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Giochi e divertimenti nelle prime civiltà

Elemento essenziale della vita di ogni comunità sono giochi e divertimenti. Essi stimolano la competizione e al tempo stesso abituano gli individui alla vita sociale. Nel mondo antico spesso erano i giochi a preparare i giovani alla guerra e alla caccia: questa importante funzione ne faceva delle attività rituali.
D’altra parte la diversificazione sociale che caratterizza l’affermazione delle civiltà urbane portò alla formazione di una classe sociale predominante che non era direttamente impegnata nelle attività di produzione del cibo (come i contadini o gli allevatori), e che poteva quindi investire parte del proprio tempo e delle proprie risorse economiche in attività di piacere.
Tra gli egiziani uno dei passatempi preferiti dai ceti dominanti era la lettura, specialmente di racconti d’avventura. Ciò si spiega con l’importanza sociale che ricoprivano la scrittura e la lettura in società, come quella egiziana, in cui una burocrazia statuale di scribi aveva un notevole peso sociale. Nei palazzi cretesi si svolgevano probabilmente spettacoli e giochi acrobatici con i tori, per assistere ai quali venivano costruite gradinate e tribune. Un aspetto fondamentale della vita delle póleis greche erano i giochi sportivi panellenici, che includevano gare riservate ai cittadini maschi, adulti, liberi, ed erano dedicate alle divinità. Momento fondamentale nella vita dei cittadini ateniesi era la partecipazione agli spettacoli teatrali (tragedie e commedie) organizzati durante particolari festività.

I giochi panellenici
Dei quattro grandi agoni panellenici, i piú importanti erano i giochi celebrati nel famoso santuario di Zeus a Olimpia, nell’Elide, nella parte nordoccidentale del Peloponneso, bagnata dalle pigre correnti dell’Alfeo. Secondo la tradizione fondati da Eracle, i giochi olimpici si svolgevano ogni quattro anni. Iniziarono nel 776 a.C., anno nel quale Corebo, un atleta dell’Elide, vinse la gara di corsa sulla distanza di uno stadio (circa 200 metri). I giochi duravano cinque giorni e si tenevano verso la fine dell’estate, in agosto o in settembre. Nel primo giorno non si disputava alcuna gara, erano previsti il giuramento degli atleti e la celebrazione di sacrifici agli dei. Le competizioni vere e proprie cominciavano il secondo giorno con le corse dei cavalli, che avevano luogo nell’ippodromo situato, insieme allo stadio, a circa mezzo chilometro dal grande tempio di Zeus. La gara piú prestigiosa era la corsa delle quadrighe, alla quale partecipavano in genere solo concorrenti ricchi e famosi, gli unici in grado di allestire una quadriga. Le altre gare erano simili alle nostre corse di galoppo, dove i fantini gareggiavano a pelo, senza usare la sella e nemmeno gli speroni, che furono inventati molti secoli dopo. Verso la fine di questa seconda giornata si teneva allo stadio la gara del péntathlon, articolata in cinque specialità: lancio del disco, salto in lungo, lancio del giavellotto, corsa e lotta. Il terzo giorno era quasi interamente dedicato ai rituali dedicati a Zeus compresa una lunga processione che si teneva all’interno del recinto sacro. Le uniche competizioni erano tre gare di corsa: una di fondo (la «lunga distanza», che consisteva nel percorrere ventiquattro volte la lunghezza dello stadio), una sulla distanza di due stadi, e una sulla lunghezza di un solo stadio, la gara piú prestigiosa. Il quarto giorno vedeva lo svolgimento delle gare di lotta, di pugilato e di pancrazio (in cui si mescolavano lotta e pugilato); l’ultimo giorno era dedicato ancora alle processioni e ai rituali. A differenza dei giochi olimpici, dove le gare erano esclusivamente sportive, i giochi pitici, che si tenevano a Delfi, presso il santuario di Apollo, erano nati inizialmente come agoni musicali: l’unica competizione era il canto, accompagnato dalla cetra, durante il quale veniva narrata dai concorrenti la vittoria del dio Apollo sul serpente Pitone. Il primo vincitore ricordato fu il cretese Crisotemi. Le gare sportive furono introdotte solo nel 582 a.C.: le gare ippiche si tenevano nella pianura di Crisa, perché a Delfi non era stato possibile costruire un ippodromo. Anche i giochi pitici si svolgevano ogni quattro anni, e al termine delle gare il vincitore riceveva una corona di alloro. I giochi istmici erano molto frequentati e avevano un carattere piú popolare: si svolgevano sull’istmo di Corinto, in onore di Poseidone, ogni due anni. Le piú importanti erano quelle ginniche e quelle ippiche; le competizioni musicali furono affiancate non prima del IV secolo a.C. Il vincitore riceveva in premio una corona di pino. I giochi nemei si tenevano anch’essi ogni due anni, nella valle di Nemea, in Argolide. Erano dedicati a Zeus; si pensava che l’origine dei giochi risalisse alla vittoria di Eracle sul leone di Nemea durante una delle sue dodici fatiche. La corona del vincitore era di apio (una pianta simile al sedano). Il programma prevedeva inizialmente gare ginniche e ippiche; in epoca ellenistica furono inclusi anche gli agoni musicali.

I giochi olimpici

Lo sport nel senso proprio del termine (ossia la gara) e i giochi atletici sono un’istituzione tipica della società greca, assolutamente ignota alle altre civiltà antiche. A partire dal 776 a.C., ogni quattro anni si tennero a Olimpia le gare sacre in onore di Zeus che divennero cosí importanti in tutto il mondo greco da fornire la base per la cronologia (si stabilí infatti di misurare gli anni a partire dalla prima Olimpiade). Le gare erano riservate a cittadini maschi, liberi, adulti e di stirpe greca; erano organizzate dalle anfizionie dell’Elide (la regione in cui si trovava Olimpia) e proclamate per tutte le città da una delegazione che invitava i concorrenti a convenire a Olimpia nei giorni stabiliti. Durante le Olimpiadi qualsiasi operazione militare era sospesa, e chi avesse violato questa «tregua olimpica» sarebbe incorso nel biasimo generale e punito con l’esclusione dalle future competizioni. Il territorio di Olimpia era considerato sacro a Zeus e non era consentito introdurvi armi o compiervi atti di violenza: persino gli eserciti che attraversavano la regione dovevano consegnare le armi alle autorità e ne ritornavano in possesso solo dopo avere oltrepassato i confini. I giochi si svolgevano nell’arco di cinque giorni e comprendevano gare di corsa, lotta, pugilato, péntathlon, corse di cavalli; a margine si tenevano rassegne musicali e poetiche, con la partecipazione degli artisti piú illustri. L’incontro di una folla innumerevole di «tifosi» provenienti da ogni luogo dava origine a dibattiti, patti e intrighi politici: si stipulavano alleanze tra i rappresentanti delle varie città, e ognuno svolgeva propaganda a favore della propria causa. Le Olimpiadi erano le gare piú prestigiose di un mondo che vedeva nello sport un elemento fondamentale della vita pubblica. Ogni città aveva le sue gare, ed esistevano quattro grandi agoni panellenici: giochi olimpici, pitici (a Delfi), istmici (a Corinto), nemei (ad Argo). Chi otteneva il primo premio in tutte e quattro le gare si assicurava una gloria straordinaria: era definito periodonikes, «vincitore in tutto il ciclo dei giochi», e passava alla storia dell’intera nazione come un eroe. I giochi hanno il loro modello ideale nell’areté, ossia nel valore degli eroi omerici; anche la vittoria nelle gare a cui partecipavano i migliori atleti della Grecia era considerata una dimostrazione di areté; e come gli eroi omerici, anche gli atleti aspiravano al kléos, la «fama», conseguente al loro successo nelle gare: entrambe sono idee caratteristiche di una «cultura della vergogna». I vincitori olimpici, infatti, erano festeggiati dalle proprie città con cerimonie pari a quelle riservate a importanti personaggi pubblici: in loro onore si innalzavano statue, si celebravano feste, si scrivevano inni. Uno dei maggiori poeti greci, Pindaro, si specializzò appunto in canti epinici, «canti per la vittoria», destinati all’esaltazione degli atleti vittoriosi durante le celebrazioni. Si esprime dunque nell’Olimpiade uno degli aspetti piú caratteristici della civiltà greca di epoca arcaica: la sfida, la gara, l’aspirazione individualistica a primeggiare sopra gli altri e a essere pubblicamente onorato. Alla fine del secolo scorso, un gruppo di gentiluomini europei guidati da Pierre De Coubertin, decise di resuscitare le Olimpiadi, richiamandosi però a un ideale sportivo cavalleresco, basato sul principio «importante è partecipare, non vincere». Queste parole, è bene ricordarlo, avrebbero enormemente sorpreso gli atleti greci; l’obiettivo che essi perseguivano affonda infatti le sue radici nel principio opposto: solo chi vince ottiene la gloria, mentre gli sconfitti tornano a casa derisi e vergognosi, «per obliqui sentieri nascosti», come diceva Pindaro.

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