Augusto: equites, plebe, amministrazione di Roma e della penisola

Per poter controbilanciare i poteri e privilegi della nobilitas, Ottaviano aveva costruito un rapporto privilegiato con il ceto dei cavalieri, da sempre costituito da affaristi e pubblicani, offrendo loro la possibilità di carriera nell'amministrazione e nella burocrazia, come procuratori (legati) nelle province imperiali e prefetti, non essendo loro precluso tanto meno l'accesso agli alti gradi militari. I cavalieri, di conseguenza, andarono a costruire un elite di alti funzionari e burocrati di Stato al servizio del principe e incaricati dell'efficace gestione delle Province da cui potevano trarre enormi fortune.

Inoltre Augusto, conscio di aver bisogno dell'appoggio popolare per poter governare e al fine di bloccare sul nascere eventuali focolai di ribellione, aveva attuato una politica paternalistica, che andava incontro alle esigenze quotidiane dei poveri con donazioni in denaro, distribuzioni gratuite di grano e altri alimenti, calmierando i prezzi dei generi più diffusi e istituendo giochi pubblici. Questi provvedimenti erano però soltanto palliativi, che non rimuovevano le cause profonde del diffuso disagio sociale.

I ceti più umili, salariati e contadini, vedevano sempre più ridotte le loro retribuzioni a causa della disoccupazione dilagante e anche della concorrenza della manodopera servile mentre la plebe urbana, perlopiù composta da oziosi e disoccupati, andava sempre a ingrossare le file della delinquenza. In qualità di censore, Augusto aveva avviato inoltre un ampio programma di moralizzazione contro il lusso e di sostegno alla famiglia anche per combattere il calo demografico.
Ha fatto perciò approvare tra il 18 e il 9 a.C. una serie di provvedimenti noti come "leges iuliae" con cui si incentivavano economicamente le famiglie numerose, si tassava il celibato e si fissavano pene severe per l'adulterio.

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