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La gente etrusca

Sotto la classe padronale o gentilizia — la cui ricchezza si era creata con l’agricoltura, il commercio, la pirateria — si formò col tempo, a partire dal VII secolo, una sorta di ceto medio anch’esso composto da agricoltori, artigiani mercanti (non pochi di costoro erano stranieri, che prendevano fissa dimora nei centri dove li portavano i loro traffici e magari sposavano donne del posto). Non è pur troppo facile ricostruire l’esistenza di questa gente e di quella che stava al livello più basso della scala sociale, i servi. È evidente che questi servi non costituivano un blocco omogeneo, e che (erano fra loro differenze anche notevoli in relazione alle funzioni che svolgevano. Certo erano molto numerosi. Le fonti di approvvigionamento del personale servile furono dapprima le scorrerie piratesche, poi le guerre (i prigionieri di guerra finivano, come è noto, in schiavitù): e va da sé che schiavi erano i nati da genitori di condizione servile. Mercati di schiavi c’erano poi dappertutto (alcuni internazionalmente noti), e c’erano trafficanti specializzati che facevano soldi a palate trattando questa merce. I prezzi variavano naturalmente secondo la qualità (caratteristiche etniche, nazionalità, età, sesso, forza, bellezza, salute, conoscenza di arti e mestieri, cultura, ecc.).
Pare che le case dei ricchi Etruschi pullulassero di schiavi, adibiti alle più svariate funzioni, non di rado pretestuose. Fra gli schiavi che servivano durante i banchetti, c’erano quelli che mischiavano nelle anfore il vino e l’acqua, quelli che versavano le bevande nelle coppe, quelli che tagliavano le carni, quelli che distribuivano i cibi, e così via. I servi erano, come in tutte le società antiche, alla mercé dei padroni. In Etruria erano, sembra, trattati un po’ più familiarmente e mitemente che a Roma, ma non mancavano certo i padroni capricciosi e crudeli. Le punizioni — frustate per lo più, ma si arrivava alla tortura e alla morte — erano all’ordine del giorno. Non c’erano deterrenti legali contro padroni cattivi o addirittura sadici: si può supporre tuttavia che valesse come freno la disapprovazione sociale. E poi gli schiavi rappresentavano un patrimonio e strumenti di lavoro che si aveva interesse a proteggere e a sfruttare. Lo spettro dei servi era l’ergastolo (il lavoro cioè nelle miniere, nelle cave di marmo quando si cominciò a sfruttarle sistematicamente, nelle paludi per opere di prosciugamento), che si svolgeva in condizioni disumane.
Con il costituirsi di grosse ricchezze terriere e l’estendersi del latifondo si andarono spopolando le campagne. I contadini, che già prima stentavano la vita, sfruttati e vessati dai proprietari, cercavano scampo nei centri urbani. A sostituirli erano gli schiavi, che costavano meno anche se il loro rendimento non era esaltante.
Come dappertutto, gli schiavi in Etruria potevano emanciparsi, grazie al peculio che riuscivano ad accumulare o semplicemente grazie ai meriti che acquisivano. L’affrancamento dipendeva comunque dalla volontà del padrone, nei confronti del quale il liberto (lautni com’era chiamato in lingua etrusca) conservava obblighi importanti. Il liberto aggiungeva al suo nome il gentilizio del padrone, faceva pur sempre parte della famiglia, ma aveva una vita propria, lavorava per sé, poteva sposare una libera o un libero, arricchire, fare carriera.
Basandoci sulle testimonianze figurative e letterarie possiamo farci un’idea di com’erano fisicamente gli Etruschi. Con molta cautela, senza dimenticare il lavoro di idealizzazione degli artisti e i loro modelli culturali: è dall’Asia Minore e dalla Grecia, per esempio, che gli scultori avevano preso la fronte sfuggente, il naso dritto, l’occhio a mandorla e quel sorriso particolarissimo che poi venne assunto a simbolo dell’arte etrusca. Non parleremo quindi semplicisticamente di un “tipo etrusco” sulla scorta di un famosissimo sarcofago di terracotta (metà del VI secolo) proveniente da Cere (Cerveteri), su cui è rappresentata una coppia di coniugi adagiati fianco a fianco sul letto del banchetto funebre, con un viso lei da kore attica, lui tendente al triangolare, con occhi obliqui resici familiari dall’arte egeica.
Catullo e Virgilio hanno parlato rispettivamente di obesus etruscus e di pinguis tirrhenus, varando un’immagine degli Etruschi goderecci e mangioni. che trova del resto qualche riscontro nella scultura, soprattutto in tre sarcofaghi. Uno, proveniente da San Giuliano nei pressi di Viterbo ci presenta sul coperchio una figura coricata sul dorso con un ventre spropositato; un altro, di Tarquinia, mostra un vecchio dalle carni piene che contrastano con guance e collo flaccidi e rugosi; il terzo, conservato nel Museo di Firenze, ci presenta un panciutissimo individuo coronato di fiori (un cavaliere, si direbbe dall’anello all’anulare della mano sinistra), dalla testa semicalva e dagli occhi spalancati, che regge nella mano destra una coppa. Ma possiamo considerare questi personaggi rappresentativi della media degli Etruschi o piuttosto del ceto ricco, godereccio, infiacchito dal benessere e dall’ozio?
Prendendo in considerazione un centinaio di iscrizioni comprese fra il 200 e il 50 a.C. sulle quali figurano le età dei defunti, gli studiosi hanno ipotizzato (con qualche incertezza per la perdurante difficoltà a interpretare alcuni numerali che vi compaiono) una durata media della vita degli Etruschi di 40,88 anni, non disprezzabile per i tempi, ma che non tiene conto della mortalità infantile, allora elevatissima.
Gli Etruschi dovevano essere piccoletti, se vogliamo credere agli scheletri (circa un metro e mezzo per le donne, una decina di centimetri in più per gli uomini). Ma lo erano anche i Romani e molti popoli dell’epoca. Basta guardare nei musei armature ed elmi per rendersene conto.
Da quando si intensificarono i contatti con i Greci, gli Etruschi si ispirarono alla loro moda per l’abbigliamento, che ci appare nei documenti figurativi nel complesso piuttosto vivace ed elegante (poche informazioni ricaviamo dagli autori romani, e solo per gli aspetti dell’abbigliamento che Roma importò dall’Etruria). È ovviamente difficile distinguere l’abbigliamento di tutti i giorni da quello festivo e cerimoniale.
Gli uomini, specie i giovani, stavano spesso seminudi, in casa soprattutto ma anche fuori, accontentandosi del perizoma, un panno annodato intorno ai fianchi a formare come delle braghette. Oppure mettevano un giubbetto. Le persone mature indossavano più spesso la tunica leggera lunga fino ai piedi, pieghettata e ricamata, e quando faceva freddo il mantello di stoffa pesante e colorata.
Le donne si sbizzarrivano di più: tuniche, gonne, corpini, giubbetti, casacche, mantelli colorati ricamati. Soprattutto le gonne colpiscono per loro grazia, con le loro pieghettature, increspature, inamidature, e con le forme svasate che lasciano sospettare cerchi di sostegno. Tutti questi capi di vestiario subirono una evoluzione le cui tappe non è sempre possibile precisare. Alla metà circa del VI secolo risale, per esempio, l’introduzione del chitone di lino, indumento decisamente unisex, anche in una versione corta al ginocchio (più tardi, in epoca ellenistica, si impose fra gli eleganti il chitone attillato con cintura). Vivace fu anche l’evoluzione del mantello: quello classico, di derivazione greca, era rettangolare, ma andò molto di moda anche uno semicircolare che si portava di traverso lasciando una spalla scoperta. Uno dei capi di vestiario più famosi e di più lunga vita è il tebennos. che possiamo ammirare su delle piastre di terracotta provenienti da Cere e conservate nel Louvre (VI secolo): vi è raffigurato un re seduto su una sedia curule che indossa sopra una corta tunica bianca orlata di rosso un mantello purpureo che gli lascia scoperta la spalla destra. Adottato a Roma dai sacerdoti e dai militari, il tebennos evolvette nella toga.
Nella tomba bolognese degli Ori si è trovato un tintinnabulum di bronzo su cui sono raffigurate fasi della lavorazione dei tessuti (cardatura filatura tessitura). Le fibre più usate erano la lana e il lino. Gli Etruschi amavano i colori intensi e le decorazioni, incorporate o applicate.
Ai piedi sandali con suole leggere e cinghie incrociate (ce n’erano con suole di legno anche molto alte, montature metalliche e lacci dorati; altri, semplicissimi, avevano suole di legno basse, fasce a semicerchio e un cordone fra l’alluce e le altre dita). C’erano zoccoli, c’erano stivaletti del tipo che oggi diremmo alla polacca. Derivarono da calzature etrusche gli stivali indossati dai senatori romani (calcei senatorii), con linguette e corregge, che vedono in molte statue romane ma già nella statua dell’Arringatore. Le più tipiche calzature etrusche erano però quelle che i Romani chiamarono calcei repandi, babbucce curve e colorate, forse di panno, con le punte volte in su e la parte posteriore anche molto rialzata. Sta di fatto che i calzolai etruschi godevano di gran fama anche fuori del paese.
I copricapi erano molto in uso in Etruria, più che in Grecia dove si andava prevalentemente a testa scoperta. Ne conosciamo alcuni: a larghe falde adatti a proteggere dalle intemperie, ad ampia tesa con la parte superiore conica (qualcosa di simile al sombrero). E poi berretti, di lana e pelle. Risale all’età arcaica il cappello conico femminile chiamato tutulus, nome un po’ impreciso, applicato anche a un berretto di lana degli auguri e a una pettinatura femminile (capelli avvolti intorno a un nastro). Per le donne tutta la gamma, in pratica, delle pettinature odierne — nodi, trecce, chignons, riccioli —e dei marchingegni per tenerle insieme (reti, spil loni e così via). Farsi i capelli biondi faceva fino. Sempre dai Greci gli uomini presero l’abitudine della barba rasa e dei capelli corti. Chi poteva permetterselo si adornava con ogni sorta di gioielli e monili (spille, diademi, collane, pettorali, bracciali, braccialetti, anelli ciondoli).
In guerra gli uomini si vestivano e armavano come quelli degli altri paesi. Le armi erano lance, giavellotti, spade lunghe e corte, sciabole ricurve, pugnali, asce (magari a doppio taglio), mazze, archi, fionde. Per proteggersi elmi e scudi di varia forma, corazze (dapprima in tela con borchie bronzee tonde o quadrate, poi interamente in bronzo), schinieri. Un periodo cruciale dell’evoluzione dell’armamento fu il VI secolo, con il passaggio dalla tecnica di combattimento di tipo eroico (corpo a corpo) a quella che implicava l’uso di masse (fanteria oplitica e cavalleria). I modelli greci allora prevalsero nettamente su quelli centroeuropei: elmo conico di tipo ionico o calcidese: scudo rotondo in lamina bronzea; schinieri di bronzo a proteggere le gambe spadoni di ferro a scimitarra. Nei secoli successivi la tecnica di combattimento della falange e della cavalleria si consolidò, e le armi si perfezionarono: si diffuse l’elmo a calotta con paranuca e paraguance, le corazze adottarono la forma anatomica e gli spallacci (bretelle), lo scudo mantenne la forma rotonda ma aumentò di dimensioni.
Quanto al carattere degli Etruschi, non possiamo non registrare le testimonianze degli antichi scrittori, tenendo però presente l’invidia che la potenza e il benessere degli Etruschi potevano suscitare e lo sconcerto suscitato da alcuni aspetti singolarmente liberi e spregiudicati del loro costume. Li si considerava, e probabilmente erano, crudeli: ma la crudeltà era di casa nel mondo antico. Certo non contribuivano a migliorare la fama degli Etruschi, sotto questo profilo, l’avere essi esercitato su larga scala e molto fruttuosamente la pirateria e fatti come quello che abbiamo riferito, la lapidazione in massa dei Focesi catturati nella battaglia di Alalia. Virgilio dice peste del re di Cere, Mesenzio, che si divertiva a legare faccia contro faccia uomini vivi a cadaveri lasciandoli morire nel fetore e nella putredine. Crudeltà insomma spinta al sadismo. Oltre che crudeli, gli Etruschi erano accusati in antico d’essere goderecci, lussuriosi, ghiottoni. Una delle fonti più citate in questo senso è Teopompo (IV secolo a.C.) — riportato da Ateneo (II-III secolo d.C.) nel suo Dipnosofisti — considerato peraltro anche anticamente una solenne malalingua. Ciò che sembra particolarmente colpirlo è la condotta delle donne, liberissima. Avevano grande cura del corpo, sfoggiavano seminudità o nudità, bevevano a più non posso. Quanto agli uomini, erano donnaioli sfrenati e accettavano la promiscuità sessuale, non disdegnavano i ragazzetti, facevano l’amore in pubblico senza pensarci due volte, si depilavano.
Il filosofo Posidonio di Apamea (II secolo a.C.) —riportato da Diodoro Siculo (I secolo d.c.) nella sua Biblioteca storica — dà un giudizio degli Etruschi un po’ più equilibrato. Anch’egli tuttavia parla di lusso eccessivo e di mollezza di costumi: si fanno imbandire due volte al giorno tavole sontuose, si fanno servire da nugoli di schiavi, alcuni bellissimi e vestiti con sconveniente eleganza. Questo infiacchimento dei costumi è secondo Teopompo imputabile alla illimitata feracità del territorio etrusco. È da Posidonio che apprendiamo l’origine etrusca della tromba (detta “tirrenica”), del fascio littorio, della sedia d’avorio, della toga con orlo purpureo, e la perizia degli Etruschi nelle scienze naturali e nella teologia.
La famiglia etrusca non differiva sostanzialmente dalla romana e dalla greca (più simile semmai alla romana per l’indiscussa autorità del pater familias), tranne per la posizione delle donne. Era questo che stupiva e scandalizzava (abbiamo citato in proposito Teopompo) le altre nazioni. Si desume, l’importanza maggiore delle donne dal fatto che sempre nelle iscrizioni il loro nome è preceduto dal prenome e per tutti, maschi e femmine, si dà non solo la paternità, ma la maternità. Certo è che le donne etrusche non stavano chiuse nel gineceo, la loro virtù non era misurata solo sulla pudicizia, sulla bravura nell’accudire alla casa e nel filare. Partecipavano a tutti gli aspetti della vita privata e pubblica (ai banchetti, ai giochi, alle cerimonie), e attivamente alle carriere dei mariti. Tito Livio racconta per esempio il ruolo che ebbe Tanaquilla, donna di nobile famiglia, nella fortuna del marito Lucumone (figlio di un greco immigrato). Lucumone divenne, niente meno, re di Roma, con il nome di Lucio Tarquinio Prisco. Ma ancora dopo la morte di Tarquinio, Tanaquilla ebbe parte determinante nell’elezione a re del proprio genero, Servio Tullio.
Un’altra di queste donne energiche e influenti, Urgulanilla, moglie di un certo Plauzio di cui non sappiamo nulla, frequentò la corte di Augusto sfruttando la grande amicizia con l’imperatrice Livia. Una sua nipote sposò un nipote di Livia, Claudio, un giovane infelice (miisellus lo definiva preoccupato l’imperatore), considerato più o meno l’idiota della famiglia. Questo misellus però mise a frutto i rapporti che grazie al matrimonio stabilì con l’ambiente dell’aristocrazia etrusca, ebbe accesso agli archivi di molte famiglie importanti, e divenne, oltre che imperatore, un valente etruscologo. Se ci fosse rimasta la sua storia degli Etruschi in venti libri — purtroppo andata perduta — il mondo etrusco presenterebbe per noi molti meno misteri.

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