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Lucio Cornelio Silla, appartenente a una nobile famiglia decaduta e impoverita della gens Cornelia, e perciò imparentato alla lontana con gli Scipioni, colto, ambizioso e privo di scrupoli, era apparso alla nobilitas come il leader che cercava. In particolare era entrato nelle grazie della potente famiglia patrizia dei Metelli, al punto da ottenere in sposa una sua donna, Cecilia. Grazie appunto a questi appoggi Silla era divenuto console nell’88 a.C. e ora riceveva l’incarico di guidare la spedizione contro Mitridate. Però non era il candidato gradito agli equites: a capo della spedizione avrebbe preferito il vecchio Mario, che aspirava al settimo consolato e che a 68 anni riprese a compiere ogni giorno pesanti esercizi ginnici al campo Marzio. I cavalieri erano convinti che un uomo appartenente alla loro classe avrebbe esercitato la sua autorità tutelando i loro interessi in Oriente, dove soprattutto trattavano i propri lucrosi e non sempre limpidi affari. Del resto, essi non tolleravano che Roma continuasse ad essere un’oligarchia , nella convinzione di essere gravati dalla nobiltà senatoria dal peso maggiore della crisi finanziaria in cui versava lo stato e che aveva determinato la svalutazione monetaria per loro tanto dannosa. Inoltre il clima sociale era arroventato anche dall’irritazione per l’esilio di tanti cittadini a causa della Lex Varia e al tensione era aggravata dal malcontento degli Italici, i quali pur avendo ottenuto la cittadinanza romana, potevano esercitare il diritto di voto solo a Roma. Essi si sentivano ingiustamente trattati, poiché il loro peso politico era stato ulteriormente limitato dal fatto di essere iscritti in sole otto nuove tribù create allo scopo, cosicché la loro volontà restava minoritario, dal momento che ogni tribù esprimeva un solo voto equivalente alla maggioranza degli aventi diritto.

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