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Diaspora

Con il termine “diaspora” ci si riferisce alla dispersione di una comunità che vive lontana dalla propria madrepatria. In questo senso la diaspora non è un fenomeno esclusivamente ebraico, ma ha avuto un ruolo determinante nella storia di questo popolo. Dalla storia più antica di Israele fino ai giorni nostri comunità ebraiche vivono e fioriscono lontano dalla terra d’origine. La nascita di questi centri è quasi sempre violenta. Con la caduta di Gerusalemme e l’esilio babilonese un numero ingente di Ebrei venne deportato in Mesopotamia. Al momento del rientro, gruppi anche numerosi decisero di rimanere nella regione, dando vita a comunità plurisecolari la cui esistenza riecheggia nella Bibbia nel libro di Tobia, che vive con la sua famiglia a Ninive (è questa la prima diaspora).

Nel periodo di dominazione persiana, gli Ebrei erano stati utilizzati in Egitto come soldati e avevano avuto in cambio terra da coltivare. Il loro passaggio è ben evidente a Elefantino, una cittadina dell’Alto Egitto, in cui sono stati trovati documenti ebraici risalenti al VI secolo a.C. La diaspora ebraica ebbe una fase di forte incremento tra il III e il II secolo a.C.

Comunità ebraiche fiorirono in tutto il Mediterraneo orientale, solo in parte originate da deportazioni: anche il clima di grande mobilità sociale favorì lo spostamento di persone e l’accoglienza di diverse culture. In questa seconda fase, i centri più importanti furono Alessandria, nel delta del Nilo, e Antiochia in Siria.
L’ultimo impulso alla diaspora, il più tragico, si ebbe nel 70 d.C., quando i Romani conquistarono Gerusalemme, e nel 133 d.C, quando, a seguito di una violenta rivolta, fu vietato agli Ebrei persino di avvicinarsi alla città: a questa data si fa risalire l’inizio della diaspora dell’intera popolazione ebraica.

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