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Augusto imperatore

Il suo nome alla nascita era Gaio Ottavio Turino (Gaius Octavius Thurinus): figlio di Gaio Ottavio, apparteneva alla gens Octavia, una ricca famiglia di Velletri. La madre era Azia, figlia della sorella di Cesare, Giulia, e di Marco Azio Balbo. Nel 44 a.C. fu adottato per testamento come figlio ed erede dal prozio e, secondo la consuetudine, assunse il nome del padre adottivo, aggiungendovi la denominazione della famiglia di provenienza e divenne quindi Gaio Giulio Cesare Ottaviano.

Conquista del potere
Il senato, e in particolare Marco Tullio Cicerone, lo ritennero, per la sua giovane età un principiante inesperto, pronto ad essere manovrato dall'aristocrazia senatoria - in realtà da subito il giovane rivelò un'autonomia e un'abilità politica notevolissime.
Nel 43 a.C., su incarico del senato, sconfisse Marco Antonio nella battaglia di Modena, nella quale rimasero uccisi i consoli di quell'anno. Subito dopo marciò su Roma con l'esercito e si fece eleggere console, malgrado la giovane età. Insieme ad Antonio e a Lepido formò il secondo triumvirato, riconosciuto per legge in quello stesso anno (triumviri rei publicae constituendae consulari potestate, ovvero "triumviri per la costituzione dello stato con potere consolare", era il titolo ufficiale).

A seguito del patto furono redatte delle liste di proscrizione contro gli oppositori di Cesare, che portarono alla confisca dei beni e all'uccisione di un gran numero di senatori e cavalieri, tra cui lo stesso Cicerone.
Nel 42 a.C. Antonio e Ottaviano, lasciato Lepido al governo della capitale si scontrarono con i cesaricidi Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, e li sconfissero nella battaglia di Filippi, nella Macedonia orientale.
Successivamente nacquero i primi contrasti: il fratello di Antonio, Lucio Antonio si ribellò ad Ottaviano e fu sconfitto a Perugia nel 40 a.C. (Guerra di Perugia). Nel 38 a.C. il triumvirato venne prorogato per altri cinque anni con il trattato di Brindisi, che definì i limiti della sfera di influenza dei triumviri: ad Antonio l'Oriente, ad Augusto l'Occidente e a Lepido l'Africa. L'accordo fu suggellato dal matrimonio di Antonio con Ottavia, sorella di Ottaviano.
Nonostante gli accordi i contrasti aumentarono sfociando in una vera e propria guerra civile: il triumvirato non venne rinnovato alla sua scadenza, nel 33 a.C. e Ottaviano sconfisse infine Marco Antonio e la sua alleata Cleopatra, ultima regina tolemaica di Egitto, nella battaglia di Azio, del 2 settembre del 31 a.C..
Nel frattempo Ottaviano, già marito di Clodia Pulcra (figliastra di Antonio, in quanto figlia di primo letto della moglie di questi Fulvia), ripudiata nel 41 a.C., aveva sposato prima Scribonia, madre della sua unica figlia Giulia maggiore, e poi, nel 38 a.C., Livia Drusilla che dovette appositamente divorziare da Tiberio Claudio Nerone, dal quale aveva già avuto i figli Tiberio, il futuro imperatore, e Druso maggiore, quest'ultimo forse figlio della stesso Ottaviano, che secondo alcune fonti avrebbe espresso un grande dolore alla sua morte, avvenuta attorno al 9 a.C. in seguito ad una caduta da cavallo.

Da Ottaviano ad Augusto
Dopo Azio, Ottaviano era divenuto di fatto il padrone dello stato, anche se formalmente Roma era ancora una repubblica e Ottaviano stesso non è rivestito di alcun potere ufficiale, dato che la sua potestas di triumviro non era stata più rinnovata: nelle Res Gestae riconosce di aver governato in questi anni in virtù del "consensus universorum" ("consenso generale").
Il senato gli conferì progressivamente onori e privilegi, ma il problema che Ottaviano doveva risolvere consisteva nella trasformazione della sostanza dei rapporti istituzionali, lasciando intatta la forma repubblicana. I fondamenti del reale potere vennero individuati nell' imperium e nella tribunicia potestas: il primo, proprio dei consoli conferiva a chi ne era titolare il potere esecutivo, legislativo e militare, mentre la seconda, propria dei tribuni della plebe offriva la facoltà di opporsi alle decisioni del senato, controllandone la politica. Ottaviano cercò di ottenere tali poteri evitando di alterare le istituzioni repubblicane e dunque senza farsi eleggere a vita console e tribuno della plebe ed evitando inoltre la soluzione cesariana (Giulio Cesare era stato eletto, prima annualmente e poi a vita Dittatore). Nel 27 a.C. Ottaviano restituì formalmente i poteri straordinari, assunti per la guerra contro Marco Antonio, nelle mani del senato e del popolo romano, ricevendo in cambio il titolo di augusto e l'imperium proconsulare (comando militare) sulle province non pacificate. Da questo momento le province furono dunque suddivise tra senatorie, rette dal senato, e imperiali, rette da Augusto: questi aveva ottenuto i poteri consolari, senza essere console e gli erano state conferite funzioni esecutive, legislative e militari, disgiunte dall'assunzione effettiva della carica. L'imperium gli consentiva di assumere direttamente il comando delle legioni stanziate nelle province "non pacatae" e di avere così costantemente a disposizione una forza militare su cui puntellare il proprio potere, nel nesso inscindibile tra esercito e proprio comandante che era stato creato dalla riforma di Gaio Mario, ormai vecchia più di un secolo. L'imperium gli garantiva, inoltre, la gestione diretta dell'amministrazione e la facoltà di emanare decreta, decisioni di carattere giurisdizionale, ed edicta, decisioni di carattere legislativo. Sotto il controllo del senato restavano le truppe di stanza nelle province senatoriali, le quali erano rette da un proconsole o propretore. Il senato stesso avrebbe potuto in qualunque momento emanare un senatusconsultum limitando o revocando i poteri conferiti. Nel 23 a.C. fu conferita ad Augusto, la tribunicia potestas a vita (che secondo alcuni gli era stata attribuita già dal 28 a.C.), la quale divenne la vera base costituzionale del potere imperiale: comportava infatti l'inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione, e questo senza i vincoli repubblicani della collegialità della carica e della sua durata annuale. Particolarmente significativo era il diritto di veto, che garantiva ad Augusto la facoltà di bloccare qualunque iniziativa legislativa che considerasse pericolosa per la propria autorità. Nello stesso anno l'imperium di cui già godeva venne ampliato fino a comprendere anche le province senatorie: tutte le forze armate dello stato romano dipendevano da lui.

Quando il pontefice massimo, Lepido, morì, nel 12 a.C., egli ne prese il titolo divenendo il capo religioso di Roma. Nell'8 a.C. fu emanata la Lex Iulia maiestatis in cui per la prima volta venne punita l'offesa alla "maestà" dell'imperatore, foriero poi di conseguenze negative per tutto il periodo successivo. Infine, gli fu conferito nel 2 a.C., anno dell'inaugurazione del tempio di Marte Ultore e del Foro di Augusto, il titolo onorifico di "Padre della patria".
Il governo
L'ambizione di Augusto fu quella di essere fondatore di un optimus status, facendo rivivere le più antiche tradizioni romane e nel contempo tenendo conto delle problematiche dei tempi. Il mantenimento formale delle forme repubblicane, nelle quali si inseriva il nuovo concetto della personale auctoritas del princeps (primo fra pari), permetteva di risolvere i conflitti per il potere vissuti nell'ultimo secolo della Repubblica.
A questo sforzo politico si affiancò l'elaborazione in tutti i campi di una nuova cultura, di impronta classicistica, che fondesse gli elementi tradizionali in nuove forme consone ai tempi. In campo letterario la rielaborazione del mito delle origini di Roma e la prefigurazione di una nuova età dell'oro trovano voce in Virgilio, Orazio, Livio, Ovidio, il circolo di letterati raccolto attorno a Mecenate.
La politica estera di Augusto fu dominata in Oriente dalla risoluzione diplomatica del conflitto con i Parti, con la restituzione nel 20 a.C., da parte del re parto Fraate IV, delle insegne perdute da Marco Licinio Crasso nella battaglia di Carre del 53 a.C.. In Occidente il tentativo di conquista della Germania fu fermato da Arminio che nel 9 d.C. annientò tre legioni guidate dal generale Publio Quintilio Varo nella battaglia della foresta di Teutoburgo.
Augusto preparò per tempo la propria successione: inizialmente pensò al nipote Marcello, figlio della sorella Ottavia e del suo primo marito, Gaio Claudio Marcello, al quale diede in sposa la figlia Giulia. Alla precoce morte di Marcello nel 23 a.C. Giulia andò in sposa a Marco Vipsanio Agrippa, suo generale e collaboratore, e nel 17 a.C. Augusto ne adottò i figli, Gaio e Lucio Cesari. Dopo la morte prima di Agrippa, nel 12 a.C. e poi dei nipoti, nel 2 e nel 4 d.C. adottò quindi il figliastro Tiberio che effettivamente gli successe alla sua morte, dando origine alla dinastia giulio-claudia.
Secondo l'opera di Svetonio De vita Caesarum (La vita dei Cesari), 97-99, le sue ultime parole furono «Acta est fabula» («La commedia è finita»). La frase completa sarebbe «Acta est fabula, plaudite!», un finale comune nelle commedie del teatro romano antico.
Atti del Divino Augusto (Res Gestae Divi Augusti)
Augusto stesso lasciò alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue opere nel testamento. Il testo ci è giunto trascritto in un'iscrizione incisa sulle pareti del tempio di Roma e Augusto ad Ancyra, oggi Ankara in Asia Minore (Monumentum Ancyranum,) sia in latino che nella traduzione greca. Secondo il volere di Augusto il testo era stato inciso in origine su tavole di bronzo all'ingresso del suo Mausoleo. Altre copie incise sulle pareti dei templi a lui dedicati sono giunte ad oggi frammentarie.
In uno stile volutamente stringato e senza concessioni all'abbellimento letterario, Augusto riportava gli onori che gli erano stati via via conferiti dal Senato e dal popolo romano e per quali servizi da lui resi, le elargizioni e i benefici concessi con il suo patrimonio personale allo stato, ai veterani e alla plebe, e i giochi e rappresentazioni dati a sue spese, e infine gli atti da lui compiuti in pace e in guerra.
Il documento non menziona il nome dei nemici e neppure di nessun membro della sua famiglia, ad eccezione dei successori designati, Agrippa, Gaio e Lucio Cesari e Tiberio.
Il resoconto sulla conquista del potere
Racconta Augusto che all'età di 19 anni costituì un esercito a sue spese e con la benedizione del Senato. Nello stesso anno fu eletto console. Con questi mezzi riuscì ad esiliare e punire gli assassini di Giulio Cesare, suo padre adottivo. Vengono quindi raccontate le sue conquiste militari e si ricorda l'atteggiamento verso i popoli vinti, ai quali era concesso di continuare a seguire i propri costumi e di mantenere le precedenti forme di governo purché pagassero i tributi a Roma.
Questi passi delle Res Gestae mostrano i cardini dell'ideologia augustea. Ottaviano, uscito vincitore dalle guerre civili, impone la propria lettura storica: il suo intervento nelle guerre civili non è di parte, ma in difesa e per conto del Senato e dello stato romano. I provvedimenti e la guerra contro gli uccisori di Cesare, da cui Ottaviano era stato adottato, sono un atto di diritto e di pietà filiale. Le Res Gestae insistono sulla sua opera di pacificazione e sulle donazioni di terre ai veterani, con cui cerca di riportare un ordine sociale dopo anni di guerre. L'elenco delle cariche ricoperte e di quelle offerte, ma non accettate mostra il potere di acquisto a Roma e fa luce sulla situazione di asservimento della classe dirigente. Lo scrupolo con cui elenca le cariche religiose è indice di un nascente processo di sacralizzazione del potere, che trova espressione anche nel titolo di augustus ("degno di venerazione"), ottenuto dal Senato. Fondamentale nell'ideologia politica del principato il concetto che Ottaviano definisce di auctoritas e potestas ("autorità" e "potere").

«All'età di diciannove anni per mia sola deliberazione ed a mie spese formai un esercito con il quale restituii la libertà alla repubblica dominata e oppressa da una fazione. Per questo il senato con decreti mi accolse nell'ordine suo attribuendomi il diritto di esprimere fra i consolari la mia sentenza e mi conferì il comando militare; e ordinò che io provvedessi, in qualità di pretore, insieme con i consoli, affinché lo stato non patisse danno. Il popolo in quell'anno medesimo mi fece console, essendo in guerra entrambi i consoli caduti, e triumviro con l'incarico di riordinare la repubblica.
Quelli che il mio padre trucidarono mandai in esilio punendo il loro delitto con procedimenti legali; e movendo poi essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia. Guerre per terra e per mare civili ed esterne in tutto il mondo combattei spesso; e vincitore lasciai in vita tutti quei cittadini che implorarono grazia. Quasi cinquecentomila cittadini romani in armi sotto le mie insegne; dei quali più di trecentomila inviai in colonie o rimandai nei loro municipi, compiuto il servizio militare; e a essi tutti assegnai terre o donai denaro in premio del servizio.
Due volte ricevette l'onore trinfale dell'ovazione e tre curili trionfi celebrai; e fui ventuno volte acclamato imperator, pur decretando altri numerosi trionfi a me il senato, ai quali tutti io rinunziai. [...] Triumviro per riordinare lo stato fui per dieci anni continui. Princeps senatus fui fino al giorno in cui scrissi queste memorie per anni quaranta. E fui pontefice massimo, augure, quidecemviro alle sacre cerimonie, settemviro degli epuloni, fratello arvale, sodale Tizio, feziale. [...] Nel mio sesto e settimo consolato, dopo di aver estinto l'avvampare delle guerre civili, avendo io per consenso universale assunto il potere supremo, trasferii dalla mia persona al senato e al popolo romano il governo della repubblica. Per questo mio atto, in segno di riconoscenza, mi fu dato il titolo di Augusto per deliberazione del senato. Dopo di allora tutti sovrastai per autorità, ma potere non ebbi più ampio di quelli che in ogni magistratura mi furono colleghi.»

Ottaviano Augusto: Il governo
Nel resoconto della sua ascesa al potere si mette in evidenza il suo rifiuto di contrastare le regole tradizionali dello stato repubblicano e di assumere poteri arbitrari in modo illegittimo. Si narra inoltre che sotto il suo governo venne incrementato il numero dei patrizi e fu ordinato un censimento della popolazione, da cui risultò che gli abitanti di Roma sfioravano il milione.
Narrando dei propri donativi, si asserisce che le elargizioni erano sempre dirette a più di 250.000 persone e come in quattro occasioni avesse aiutato la tesoreria pubblica.
Vengono poi citati gli edifici costruiti, tra cui la Curia (sede del senato) ed i templi di Apollo e del Divo Giulio. Su alcuni di questi edifici non fece apporre il suo nome.

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