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Dalla Repubblica all'Impero

• Come in tutte le città-stato, nella Roma repubblicana la politica viene decise nelle assemblee. E i romani vedono in questo l’affermazione della loro liberta di cittadini, di cui vanno fieri,. Ma a, cinque secoli dal momento in sui sono state istituite, le assemblee repubblicane sono diventate uno strumento assolutamente inidoneo a governare uno stato enorme e complesso, impegnato in continue guerre e dilaniato da conflitti interni che hanno seminato lutti e terrore nella popolazione. In particolare, l’ultimo secolo della repubblica, insanguinato da laceranti guerre civili, ha stremato i romani, inducendoli ad accettare l’idea di un mutamento del sistema politico, capace di garantire finalmente la pace.

• Augusto sfrutta questo momento, riuscendo a concentrare nelle sue mani tutti i poteri di governo, senza modificare formalmente la costituzione repubblicana. In altre parole egli accetta su di sé, a poco a poco, i poteri di un vero e proprio sovrano, senza peraltro mai assumere questo titolo, e lasciando ai romani l’illusione di aver mantenuto la loro libertà di autogovernarsi. Ha così inizio, senza traumatici mutamenti costituzionali, una fase nuova e completamente diversa della storia di Roma, che va- per il tempo della vita di Augusto- sotto il nome di “principato” e che diviene successivamente un vero e proprio impero.

• Degna di attenzione, e tipica dei romani, è la politica con la quale essi riescono a governare un numero enorme di sudditi, sparsi su territori sterminati. A chi accetta le loro condizioni, elargiscono varie concessioni, la più ambita delle quali è il riconoscimento della cittadinanza. Divenuti cittadini, i popoli sottomessi8 godono non solo di una serie di vantaggi materiali e delle fondamentali garanzie giuridiche, ma anche della possibilità di intraprendere la carriera politica. Essi si sentono dunque veramente romani e condividono l’orgoglio, abilmente propagandato, di essere parte della città che comanda il mondo. In questo senso, per usare le parole del poeta Rutilio Namaziano, i romani riescono”a far diventare una città quello che prima era il mondo”. Per questa loro capacità vanno certamente ammirati: ma sempre tenendo presente, anche se la storia ne ha cancellato la voce, il prezzo altissimo pagato da quelli che non vollero piegarsi alle loro regole.

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