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Il beatissimum saeculum

Il II secolo d.C. è stato universalmente considerato dagli storici antichi e moderni il beatissimum saeculum, ossia l’età dell’oro dell’Impero. Anche Tacito (che arrivò a vedere l’inizio di questo periodo) parlò di un’epoca nuova, in cui si poterono conciliare due cose in apparenza inconciliabili: l’Impero e la libertà. Poiché egli identificava la libertà con quella della classe senatoria cui apparteneva, questo significava, in sostanza, che i rapporti fra imperatore e classe senatoria erano cambiati rispetto al terribile secolo precedente.

Gli imperatori di quest’epoca provenivano tutti dalle file della nobiltà provinciale romanizzata: in particolare dalle Gallie e dalla Spagna. Anche il Senato ormai era formato in maggioranza dalla nobiltà provinciale che stava soppiantando quella italica: senatori e imperatore, dunque, venivano dallo stesso ambiente, avevano la stessa mentalità e comuni interessi. Non stupisce quindi che durante quest’epoca il rapporto tra la massima istituzione dello Stato e la nobiltà senatoria fosse ottimo.

Per una combinazione di circostanze, nessuno degli imperatori del II secolo d.C. ebbe discendenti diretti; per provvedere alla successione al trono essi dovettero dunque adottare una persona estranea alla loro famiglia: questo fu il motivo per cui si è parlato di evitare le sanguinose congiure di palazzo che erano state caratteristiche dell’età precedente e portò al potere non più persone impreparate come Caligola o Nerone, ma uomini che erano stati scelti sulla base delle loro effettive capacità ed erano graditi sia al Senato sia all’esercito.

Il sistema dell’adozione diede, inoltre, una giustificazione ideologica all’esistenza del principato. La legittimità del potere di questi imperatori non proveniva infatti dal diritto di nascita ( che non era riconosciuto nel sistema giuridico romano), ma dal fatto che il principe sceglieva i suoi collaboratori il più degno: così sembrava realizzarsi l’ideale stoico, diffuso tra l’aristocrazia romana, che poneva al vertice dello Stato un optimus princeps, i cui meriti fossero riconosciuti da tutti e la cui autorità fosse di conseguenza accettata da tutti.

Come ha scritto lo storico Santo Mazzarino, questa fu l’epoca in cui sembrò sembrò vicino a realizzarsi l’ideale, già illuminata di un filosofo, che governa con mitezza e moderazione, si circonda degli uomini migliori e persegue sempre come obiettivo il bene dela collettività: un ideale che trovò in effetti una reale incarnazione in Marco Aurelio, l’imperatore-filosofo. Tali presupposti spiegano bene la ragione per cui gli intellettuali antichi furono concordemente favorevoli agli imperatori di questo periodo, mentre erano stati unanimemente ostili alla maggior parte dei loro predecessori.

Nel complesso, quindi, il bilancio del II secolo d.C. fu positivo sotto molti aspetti. I confini dell’Impero raggiunsero la massima estensione; le aristocrazie provinciali erano ormai perfettamente integrate nello Stato romano; la vita cittadina s’incrementò ovunque come mai in precedenza; furono fondate nuove città e quelle esistenti furono abbellite con monumenti ed edifici di pubblica utilità.

Ogni città era amministrata da un consiglio di decurioni, formato dai cittadini più eminenti, che ritenevano doveroso (oltre che politicamente produttivo) investire parte del patrimonio in opere che fossero di pubblica utilità. In ogni città esistevano terme, teatri, sale da concerto, ginnasi e palestre, bagni pubblici, acquedotti, biblioteche, stadi, scuole, mercati: nessun’altra epoca, sino a tempi recentissimi, conobbe un simile livello di vita. Un’efficiente rete stradale collegava le regioni dell’Impero e trasportava flussi di mercanti e viaggiatori in condizioni di discreta sicurezza.
Per la prima volta i cittadini dell’Impero ( o almeno buona parte di essi) si sentivano effettivamente partecipi di uno Stato comune e non sudditi di un dominio straniero.

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