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Dopo il delitto di Cesare, il 15 Marzo 44 a.C. i congiurati si asserragliarono sul colle del Campidoglio, perché era in una posizione più difendibile. Ma già il 16 marzo compresero che erano illusori i loro piani di ristabilire il pieno funzionamento delle istituzioni repubblicane e di annullare gli atti politici di Cesare. Scesi nel Foro si resero conto che i soldati di Cesare volevano vendicarne la morte. Per questo, ritornati sul Campidoglio, iniziarono trattative con Marco Antonio e con Lepido. Il primo, carico di debiti, dedito al gioco e a varie dissolutezze, era popolare tra i soldati. Il secondo disponeva di una legione alle porte di Roma, che lo attendeva per partire con lui alle volte della Gallia Narbonense e della Spagna Citeriore, le province che gli erano state assegnate da governare. Trovato un accordo tra cesariani e repubblicani, il Senato nella seduta del 17 marzo prese all'unanimità due decisioni pacificatrici: si concesse completa amnistia ai cesaricidi e si confermò la validità degli atti con cui Cesare aveva predisposto il governo di Roma e delle province per il 44-41 a.C, con le quali fra l’altro si assegnavano importanti incarichi ad alcuni congiurati. Un fatto imprevisto si verificò il 18 marzo quando alla lettura del testamento di Cesare in casa di antonio, quando si scoprì che il padrone di casa non era affatto indicato come successore di Cesare, né menzionato fra gli eredi del patrimonio. Antonio dunque volendo evitare che il ruolo gli fosse conteso dal giovane Ottavio, impose che le esequie di Cesare avvenissero pubblicamente. Il 20 marzo durante i funerali tenne un’orazione declamatoria con gesti teatrali, che accese gli animi dei popolani spingendoli inferociti verso le case di Bruto e Cassio, che si allontanarono da Roma, come d’altronde tutti i congiurati, uno alla volta, Cicerone compreso.

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