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Lo sviluppo nell’età dell’adolescenza

Il problema della formazione dell’identità (come sostiene Erikson) avviene durante il periodo adolescenziale.
Però a differenza dell’adolescente del passato che viveva in una realtà in cui si poteva ancora parlare di famiglia, scuola e società riconducibili a modelli unici, adesso tutto è cambiato, tutto è incerto, tutto viene stravolto di continuo, in una parola la società è diventata complessa. E anche se questa complessità può essere vista come ricchezza perché offre più opzioni nelle scelte di vita, è anche vero che complica notevolmente il processo di identificazione dei giovani, che rischiano di sentirsi smarriti e confusi, come se la società non fosse altro che un labirinto in cui si rischia di perdersi in qualunque momento.
Perché sono presenti tendenze ambivalenti e contraddittorie, perché la cultura è globalizzata e quindi non dotata di un fondamento etico-valoriale stabile…

Quindi per i ragazzi di oggi, l’identità è tutta da costruire…non si può assumere un modello già pronto all’uso.

Detto ciò è logico quindi che i processi che conducono alla formazione dell’identità incontrano ostacoli di varia natura all’interno della società contemporanea. In particolare l'adolescente si ritrova ad affrontare diverse crisi e conflitti, che sono state studiate e interpretate secondo diverse correnti di pensiero.

Psicoanalisi
La psicanalisi definisce l'adolescenza come “seconda nascita”, perché al termine della fase di latenza di cui aveva parlato Frued, si riattivano le pulsioni sessuali e per questo l'adolescente è naturalmente spinto a cercare l'oggetto d'amore fuori dalla propria famiglia. Ciò richiede un distacco.

È proprio il volersi distaccare dalla famiglia che, secondo la psicanalisi, porta l'adolescente ad assumere comportamenti ribelli o ad identificarsi con modelli esterni alla famiglia.
Ma in principio, ciò che spinge l'adolescente a volersi distaccare dai genitori e quindi alla ribellione, è il fatto che esso ha perduto l'identità che si era costruito durante l'infanzia e la fanciullezza, e adesso è in cerca di un'identità nuova.

La ribellione rispetto alla famiglia può diventare ribellione verso la società, quindi anticonformismo radicale; e ciò non è altro che espressione dell’identità incerta di una persona che non riesce a costruire un’identità nuova e di conseguenza si limita ad opporsi a valori, modelli di comportamento e credenze tipiche della sua cultura. Quindi in questo caso la ribellione diviene una sorta di meccanismo di difesa che protegge una fragilità nascosta.

Psicologia Sociale
La psicologia sociale affronta il tema delle crisi e dei conflitti da un punto di vista diverso rispetto alla psicanalisi, e cioè considerando non il piano interno, ma quello esterno al soggetto: ovvero quello delle relazioni sociali.
Secondo la psicologia sociale infatti, ciò che procura disagi e insicurezza all'adolescente è l'esposizione ai nuovi ruoli sociali.
Infatti mentre prima si era ritrovato a ricoprire solamente i ruoli di figlio e di studente, adesso cambiano le aspettative dei genitori e della scuola che pongono all'adolescente più volte la fatidica domanda "cosa vuoi fare una volta finiti gli studi?".

Il ragazzo, nella maggior parte dei casi, non è in grado di rispondere con certezza a questa domanda perché la società in cui viviamo oggi non è più una società omogenea, strutturata e con pochi punti di riferimento.
La società moderna è globalizzata, quindi la cultura si è ampliata; ed è logico che l'adolescente non si ritrova più ad avere a che fare solo con problemi di ruolo, ma anche con problemi di valori, visione del mondo, prospettive culturali, stili di vita ecc.. che non sono solo diversificati, ma spesso anche in contrasto l'uno con l'altro.
Per cui, l’adolescente è chiamato a costruirsi il proprio Sé all’interno di una società diversificata, in cui i punti di riferimento mancano. Cosa sicuramente non facile.

Cognitivismo
Il cognitivismo, diciamo, si pone come via di mezzo tra le due prospettive che abbiamo già descritto, perché sostiene che le crisi e i conflitti dell'adolescente non nascono solo dall'interno o solo dall'esterno, ma hanno origine dallo scontro tra identità personale e identità sociale.

Per identità personale si intende l'idea che l'adolescente ha di se stesso nella propria intimità; mentre per identità sociale si intende l'idea che l'adolescente ha di se stesso nella propria proiezione sociale, quindi in base alle aspettative che gli altri hanno nei suoi confronti.

Tuttavia, anche se è possibile fare una distinzione tra questi 2 tipi di identità, esse non sono separate, infatti Palmonari le definisce come "due punti estremi di un continuum" grazie ai quali l'individuo percepisce la sua identità nella sua interezza.
Per capire, al di là di tutti i problemi che l’adolescente può riscontrare nel cercare di formare l’identità, quali sono le tappe che portano al costituirsi di quest’ultima, c’è tutto un percorso da fare…

L’adolescenza inizia con la pubertà, quindi intorno ai 12 anni. In questo periodo si ha la maturazione dei caratteri sessuali primari e secondari, e la conseguente “frattura” tra il corpo e la rappresentazione mentale del corpo o, se vogliamo, tra questo nuovo corpo del tutto trasformato e il modo in cui il ragazzo o la ragazza ha sempre percepito il suo Sé corporeo.
La percezione del Sé corporeo influenza in maniera totalizzante l’idea che il soggetto ha di se stesso, quindi si può dire che con la pubertà, l’adolescente sperimenta la “crisi di identità”, perché ha perso l’identità che si era costruito nel periodo precedente e comincia a sentire il bisogno di crearsene una nuova.

La crescita dell’adolescente prosegue poi marcata da un progressivo distacco dalla famiglia nel tentativo di differenziarsi dai genitori proprio perché un soggetto, per definire la propria identità, deve differenziarsi da tutti gli altri.

L’adolescente infatti riesce ad iniziare la formazione dell’identità proprio scontrandosi con i genitori, anche se oggi però lo scontro non esiste più, perché la società contemporanea ha la tendenza a porre tutto sullo stesso piano, quindi valori, istituzioni, generazioni.. quindi si parla di orizzontalizzazione.
Mentre in passato la famiglia si caratterizzava proprio per la sua verticalizzazione, che permetteva la distinzione circa i ruoli all’interno della famiglia e di un conseguente scontro che risultava un momento di crescita.
Adesso è come se non si potesse avere uno scontro di valori, perché essi sono omogenei tra una generazione e l’altra (quindi tra figli e genitori), sono intercambiabili perché l’uno vale l’altro.
È logico quindi che l’adolescente non riuscirà a differenziarsi e di conseguenza avrà dei problemi nel cercare di formare la propria identità… anche perché oggi, i componenti della famiglia evitano, a causa della complessità della società, di portare i problemi esterni all’interno della famiglia, per non scatenare lo scontro.

Allorché la pedagogia protesta, chiedendo sia alla famiglia che alla scuola di reintrodurre elementi di conflittualità così da poter avere il dialogo.
Si invita la famiglia a recuperare le ragioni della conflittualità e soprattutto ad estenderle non soltanto all’ambito della vita quotidiana (quindi non soltanto discutere sull’orario di uscita o sul modo di vestire dei figli), ma anche a questioni più ampie quali ad esempio quelle della vita collettiva.

Si invita la scuola invece, a non affiancare semplicemente all’attività didattica “normale” quelli che sono i vari “progetti” che si svolgono durante le assemblee in aula magna, perché comunque molti studenti lamentano il fatto di non trovare all’interno della scuola uno spazio per il dialogo, per trovare risposte alle loro domande e per ricevere quindi una adeguata attenzione alla loro soggettività. Perché questioni come queste non vanno affrontate burocraticamente ma pedagogicamente.

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