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Cesare, dopo la vittoria ad Ilerda, lasciò il tribuno Cassio a governare la Spagna Betica e raggiunse Marsiglia facendola capitolare e privandola di navi, armi, denaro e territorio. Poi andò nella Gallia Cisalpina per riorganizzarla. In dicembre fu a Roma dove rimase solo otto giorni, sufficienti in qualità di dittatore a farsi eleggere Console per il 48 a.c. con Servilio, ad amnistiare gli esiliati, a porre qualche rimedio alla crisi finanziaria. Poi abdicò alla dittatura e raggiunse Brindisi per passare in Oriente. Pompeo che si trovava a Tessalonica, in Macedonia con i senatori, aveva sei legioni e ne aspettava altrettante dalla Siria dove aveva mandato Metello Scipione. Tuttavia infastidiva molti dei Romani che lo accompagnavano, a cominciare da Cicerone, che mal tolleravano gli stretti rapporti con i vari regoli locali da cui accettava aiuti. Rifiutò ancora i tentativi di dialogo di Cesare, che era sbarcato il 4 gennaio del 48 a.C. in Illiria precedendo le sue truppe pronte a salpare da Brindisi. Per impedirne la partenza, Pompeo inviò una flotta con l’intento di imbottigliarle nel porto di brindisi: solo alla fine del mese i soldati di Cesare riuscirono a forzare il blocco navale e a salpare incontrandosi di nuovo con il loro comandante. Cesare bloccò Pompeo a Durazzo ma a luglio una tempesta distrusse gran parte della sua flotta, permettendo al nemico di forzare le linee. Cesare aveva intanto spedito Domizio Enobarbo ad intercettare Metello Scipione che guidava le sei legioni reclutate in Siria. Il tentativo fallì e Enobarbo fu costretto a ripiegare in Tessaglia. Cesare decise di raggiungerlo e Pompeo preferì inseguirlo anziché tornare a Roma. Forse non voleva fare dell’Italia un campo di battaglia. Pensava di adottare una tecnica temporeggiatrici, evitando l’attacco convinto che Cesare privo di appoggi si sarebbe gradualmente indebolito. Ma i nobili che erano con lui volevano uno scontro decisivo, anche perché tolleravano a fatica lo stesso Pompeo.

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