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Etruria

Le maestranze orientali, giunte in Etruria nel corso del VII secolo a.C., rinnovano il repertorio decorativo delle officine locali e iniziano una produzione di beni di lusso che poteva soddisfare le esigenze locali. Non fu solo la mancanza di una tradizione artistica stabile a chiamare in questo territorio artigiani immigrati, quanto piuttosto la disponibilità dei recenti àristoi ad accogliere determinati prodotti: il rapido incremento della sovrapproduzione aveva favorito, in altri termini, l'emergenza di una classe che era anche disposta ad acquisire beni di lusso. Le fonti di arricchimento derivarono probabilmente dal progresso dell'attività estrattiva: rame e ferro, che si ricavavano in varie zone della Toscana, costituivano la principale fonte di approvvigionamento. La più pressante richiesta di metalli provocò la crescita di questo settore produttivo. Già dall'età arcaica, infatti, presso Campiglia Marittima, esistono le prove archeologiche di un procedimento, sia pure embrionale, di raffinamento del rame. L’attività artigianale a Vetulonia sembra interessare in questo momento soprattutto la bronzistica: gli arredi domestici, gli oggetti d'uso, hanno una larga rappresentanza nelle tombe mostrando un'alta specializzazione tecnologica, ma anche un certo senso decorativo. Le figurine fuse di uomini e scimmie, spesso accomunati nei loro connotati, ritornano come tema figurativo e con identico aspetto formale anche sui pendagli d'ambra.
Avorio e ambra rinvenuti in blocchetti informi nelle tombe vetuloniesi indicano che, accanto alla più diffusa attività dei metallurgi, doveva svolgersi anche un tipo di artigianato legato all'intaglio di materiali come l'avorio, l'ambra, e presumibilmente il legno.

Ceramisti e Orafi
La posizione dei ceramisti etruschi dell'area meridionale, che mutuano da quelli greci non solo le tecniche più avanzate ma anche i modelli di organizzazione delle officine, non doveva essere differente: in un momento in cui la scrittura è ancora patrimonio degli àristoi, come ci è dato vedere dalle iscrizioni presenti nelle tombe più ricche, non solo i maestri orafi ma anche i ceramisti fanno parte del ceto alfabetizzato e adoperano la scrittura sia per «firmare» le loro opere, sia per usare contrassegni di richiamo nel giustapporre elementi in vasi montati con vari pezzi. Nel vasellame, alla decorazione incisa a bulino, se ne aggiunge anche un'altra, realizzata con minuscoli granuli d'oro disposti in file. L'abilità degli artigiani si manifesta soprattutto nelle gioiellerie, decorate da elementi plastici aggiunti, a tutto tondo, o in basso rilievo, essenzialmente figure del repertorio animalistico orientale, che animano la superficie di fibule e bracciali, mentre diademi e pettorali, in lamina più sottile, sono decorati a stampo. Tutta questa produzione di lusso, fornendoci esclusivamente oggetti legati al prestigio personale, difficilmente ci restituisce figurazioni nelle quali possono individuarsi contenuti specifici, relativi alla mentalità della committenza. La stessa cultura figurativa orientale, che è a monte di queste esperienze, non va mai al di là di uno scopo meramente decorativo. La merce ricevuta, al pari di quanto poteva accadere per tessuti preziosi, forniva modelli iconografici già consunti dalla routine artigianale, destinati a una clientela che poteva riconoscere in simili acquisizioni solo la propria supremazia economica.

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