L'età di Diocleziano

Nel 285 il lungo periodo di anarchia militare finì con l'avvento al trono di un geniale imperatore illirico, Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. Con ferrea determinazione Diocleziano portò a termine le riforme iniziate dai suoi predecessori e attuò una vera e propria rifondazione dell'impero su nuove basi. Per un ventennio l'imperatore portò avanti una straordinaria attività su tutti i fronti possibili: militare, economico, sociale, istituzionale, amministrativo ecc. Diocleziano seppe circondarsi di amici fedeli e fu uno dei pochi imperatori, dai tempi di Settimio Severo, a non subire morte violenta.
Con lui inizia dunque una nuova epoca, la cosiddetta tarda antichità: a lungo essa è stata considerata un periodo di decadenza, in quanto prelude al crollo dell'impero d'Occidente e all'inizio del Medioevo; oggi si tende i9nvece a considerarla un periodo con tratti ovviamente molto diversi da quelli del primo e secondo secolo, ma in cui l'impero romano non sembra affatto un organismo stanco o in decadenza e ciò in buona misura grazie alle riforme attuate da Diocleziano.

L'avvento del nuovo imperatore

Poche e frammentarie sono le notizie sulla giovinezza di Diocleziano. Sappiamo che era di umili origini e che proveniva dalla Dalmazia, ma la data e il luogo di nascita sono oggetto di varie congetture, nessuna del tutto convincente. La carriera di Diocleziano si svolse interamente nell'esercito, dove un giovane brillante, partendo dai gradi più bassi, poteva sperare di giungere fino a quelli medi e a quelli superiori.
Diocleziano militò dunque in Gallia ai tempi di Aureliano, poi, intorno al 280, diventò comandante dell'esercito stanziato in Mesia, incaricato di difendere il confine danubiano. Nel 282, quando divenne imperatore Marco Aurelio Caro, Diocleziano prese parte alla spedizione del nuovo imperatore contro i Sasanidi, dove accaddero gli avvenimenti fondamentali per la sua ascesa al trono: Caro, infatti, morì improvvisamente e il suo inetto figlio Numeriano, sostenuto dal suocero Lucio Apro, gli succedette; ma nel 284, nelle vicinanze di Nicomedia, Numeriano fu trovato morto; Lucio Apro fu sospettato di averlo ucciso e venne immediatamente giustiziato, secondo alcune versioni dallo stesso Diocleziano, che l'esercito acclamava augusto.
Il fratello di Numeriano, Carino, dichiarò Diocleziano un usurpatore e gli mosse guerra dall'Italia. Lo scontro decisivo avvenne nel 285 nei pressi dell'attuale Belgrado: l'esercito di Carino vinse la battaglia, ma Carino stesso rimase ucciso e Diocleziano si trovò così, fortunosamente, a poter governare senza rivali.

La riorganizzazione dell'impero

Appena ottenuto il potere supremo, Diocleziano si rese conto che un solo uomo non poteva governare un impero tanto vasto e complesso. Scelse dunque un ufficiale fedele, Massimiano, dotato di ottime qualità militari, ma non abilissimo sul piano politico, e lo nominò suo vice, affidandogli il governo della parte occidentale dell'impero e riservando a sé quella orientale. Nel 286 Diocleziano nominò Massimiano augusto e sancì quindi la presenza di due imperatori. La scelta di Massimiano si rivelò felice: l'amico non mise mai in dubbio la superiorità di Diocleziano, da cui dipendeva il proprio potere, e d'altro canto coadiuvò abilmente l'imperatore nella realizzazione dei suoi progetti. Le due parti dell'impero avevano per capitali politiche e amministrative rispettivamente Milano e Nicomedia, mentre a Roma veniva lasciato il ruolo di capitale simbolica.
Nel 293, a fronte delle difficoltà crescenti a controllare i confini e a reprimere le rivolte che scoppiavano in molte zone dell'impero, Diocleziano elaborò il sistema della tetrarchia: ciascuno dei due augusti scelse un proprio cesare, destinato a succedergli dopo vent'anni di regno; una volta diventati augusti, i nuovi sovrani avrebbero dovuto a loro volta scegliere dei cesari. La tetrarchia, nelle intenzioni di Diocleziano, avrebbe risolto una volta per tutte il problema della successione; in questo senso, in realtà, essa non funzionò affatto. Tuttavia, ebbe un effetto positivo perché di fatto suddivise l'impero in quattro zone, ciascuna delle quali risultava ben controllabile dall'augusto o dal cesare che ne era responsabile.
La riforma politico-amministrativa di Diocleziano non riguardò solo l'istituzione della tetrarchia. Egli decise infatti di suddividere il territorio dell'impero in dodici diocesi e in cento province. In questo modo, ciascuna provincia finiva per essere relativamente piccola, sicché i governatori non avevano la possibilità di accumulare nelle proprie mani troppo potere e minacciare quindi la stabilità del governo centrale.

La riforma fiscale
Alle riforme politiche e amministrative Diocleziano affiancò una serie di riforme in campo burocratico e fiscale, destinate a un impatto profondo e duraturo. Erano infatti riforme che portavano a compimento una lunga evoluzione, iniziata durante il periodo dei Severi e dell'anarchia militare, con gravi implicazioni economiche e sociali.
La divisione in diocesi e province fu alla base di un nuovo sistema fiscale, che eliminava antichi privilegi ed esenzioni: in particolare, l'Italia fu equiparata alle altre zone dell'impero; solo Roma, per il suo valore simbolico, rimase esente da tasse.
Le tasse furono calcolate in base alla capacità produttiva dei terreni e al numero di persone che vi lavoravano: i proprietari terrieri dovevano quindi pagare una tassa su ciascun dipendente e su ciascun lotto di terra. Le tasse potevano essere versate in denaro o in natura.
Artigiani e commercianti pagavano in base a un complesso sistema di calcolo che teneva comunque la produzione agricola come punto di riferimento.

I provvedimenti economici e sociali

La riforma fiscale di Diocleziano, che usava la produzione agricola come punto di riferimento, affrontava di un fenomeno in atto da tempo, e cioè la progressiva perdita di importanza delle città e il loro lento spopolamento a vantaggio delle campagne: in un periodo di disordini politici e militari, le città erano infatti meno sicure, mentre le campagne garantivano almeno la sopravvivenza. Lo spopolamento delle città andava di pari passo con la crisi dei commerci: nel corso del terzo secolo si era infatti assistito a un vero e proprio tracollo del commercio su larga scala e su lunghe distanze; l'attività commerciale si era ridotta nella maggior parte dei casi all'ambito locale o regionale, cosa che evidentemente accentuava l'impoverimento di alcune zone, soprattutto nella parte occidentale dell'impero.

Per ovviare a questo fenomeno, Diocleziano prese alcuni importanti provvedimenti economici, tutti però destinati al fallimento. Tentò di ridare valore al denaro emettendo monete d'argento con una maggior quantità di metallo prezioso rispetto al passato, ma le nuove monete scomparvero quasi immediatamente dalla circolazione, finendo tesaurizzate. Per contenere l'inflazione, nel 301 emanò il celebre Edictum de pretiis rerum venalium, con cui si fissava il prezzo massimo di numerosi prodotti. L'effetto, come sempre quando un governo impone un calmiere, fu il sorgere di un fiorente mercato nero, cioè di un'economia parallela in cui i beni calmierati erano venduti, illegalmente, a prezzi maggiori anche di quelli che avrebbero avuto in una situazione di mercato “normale”. Diocleziano dovette quindi ritirare l'editto di tre anni dopo averlo emanato.
L'impoverimento generale spingeva molte persone ad abbandonare le proprie attività, non più redditizie. Diocleziano pensò di risolvere il problema vietando agli abitanti dell'impero di scegliere la propria professione: nessuno poteva rinunciare alla propria attività o cambiarla, ma soprattutto i figli erano tenuti a continuare il lavoro paterno, con pochissime eccezioni. Anche gli amministratori civili incaricati della riscossione delle imposte furono costretti a ereditare la loro professione.
E' evidente che questo sistema da un lato garantiva il buon funzionamento della macchina statale e facilitava enormemente la riscossione delle imposte, ma dall'altro contribuiva all'irrigidimento della società e cristallizzava quella distinzione tra humiliores e honestiores. Tra le conseguenze di questo insieme di fenomeni va ricordata la diffusione del cosiddetto patrocinium: i contadini, aggravati di debiti ed esposti ai soprusi dei funzionari imperiali, si ponevano sotto la tutela dei proprietari fondiari e diventavano servi.

La riforma dell'esercito

Diocleziano ristrutturò profondamente anche l'esercito, aumentando il numero dei soldati e dividendoli in due categorie ben distinte: i limitanei, truppe numerose, ma non molto specializzate, incaricate della difesa dei confini; e il comitatus, o exercitus comitatensis, truppe scelte in grado di spostarsi rapidamente e intervenire laddove necessario. In pratica, i limitanei erano soldati-coloni che avevano il compito di contenere i nemici finché non arrivavano gli uomini del comitatus, cioè i legionari veri e propri, a respingerli efficacemente.
Tutta l'attività politica di Diocleziano mirava al rafforzamento delle strutture statali: lo sviluppo dei meccanismi burocratici e l'abolizione di distinzioni e privilegi serviva a razionalizzare il fisco: i proventi del fisco servivano a finanziare la macchina statale e in particolare l'esercito; l'esercito stesso era incaricato di difendere i confini dai nemici esterni e di garantire l'unità dell'impero.

La persecuzione contro i cristiani

Il complesso meccanismo amministrativo e burocratico stabilito da Diocleziano dipendeva dall'autorità imperiale, cioè dai due augusti e dai due cesari che governavano le quattro grandi zone in cui era diviso il territorio romano. Per rafforzare tale autorità Diocleziano accentuò il carattere autocratico che l'impero era venuto assumendo dai Severi in poi e attribuì alla figura dell'imperatore tratti semidivini: egli stesso assunse l'appellativo di Giovio, mentre Massimiano quello di Erculio; gli imperatori si mostravano in pubblico solo in rare occasioni, e sempre nell'ambito di complesse cerimonie che suggestionavano la fantasia delle masse e trasmettevano l'idea dell'irraggiungibilità del sovrano; a conferma della sua natura sovrumana, l'imperatore esigeva che i pochi ammessi alla sua presenza si prostrassero toccando il terreno con la fronte, come davanti a un dio, secondo il rito della proskynesis. Con Diocleziano si attuava così il sogno di Nerone, di Caligola, di Elagabalo: anche a Roma la sovranità assumeva i caratteri tipici della tradizione orientale, il principato di Augusto si trasformava definitivamente in una sorta di teocrazia.
Il cristianesimo si contrapponeva inevitabilmente a questa politica: i cristiani, che nel corso del terzo secolo erano diventati molto numerosi sia tra le classi popolari, sia tra quelle abbienti, non rifiutavano il regime autocratico, né si ribellavano all'idea di pregare per l'imperatore, ma non potevano accettare la divinizzazione del sovrano, che invece era parte essenziale della politica di Diocleziano. Nel 303-304 Diocleziano intraprese quindi una vera e propria campagna contro i cristiani, dando vita alle più gravi persecuzioni che la storia ricordi. L'iniziativa era però destinata a fallire, sia per la resistenza dei cristiani, sia soprattutto per la contrarietà della classe dirigente imperiale, che intravedeva una strada più efficace nella collaborazione tra impero e cristianesimo.

Hai bisogno di aiuto in Storia Antica?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email