A Marco Aurelio succedette il figlio diciannovenne Commodo, che lo aveva accompagnato nelle sue ultime campagne militari. Veniva così abbandonato il principio dell'adozione, che aveva assicurato a Roma principi capaci e moderati, e ripristinata la regola dinastica. Acclamato imperatore dall'esercito, Commodo si rivelò subito un principe ben diverso dal padre. Di temperamento autoritario e sospettoso, ma nello stesso tempo esibizionista, egli diede al suo governo un carattere autocratico che ricordò a molti i tempi bui e ormai lontani di Nerone e di Domiziano. Come questi, infatti, Commodo si dedicò a una pratica di generose elargizioni alla plebe, cui concesse giochi circensi e spettacoli, sperperando in modo dissennato le già risicate risorse monetarie dello Stato. Popolare tra i più poveri, Commodo ben presto si rese inviso sia ai senatori, che di nuovo videro assai ridotti i propri poteri, sia all'esercito che, dopo un primo momento di infatuazione, finì per voltargli le spalle quando l'imperatore concluse una frettolosa pace con i Germani, comprata con ingenti somme di denaro. Quando, per stroncare i complotti dell'opposizione, Commodo fece appello alla forza dei pretoriani e avviò una feroce repressione contro il senato, a Romsa sembrò davvero di ritornare all'epoca di Caligola e di Nerone. Alla fine, nel 192, Commodo finì vittima di una congiura di corte, strangolato da un gladiatore con cui si allenava nella lotta.

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