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Cultura Greca

In Grecia, nel cosiddetto «Medioevo» ellenico furono i poemi omerici a svolgere una funzione didattica, sia per quanto concerneva gli eventi storici da tramandare, sia per quanto riguardava i valori, le regole di comportamento, le tecniche artigianali da osservare.
A Sparta l’istruzione degli spartiati iniziava all’età di sette anni e si protraeva, lontano dalla famiglia e in un regime particolarmente rigido, fino a diciannove, sotto la guida di un educatore che addestrava i giovani alla guerra. Nella vita e nella formazione del cittadino ateniese era fondamentale il periodo dell’efebía, in cui il giovane si preparava alla formazione militare e all’ingresso nella società adulta. Le donne non ricevevano alcun tipo di educazione; anche per loro esistevano tuttavia cerimonie di iniziazione, attraverso le quali potevano accedere al mondo delle donne adulte.
Nell’Atene del secolo V a.C. l’istruzione dei cittadini cominciò a differenziarsi e si diffuse l’insegnamento dei sofisti, finalizzato soprattutto al saper parlare e argomentare. Il modello greco dell’istruzione divenne un punto di riferimento nella formazione delle classi dirigenti macedoni e romane: esemplare a questo proposito l’educazione greca impartita da Aristotele al giovane Alessandro il Grande.

La funzione didattica dei poemi omerici
Nei lunghi secoli in cui vennero trasmessi oralmente, i poemi, oltre a intrattenere il pubblico, svolsero una fondamentale funzione didattica. Questa è infatti la regola di tutte le società «orali»: in mancanza della scrittura il compito di educare le nuove generazioni è affidato alla poesia. I poemi, dunque, insegnavano ai loro ascoltatori l’importanza delle virtú eroiche, e indicavano a quali comportamenti ciascuno doveva attenersi, fornendo anche utili informazioni di carattere pratico. Gli aèdi e i rapsòdi, dunque, tramandavano di generazione in generazione non solo il complesso dei valori della civiltà greca, ma anche le specifiche e concrete norme di comportamento sociale e politico, per esempio come ci si doveva comportare in un’assemblea politica, nonché le diverse tecniche necessarie per lo svolgimento di attività materiali, come la costruzione delle navi, le regole per entrare in porto, le modalità di svolgimento dei sacrifici o quelle dello scambio, allora importantissimo, dei doni ospitali.
In questo quadro i personaggi omerici vanno visti (in quanto tali erano) come dei personaggi emblematici, cioè come dei modelli positivi o negativi di comportamento: Penelope è il prototipo della moglie fedele, al cui esempio le donne dovevano ispirarsi; Clitemnestra è l’adultera assassina, oggetto del generale disprezzo; Achille è l’eroe dalla forza superiore, dal coraggio indomito che tutti dovevano ammirare e imitare; Tersite è il popolano arrogante, punito giustamente da Odisseo per non aver rispettato le regole imposte dalla gerarchia sociale. Non avevano torto dunque quei greci che sostenevano che Omero «aveva educato l’Ellade».

Gli insegnamenti dell’OdisseaNel canto V dell’Odissea la ninfa Calipso, che ha lungamente trattenuto presso di sé Ulisse, è costretta a lasciarlo partire per volere divino. L’eroe, a questo punto, aiutato e consigliato dalla ninfa, inizia a costruire una zattera, sulla quale potrà riprendere il suo viaggio. La descrizione di questa operazione sembra rivolta non solo a narrare i fatti, ma anche a insegnare agli ascoltatori le tecniche materiali di costruzione di un’imbarcazione. Ulisse, dice Omero, provvede ad abbattere i tronchi: «Venti in tutto ne buttò giú, li livellò con il bronzo, li levigò ad arte, li fece dritti a livella. Portò intanto trivelle Calipso, la dea luminosa, e lui tutti li trivellò, li adattò gli uni agli altri, e con chiodi e ramponi collegò bene la zattera. E quanto pescaggio segna su scafo di nave da carico, larga, un maestro dell’arte, altrettanto segnò sulla zattera larga Odisseo. Poi alzato il castello, ben connesso lo fece con saldi e puntelli: lo rifiní con assi lunghe, inchiodate. E l’albero faceva, e l’antenna attaccata; e fece anche il timone, per poterla guidare. Tutt’attorno la chiuse con graticci di salice, riparo dall’onda; e sopra versò molta frasca. Teli allora portò Calipso, la dea luminosa, per fare la vela; e lui fabbricò bene anche quella. Tiranti e drizze e scotte vi legò finalmente, e con argani trasse nel mare divino la zattera».

Con analoga ricchezza di particolari sono descritte altrove le cerimonie religiose. Nel canto III dell’Odissea, Nestore sacrifica una giovenca ad Atena: «Venne l’orefice, avendo in mano gli strumenti di bronzo, strumenti dell’arte, il martello, l’incudine e le tenaglie ben fatte, con cui lavorava l’oro: e venne anche Atena a presenziare al rito. Nestore, il vecchio guidatore di carri, diede l’oro e quello vestí le corna della giovenca amabilmente, perché godesse la dea a vedere l’ornamento. Per le corna tirarono la giovenca Stratio e il glorioso Echèfrone. Arete il lavacro in un lebete fiorato venne a portare dalle stanze, e con l’altra mano portava i chicchi d’orzo in un cesto. Trasimede furia di guerra la scure affilata brandendo era pronto a colpir la giovenca. Perseo aveva la patera; e Nestore, il vecchio guidatore di carri, cominciò con il lavacro e con i chicchi e molto Atena pregava offrendo le primizie e gettando i peli del capo sul fuoco. E come pregarono, i chicchi d’orzo gettarono, subito il figlio di Nestore, Trasimede gagliardo, colpí ritto accanto: la scure troncò i muscoli del collo, sciolse le forze della giovenca...». In questo caso, il poeta descrive sia il modo in cui la vittima deve essere addobbata per il sacrificio, sia le regole che i sacrificanti devono rispettare, tra cui quella di gettare sul capo della vittima dei chicchi d’orzo: la vittima muoveva allora il capo in un cenno che veniva considerato assenso alla sua uccisione, e che serviva a liberare i sacrificanti dal senso di colpa.
Gli esempi potrebbero continuare, spaziando dalla descrizione delle assemblee a quella dei processi, da quella dello scambio dei doni ospitali a quella della divisione del bottino di guerra.

I sissizi
La differenza tra Sparta e Atene apparve evidente già agli antichi e naturalmente non mancarono trattazioni riguardanti le due póleis e contenenti analisi delle leggi, delle istituzioni, dei sistemi educativi adottati. Anche se può sembrare strano, data la provenienza ateniese della maggior parte delle fonti a nostra disposizione, i pareri espressi su Sparta sono per lo piú positivi. Ciò dipende sia dal carattere moderato (e dunque non del tutto ostile all’oligarchia) di molte di esse, sia dal fatto che i pochi che poterono conoscere direttamente la vita spartana ne fornirono un’immagine ricca di fascino. Grande estimatore di Sparta e delle sue leggi fu Senofonte, storico ateniese di famiglia aristocratica, che ebbe modo di partecipare personalmente ad alcune imprese militari accanto al re spartano Agesilao, di cui divenne amico e ammiratore.
A Senofonte appartiene questa descrizione dei pasti che gli spartiati consumavano insieme, i sissizi, contenuta in un’opera intitolata La costituzione di Sparta. «Licurgo introdusse la norma dei pasti in comune sotto gli occhi di tutti, pensando cosí di ridurre al minimo la possibilità di trasgredire le prescrizioni. Egli prescrisse anche una quantità di cibo che non fosse né eccessiva né troppo scarsa per le esigenze dei commensali. Spesso però si aggiungono supplementi straordinari ricavati dalle prede della caccia... col risultato che la mensa non è mai sprovvista di alimenti, fino al momento di alzarsi da tavola, senza d’altronde essere ricca di cibi stravaganti e raffinati. Quanto alle bevande, Licurgo abolí l’usanza delle bevute obbligatorie a turno che fanno vacillare il corpo e offuscano la mente, ma concesse a ciascuno di bere secondo la misura della propria sete, giudicando che questo fosse il modo di bere piú inoffensivo e insieme piú gradito. Com’è possibile dunque che durante tali pasti in comune qualcuno abbia l’occasione di rovinare se stesso o la propria famiglia per ghiottoneria oppure per ubriachezza? Infatti, mentre nelle altre città per lo piú ci si raduna tra coetanei e si concede assai poco spazio a comportamenti di modestia, a Sparta Licurgo volle la mescolanza delle classi di età, in modo che l’esperienza dei piú anziani contribuisse all’educazione dei piú giovani. Sta di fatto che per consuetudine durante i pasti in comune si discorre di qualche bella impresa compiuta dai cittadini, con la conseguenza di non lasciare spazio all’insolenza e agli eccessi del vino, ai comportamenti indecenti e al turpiloquio».

I sofisti
Sofista significa propriamente «sapiente»; i sofisti furono però, per cosí dire, dei sapienti di professione. Provenienti da tutto il mondo greco, questi personaggi, che operarono soprattutto ad Atene nella seconda parte del secolo V a.C., diedero origine a una grande rivoluzione intellettuale che mutò completamente il volto della cultura tradizionale. Essi rappresentano per alcuni aspetti il prodotto della pólis democratica, in cui la libertà di parola, il vivace dibattito culturale e il crescente individualismo diedero luogo a una serie di radicali mutamenti; a differenza di quello dei filosofi precedenti il sapere dei sofisti era pratico e non teorico. Il loro scopo infatti non era l’indagine scientifica della natura (perseguita invece da Talete e dai suoi successori) né l’acquisizione di una sapienza astratta. Essi insegnavano una serie di tecniche, da applicare alla vita concreta e in particolare alle varie fasi della vita civile. Il loro insegnamento, lautamente pagato dagli allievi, era riservato solo alle classi piú abbienti che potevano permettersi di stipendiare un sofista; e a sua volta, quella del sofista era una professione lucrosa, che arricchiva chi riusciva a «farsi un nome» presso il pubblico. Cosí Aristofane, nella commedia Le nuvole (in cui canzonava i sofisti) descrive l’antica educazione, considerandola in rapporto alla nuova: «La giustizia e la modestia erano tenute in conto. Prima di tutto, un ragazzo non doveva sentirsi nemmeno a bisbigliare una parola; poi dovevano sfilare per la via in ordine, verso la casa del maestro, tutti quelli del quartiere insieme, nudi, anche se nevicava come farina da un setaccio; il maestro cominciava a insegnare loro un canto, mantenendo l’armonia tramandata dai padri, e se qualcuno faceva il buffone e provava a gorgheggiare, era ben conciato di botte... Se tu fai quello che ti dico [il discorso è rivolto a un ragazzo] avrai sempre petto robusto, corpo nitido, spalle forti, lingua corta... Se invece ti dedichi alla robaccia di ora (cioè all’educazione dei sofisti) avrai colorito pallido, spalle piccole, torace stretto, lingua lunga, proposta di voto lunga; e questa gente ti convincerà con le chiacchiere che è brutto ciò che è bello e bello ciò che è brutto». La pólis democratica esigeva prima di tutto una qualità: quella di saper esporre il proprio punto di vista e le proprie idee in modo da poter trionfare sugli avversari nelle discussioni in assemblea e nei processi; il saper parlare in modo convincente era considerato, nel regime ateniese, la piú importante delle virtú politiche. È ai sofisti che si deve il perfezionamento dell’arte della parola, o retorica. Questa abilità, che con il mutare dei tempi assunse il valore di una pedantesca esercitazione letteraria, era in origine applicata a una esigenza di vita assai concreta e pragmatica. Cosí, questi antenati dei professori universitari o dei chierici medievali, costituiscono la prima comparsa della figura dell’intellettuale che proseguirà nella storia successiva. Non legati ad alcuna struttura, individualisti, critici verso le idee tradizionali e sempre tesi al loro rinnovamento, poco interessati alla tradizionale educazione sportiva e guerriera, e molto invece allo sviluppo delle attitudini intellettuali dei loro allievi. La loro impostazione mentale, inoltre, era completamente svincolata da ogni legame religioso. Essi fecero progredire in modo decisivo la libertà di pensiero inaugurata dai primi filosofi, concentrandola però (com’era in un certo senso nelle premesse stesse della cultura greca) sull’uomo: infatti l’uomo, scrive Protagora, «è la misura di tutte le cose». Ma come può esserlo? Semplicemente ponendo al centro di tutto non dei valori assoluti (ad esempio la giustizia o la legge o gli dei) ma la società civile: la vita umana, per i sofisti, non è altro che la storia dei rapporti di forza all’interno della società. La giustizia è la legge del piú forte; nulla esiste se non ciò che gli uomini fanno di volta in volta esistere ritenendolo giusto. Con questa critica lucida e disincantata i sofisti influirono enormemente non tanto sul popolo che era estraneo al loro insegnamento, quanto sulla classe dirigente e sui gruppi intellettuali; essi contribuirono a fornire i mezzi logici e formali a personalità come lo storico Tucidide, il tragediografo Euripide e lo stesso Socrate.

L'istruzione
La scuola vera e propria cominciava all’età di sette anni. Se si fa eccezione per i figli dei sovrani, che ricevevano le cure di maestri privati (com’era stato il caso di Alessandro Magno, affidato alla cure di Aristotele), i giovani greci andavano a scuola, a lezione dal maestro (il didáskalos). Le scuole, già diffuse nel mondo greco, aumentarono di numero a partire dal III secolo a.C.
Il maestro sedeva sul thrónos, un seggiolone con spalliera e con i piedi ricurvi; gli scolari invece sedevano sui báthra, sgabelli senza spalliera, con le tavolette rigide (di legno o di cera) poggiate sulle ginocchia. I programmi scolastici prevedevano tre corsi principali: lettere, musica e ginnastica. In età ellenistica la musica perse a poco a poco importanza; la ginnastica, che nel periodo classico aveva una funzione insostituibile, venne in seguito relegata alle ultime ore del mattino; le lettere erano oggetto di studio al pomeriggio e nella prima parte della mattinata. L’insegnamento delle lettere avveniva per gradi: i bambini imparavano a leggere (l’alfabeto, le sillabe e le parole), a memorizzare, a scrivere. Per quanto riguardava la matematica, i fanciulli imparavano a contare molto presto; le quattro operazioni, ritenute invece difficili, venivano insegnate piú tardi, quando il fanciullo era già diventato un ragazzo.
Conclusa la scuola elementare, cioè dopo aver imparato a leggere e a scrivere correttamente, lo scolaro seguiva le lezioni del grammatico, dal quale apprendeva a studiare in modo approfondito i poeti e gli scrittori classici: proprio in questo periodo si selezionò all’interno di tutte le opere letterarie dei secoli precedenti un gruppo di capolavori che vennero inseriti nei programmi scolastici. Le opere che ci sono pervenute attraverso i manoscritti medievali sono in larga parte quelle selezionate durante l’ellenismo. Tra gli autori studiati dominava Omero: i papiri egiziani hanno conservato fino ai nostri giorni un numero incredibilmente alto di frammenti dell’Iliade e dell’Odissea, quasi tutti di origine scolastica. Gli altri autori preferiti dai maestri erano i poeti lirici (Alcmane, Alceo, Saffo, Pindaro), i tragici (soprattutto Euripide), i comici (Menandro e, in misura minore, Aristofane), gli epigrammisti (Callimaco). L’ultima fase dell’insegnamento era affidata al maestro di retorica (chiamato rhétor o sophistés): l’obiettivo finale del lungo processo educativo era infatti l’eloquenza, l’abilità nel parlare e nell’esporre, in modo convincente, le proprie idee. Queste capacità erano ritenute indispensabili per l’uomo colto.

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