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Perugia e i suoi principes

Le fonti su Perugia sono tarde e alcune devono essere interpretate perché conservano notizie di carattere mitico apparentemente false o inattendibili. Giustino, epitomatore di Pompeo Trogo vissuto in età antonina (II-III secolo), riassumendone l’opera avrebbe anche desunto alcune notizie su Perugia etrusca: essa sarebbe stata fondata dagli Achei (1400-1200 a.C.) nel periodo dei nòstoi. Molte città etrusche rivendicavano origini mitiche legate alla guerra di Troia, cioè alla grande conflagrazione in cui si confrontarono Greci e Troiani; questo valse anche per Roma, fantasticamente fondata da Enea . Siccome Perugia sarà distrutta, quasi rasa al suolo, è chiaro che si crei, o immediatamente prima o immediatamente dopo, questo mito . Un’altra interessante testimonianza, risalente ad un autore ancora più tardo, è Servio (fine IV inizio V secolo); a suo avviso non sappiamo chi abbia fondato Perugia, ma ci dà la testimonianza di due teorie che all'epoca dovevano essersi diffuse: secondo alcuni il suo cònditor (fondatore) sarebbe stato Aureste , secondo altri gli abitanti di Sarsina, in questo caso umbri. Gli studiosi ritengono che in entrambe le teorie ci sia una parte di verità: ricollegare la fondazione a Sarsina è un tentativo di mettere in evidenza i continui rapporti fra l’area etrusca e quella umbra, unite dal Tevere , mentre la teoria relativa ai due fratelli , che mette in connessione e dà contemporaneità alla fondazione di Felsina e di Perugia, contiene una parte di verità in quanto Felsina, la città più importante di un sistema di comunità prima villanoviane e poi chiaramente etrusche (Marzabotto, Spina, Adria), si sviluppò nell'area Padana intorno al VI secolo così come l’acropoli di Perugia (seconda metà del VI secolo). Le prime consistenti presenze etrusche nell'area perugina sono testimoniate da frammenti di ceramica villanoviana di VIII secolo, quasi tutte rinvenute in pianura (Ponte San Giovanni) o in aree perilacustri (lago Trasimeno) e non sui colli, che solo in seguito (dopo quasi due secoli) ospitarono il centro urbano. Dunque, si deve pensare che anche a Perugia, come in altre aree (Chiusi, Cortona, Arezzo, Cerveteri, Tarquinia), si arrivò a forme embrionali di urbanizzazione soltanto dopo una lunga fase di insediamento sparso per villaggi. In questo periodo (dall'VIII al VI secolo) a Perugia si trovavano solo necropoli, molto importanti per ciò che contengono: esse ci parlano di quei principes di cui altrove possiamo ricostruire le dimore, definibili alla stregua di capi semi-tribali; essi dominavano a mano armata un territorio non ancora urbanizzato, si arricchivano con razzie e rapine di bestiame, di terra, animali, uomini, etc. Dunque, si stavano creando gerarchie all'interno di una società improvvisamente disomogenea, ora composta da persone molto ricche e altre asservite . Questi principes si facevano seppellire con i loro finimenti equini, con il carro , le armi ed una grande quantità di vasellame di rappresentanza ; a San Valentino di Marsciano sono stati ritrovati i resti dei cosiddetti Tripodi Loeb, in bronzo, mentre a San Mariano di Corciano è stato ritrovato un carro da parata a due ruote, con la cabina innestata sull'asse in cui esse giravano. La localizzazione dei due complessi è molto importante: San Valentino era su una via che collegava Orvieto con Perugia e l’alta valle del Tevere, San Mariano dominava la via di comunicazione verso Chiusi o Perugia. È dunque probabile che l’accumulo di ricchezze per questi princeps, oltre che sul possesso della terra, fosse anche basato sul controllo delle principali vie di comunicazione: in questo modo essi potevano sia smerciare i propri prodotti verso l’interno della penisola, o al di là degli Appennini, sia recepire le merci degli Umbri . Gli studiosi sono ormai concordi sulla grande attività commerciale, basata sugli scambi di prodotti e merci d’importazione dall'Oriente, che questi gruppi principeschi conducevano. Il fronte di un sarcofago trovato nella necropoli dello Sperandio a Perugia ha avuto oggi un’interpretazione differente da quella normalmente tràdita: esso rappresentava certamente una sorta di cortè di prigionieri ma, mentre per alcuni si tratta del trasferimento di un gruppo familiare complesso al di là degli Appennini, per altri esso rappresenta un’impresa di razzia di cui il morto committente si sentiva fiero, perché aveva avuto come risultato prigionieri, gregge ed il bottino di cui i muli sono carichi. Infatti, al di là della sorte dell’individuo deposto in questo sarcofago, proprio la razzia, la rapina fatta a mano armata contro il vicino riflette le abitudini di un intero gruppo sociale che a livello piratesco operava una delle prerogative essenziali per l’arricchimento economico. Ciò che di questa sequenza impressiona è la straordinaria somiglianza con quelli che saranno i cortei celebrativi dei generali romani . In alcune zone dell’Etruria sono state ritrovate anche cospicue tracce delle splendide residenze di questi prìncipi, costruite a partire dalla metà del VII secolo; esse prendono a modello le antiche residenze anatoliche , mostrandosi architetture monumentali articolate perché costruite per famiglie gentilizie allargate. Queste residenze prevedono un cortile interno porticato su tre lati avente una copertura di legno, ma la cosa più interessante è costituita dalle decorazioni fittili dei tetti: sui punti principali erano poste statue e rappresentazioni di esseri umani, maschili e femminili, assise e sedute in posa . Le statue dovevano rappresentare antenati quasi santificati, posti a controllo del territorio su cui i principi dominavano, cioè dell’area circostante. In fasi più tarde, in fondo al cortile si è trovato un sacello, un sacrario per questi antenati divinizzati, ora presenti in forma di piccole statue , una fase culturale e religiosa di queste residenze che ha suscitato interesse perché dimostra la compresenza all'interno dell’ambito domestico di religioso e civico, un’associazione che lentamente si dissolverà portando il religioso all’esterno delle case, spesso in templi ad esse affiancati. Il portare fuori dalle abitazioni i propri santi, cioè gli antenati divinizzati, diverrà frequente nel momento in cui i prìncipes, divenuti membri di una oligarchia regnante sulla comunità, si inurbano e costruiscono una polis, accettando di darsi leggi isonomiche (uguali per tutti) e di convivere con altri principi e gruppi sociali plebei. Questa fase è stata definita democratica in quanto i principi, pur dominando un’oligarchia, sottostavano a leggi e istituzioni valide per tutti. Il processo di inurbamento dei principi a Perugia fu molto lento: se le necropoli scavate conservano resti della loro realtà sociale databili all'VIII secolo, i primi resti di Perugia città risalgono soltanto alla seconda metà del VI . L’inurbamento di questi principi e la costruzione di una polis a Perugia sono dimostrati dalla scoperta di un alfabetario, evidentemente utilizzato a scuola ed inciso nella parete esterna di una coppa, rinvenuto in uno scarico di viale Pellini. Le necropoli sorte fra la metà del VI e fine del VII secolo a Perugia sono addossate alle alture , tanto che lo spazio per i vivi era molto limitato: l’area urbanizzata a Perugia doveva essere relativamente modesta. L’unica altra notizia che abbiamo della realtà etrusca perugina è la sua entrata nella Dodecapoli , nella quale Perugia ebbe una posizione di rilievo in alcuni periodi. L’unico dato certo riguardo alla Dodecapoli è un culto che accomunava le dodici città, ovvero quello del Fanum voltumnae. Il tempio di Voltumno, che Varrone definisce il “dio princeps dell’Etruria”, è a Volsini (vicino ad Orvieto) e viene citato nel rescritto di Spello. Esso rimarrà tempio federale degli Etruschi attraverso i secoli, poi di Etruschi ed Umbri ancora all’epoca della riorganizzazione dioclezianea, cioè quando Tuscia ed Umbria (due regioni distinte in età augustea) verranno unite insieme.

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