrare un “Cesare” che, a sua volta, avrebbe nominato un nuovo “Cesare”.
Un’altra riforma molto importante fu quella fiscale. Infatti, per fare in modo che gli imperatori non sperperassero i soldi delle casse statali, lo Stato doveva contare su entrate fisse. Perciò fu calcolato che ad ogni estensione di terra (giogo) corrispondesse un cittadino da tassare (caput); in questo modo però si dovette impedire sia che un cittadino cambiasse residenza, sia che cambiasse lavoro perché ciò avrebbe comportato una perdita di denaro. Per questo il lavoro divenne ereditario ed il figlio di un contadino fu costretto ad essere contadino, il figlio di uno schiavo ad essere anch’esso uno schiavo e via dicendo. In questo modo avvenne una cristallizzazione della società che comportò un malcontento generale.
Per Diocleziano, che voleva controllare ogni aspetto della vita cittadina, l’ampia diffusione del cristianesimo era una minaccia. Nel 303-304 d.C. emanò alcuni decreti per i quali dovevano essere distrutti i luoghi di culto dei cristiani, si dovevano proibire i riti e dovevano essere bruciati i loro libri sacri. Subito dopo iniziarono gli arresti e le condanne a morte, che però non riuscirono a fermare la diffusione di questa religione.
Nel 305 Diocleziano abdicò e varie lotte interne portarono al trono Costantino, che aveva sconfitto il suo rivale Massenzio a Ponte Milvio. Costantino capì che i cristiani erano ben organizzati e che andargli contro non sarebbe servito a nulla; per questo gli concesse la libertà di culto con l’editto di Milano (313), promulgando una serie di leggi a loro favore. Inoltre nel 325 d.C., durante il primo consiglio ecumenico (il concilio di Nicea), l’imperatore intervenne nella discussione contro la dottrina ariana che sosteneva la natura esclusivamente umana di Cristo.
Fondò la città di Costantinopoli sulle rive del Bosforo, sulle rovine dell’antica Bisanzio. Nell’esercito erano sempre più comuni i generali di origine germanica mentre diminuivano le truppe romane.
Nel 375 d.C. i goti, per sfuggire alle incursioni degli Unni, chiesero di essere ammessi nei territori romani. In quell’epoca l’impero era diviso tra due imperatori: Graziano ad occidente e Valente ad oriente. Quest’ultimo accettò che i goti entrassero nel territorio romano e gli diede dei territori in Tracia nei quali stanziarsi. Quei territori però erano aridi e, per questo, i goti assalirono le città romane vicine, arrivando ad uno scontro con i romani ad Adrianopoli (378). Qui l’esercito romano venne annientato.
Sul trono di Costantinopoli fu nominato imperatore Teodosio, generale di origine spagnola. Egli cercò un accordo di pace con i goti. Nel 380 pubblicò insieme a Graziano l’editto di Tessalonica con cui il cristianesimo diveniva religione di stato mentre la religione pagana veniva colpita.
Inoltre eliminò i giochi olimpici, giudicandoli pagani e venne rimossa la statua della Vittoria, fatta costruire da Augusto dopo la battaglia di Azio.
Quando Salonicco si ribellò ad un generale goto, l’imperatore fece uccidere la plebe della città in un teatro. Per questo il vescovo Ambrogio sbarrò l’entrata della chiesa a Teodosio, impedendogli di passare. Quest’ultimo accettò la pubblica penitenza.
Alla morte di Teodosio l’impero fu spartito tra i due figli: ad Arcadio (10 anni) spettò la parte orientale, mentre ad Onorio (17 anni) quella occidentale.
Il vero possessore del potere ad occidente era Stilicone, tutore di Onorio. Egli era un condottiero vandalo che si trovò a dover fronteggiare i goti (sotto la guida del re Alarico). Stilicone rinunciò però ad annientare il nemico e cercò invece di assimilare la popolazione straniera mentre Alarico, indisturbato, si ritirò oltre le Alpi. Questo atteggiamento fece insospettire l’aristocrazia romana che condannò a morte Stilicone (408).
Questo comportò però che i goti che combattevano nelle schiere romane abbandonarono l’esercito e Alarico, indisturbato, saccheggiò Roma (410) per 3 giorni e 3 notti. In seguito si diresse verso la Calabria, ma morì a Cosenza. I barbari lo seppellirono sotto il letto del fiume Busento ed il suo successore, Ataulfo, condusse i goti nelle Gallie dove fondò un regno barbarico (capitale: Tolosa) e sposò la figlia dell’imperatore.
Intanto i Vandali, sotto il re Genserico, riuscirono a penetrare in Africa e conquistarono Cartagine (429-439), il granaio di Roma.
Un’altra popolazione che si fece largo nel territorio italiano fu quella degli Unni. Gli Unni erano un popolo nomade di origine asiatica sotto il comando di una delle più importanti figure della storia: Attila (“il flagello di Dio”).
Inizialmente Attila assalì le popolazioni orientali, devastando le città e deportandone gli abitanti; poi si rivolse verso occidente, attraversando il Reno. Ezio, comandante dell’esercito romano, si alleò con i Visigoti e si mosse contro Attila scontrandosi con lui in Francia (451) dove sconfisse gli Unni.
Decise però di non uccidere il comandante nemico perché pensava che, se gli Unni fossero distrutti, i Visigoti sarebbero rimasti gli unici ad avere potere in Italia.
Attila poté così ritirarsi (episodio della pira di fuoco) e l’anno successivo (452) tornò in Italia, distruggendo prima la città di Tolosa (i cui abitanti sopravvissuti fondarono Venezia), poi dirigendosi verso Roma. Papa Leone I andò incontro al comandante Unno e, ancora non si sa come, riuscì a destarlo dai suoi intenti. L’anno successivo Attila morì.
Approfittando della situazione i Vandali attaccarono Roma (455) e la saccheggiarono per 14 giorni e 14 notti (episodio del papa che patteggia con i Vandali; navi troppo cariche).
Successivamente il potere passò nelle mani di Oreste, un nobile patrizio romano che proclamò imperatore Romolo Augustolo (soprannome per contrapporlo ad Augusto), che regnò solo pochi mesi. Infatti nel 476 d.C. venne deposto dal capo delle milizie barbariche, Odoacre, il quale accettò di governare a nome di Zenone l’Italia. L’impero romano d’occidente si era concluso.

Alla fine del 5° secolo sorsero vari regni, posti sotto sovrani germanici. La classe dirigente era barbarica per quanto riguardava il potere politico e l’esercito, mentre era romana nell’amministrazione della città; per questo si parla di regni Romano-Barbarici.
Tra germani e romani si istaurò una convivenza per la maggior parte dei casi pacifica, tranne che nel caso del regno vandalo dove la classe dirigente romana fu eliminata. Tuttavia il processo di integrazione non poteva essere indolore: tra le due popolazioni c’erano alcuni contrasti, come per esempio quello religioso poiché i romani erano cristiani mentre i germani ariani.
Nelle Gallie si costituì il regno dei Franchi sotto il re Clodoveo (482-511). Egli apparteneva alla dinastia dei merovingi e si convertì al cristianesimo, avendo così l’appoggio della chiesa. Inoltre fece convertire tutta la sua popolazione, favorì i matrimoni misti, fece entrare i romani nel suo esercito ed evitò di stanziarsi nella zona di più antica colonizzazione romana, ponendo la base del suo popolo sulla frontiera del Reno.
L’impero d’oriente intanto riuscì a sopravvivere soprattutto grazie alla sua capitale, Costantinopoli.

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