Ominide 48 punti

Il potere, lo Stato e la politica

In generale, con il termine potere si intende: “essere in grado di fare qualcosa avendone la capacità, la forza”. A mio parere la definizione più calzante di potere è quella data dal filosofo, matematico Bertrand Russell ossia: «la capacità di realizzare effetti desiderati». Inoltre, in base al contesto in cui si trova, il potere assume significati differenti. La prima definizione di "politica" risale ad Aristotele ed è legata al termine polis (“città”); secondo il filosofo, il termine "politica" significava l'amministrazione della "polis" per il bene di tutti i cittadini. La politica, si basa sul concetto di potere e in questi termini si definisce come l’autorità di agire per fini personali o collettivi. Nell’ambito dei rapporti interpersonali e sociali, il potere coincide, con la capacità di influenzare i comportamenti di gruppi umani. Da quest’ultima definizione possiamo ricavare due aspetti fondamentali di potere:

• In primo luogo, per far sussistere il potere, è necessaria una relazione tra due singoli, tra due gruppi o tra un singolo e un gruppo, in quanto esso non si può manifestare con il singolo individuo.
• In secondo luogo, quello di potere è un concetto bifronte, perché si può riferire sia a un comando impartito da un uomo (o da un gruppo) a un altro uomo (o gruppo), sia a una progressiva acquisizione della capacità di fare o agire.
Dal punto di vista sociologico si è occupato del potere Max Weber. Il sociologo tedesco Max Weber, definisce il potere come la capacità di un attore sociale di controllare (talvolta attraverso l’uso della forza) il comportamento degli altri attori, anche senza il loro consenso, condizionando le loro decisioni. Per potere Weber intende ricchezza, prestigio, efficienza organizzativa etc. Nella sua opera postuma più famosa “Economia e società”, sviluppa una teoria molto articolata e influente. Weber fa una distinzione tra due concetti: concetto di Macht (potenza) e di Herrschaft (potere legittimo). Secondo il concetto di potenza in una relazione sociale il soggetto più forte riesce a far valere la propria volontà in ogni caso; secondo il concetto del potere legittimo nelle relazioni il soggetto debole accetta le decisioni altrui perché le riconosce valide e quindi legittime (potere tipico di uno Stato). Weber, basandosi su questo secondo concetto, realizza tre forme di legittimazione del potere, stiamo parlando dei 3 ideal-tipi:
• Nel potere tradizionale l’obbedienza è suscitata dal rispetto della tradizione (l’individuo obbedisce perché altri in passato hanno obbedito a chi ha potere). Weber descrive due modelli di potere tradizionale, quello patriarcale e quello patrimoniale, presentando il secondo come uno sviluppo del primo.
• Nel potere legale-razionale l’obbedienza è suscitata e stabilita dalla legge. Tutti sono sottoposti alla legge, sia il detentore del potere sia i destinatari dello stesso. Nessuno sta al di sopra della legge, nemmeno chi ne è detentore. Quindi l’impersonalità è la caratteristica principale nell’organizzazione del potere. Di tale tendenza si avvale lo Stato burocratico.
• Nel potere carismatico l’obbedienza è suscitata dalle doti straordinarie di chi detiene il potere. Weber applica il termine “carisma” ad una certa qualità della personalità dell’individuo, in virtù della quale egli si eleva dagli uomini comuni ed è trattato come un individuo dotato di qualità sovrannaturali, di poteri. Tali qualità ispirano lealtà ed obbedienza tra i seguaci. L’autorità carismatica è destinata ad essere sostituita da un’autorità burocratica o tradizionale, o da una combinazione di autorità tradizionale e burocratica. Questo processo è chiamato routinizzazione (Per esempio, Maometto che aveva autorità carismatica come il Profeta, ebbe come successori l’autorità tradizionale e la struttura dell’Islam). Secondo Weber, il capo carismatico non deve per forza essere una forza positiva, basti pensare a Benito Mussolini ed Adolf Hitler che dotati di personalità carismatica potrebbero essere considerati leader carismatici.
La parola “Stato”, deriva dal latino status, termine significante “condizione”, “situazione”, “posizione” e indica la posizione di un soggetto in relazione ad un determinato contesto sociale (gerarchia, ruolo o stato sociale). Successivamente, il significato del termine Status, subì un mutamento. Weber sosteneva che causa di tale variazione fu un cambiamento radicale nella natura del potere politico, verificatosi in età moderna, quando furono comparsi gli Stati nazionali o territoriali, caratterizzati da solidi confini territoriali, da un efficiente apparato amministrativo (burocrazia) e dal monopolio dell’uso legittimo della forza. Da questo momento lo Stato è un’organizzazione politica che esercita la propria sovranità sui soggetti che si trovano sul suo territorio. Elemento fondamentale dello Stato moderno è la sovranità: capacità dello Stato stesso di avere competenze generali, le quali non prevedono un’entità superiore che possa modificarle. Dalle sue origini lo Stato moderno ha conosciuto varie forme istituzionali:
• Lo Stato assoluto. La prima forma istituzionale di Stato moderno è stata la monarchia assoluta. Nello Stato assoluto il monarca esercita un potere illimitato (accentramento del potere), senza alcuna separazione dei poteri. Il popolo è formato da sudditi, i quali sono sottoposti a una serie di doveri e sono privi di qualsiasi diritto. Il classico esempio di Stato assoluto è rappresentato dalla Francia, che raggiunge il suo apice con Luigi XIV il “Re Sole”. Hobbes considera lo Stato assoluto un patto irrevocabile che decreta una sottomissione totale degli individui al potere politico, in cambio di pace e sicurezza, quindi l’unica soluzione per porre fine alle guerre in cui si troverebbe per natura il genere umano.
• La monarchia costituzionale. È la forma di governo che storicamente nasce dal passaggio dallo Stato assoluto allo Stato liberale. La monarchia costituzionale ha origine in Inghilterra. In questa forma istituzionale dello Stato moderno europeo, il sovrano giura fedeltà alla Costituzione (monarchica), impegnandosi a rispettare i fondamentali “diritti civili” dei sudditi.
• Lo Stato liberale. Dalla crisi dello Stato assoluto nasce lo Stato Liberale; con esso si afferma il principio della separazione dei poteri: i tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) vennero esercitati da organi indipendenti (Parlamento, Governo e Magistratura) e posti su un piano di parità. Nello Stato liberale tutti i cittadini possiedono diritti civili.
• Democrazia liberale. La democrazia liberale, è la forma odierna del cosiddetto “Stato rappresentativo”, in cui i cittadini sono rappresentati da organi liberamente eletti. Gli Stati rappresentativi ereditano dalla tradizione liberale il principio della separazione dei poteri e il reale godimento a tutti i cittadini dei diritti civili; inoltre sono democratici perché assumono il principio della sovranità popolare (democrazia infatti significa “governo del popolo”). La democrazia liberale è una forma dello Stato contemporaneo, in cui i singoli cittadini sono uguali di fronte alla legge e partecipano attivamente alla vita della nazione esercitando i propri diritti politici. Nelle democrazie moderne, il compito di orientare la scelta politica delle masse spetta generalmente ai partiti. Il politologo italiano Giovanni Sartori afferma che per “popolo” si deve intendere una maggioranza moderata, che ha il diritto di comandare, rispettando però i diritti della minoranza. Egli è consapevole degli effetti negativi connaturati nel principio di uguaglianza; tale principio è un requisito necessario alla democrazia, ma non è un requisito sufficiente, in quanto in uno Stato “democratico” è doveroso che la minoranza non venga ostacolata dalla maggioranza, nel caso in cui ci fosse un ribaltamento della situazione. Ciò significa che in una democrazia, deve essere possibile che una maggioranza possa diventare minoranza, e viceversa. Ma come ben sappiamo nelle moderne democrazie ciò non accade, la maggioranza rimane sempre la maggioranza e la minoranza rimane sempre la minoranza.
Nel Novecento nacque lo Stato totalitario. Lo Stato totalitario, è una forma politica, in cui lo Stato esercita un controllo assoluto nella vita dei cittadini. Gli storici individuano come gli esempi più calzanti del totalitarismo: il fascismo italiano, il nazismo tedesco e lo stalinismo sovietico. Il totalitarismo deve essere distinto dalle dittature, in quanto:
• Nelle dittature, governi autoritari, il potere è concentrato nelle mani di un solo capo e vengono soppresse le libertà individuali degli individui;
• Nei regimi totalitari, governi anche essi autoritari, lo Stato si infiltra in ogni aspetto della vita pubblica e privata dei cittadini per controllarla; vengono usati strumenti quali la propaganda di stato e la pratica del terrore.
La filosofa tedesca Hannah Arendt scrisse nel 1951 un saggio intitolato “Le origini del totalitarismo”, ritenuto fondamentale per comprendere il fenomeno del totalitarismo. La Arendt individua i seguenti tratti distintivi dei regimi totalitari:
• Presenza di un capo carismatico che svolgeva il ruolo di guida delle masse, la sua parola è considerata infallibile, in quanto la sua volontà non poteva essere messa in discussione, anche se non era necessariamente veridica: le parole del capo istituiscono una situazione, non la descrivono; contrariamente al dittatore, il capo assume su di sé la responsabilità dei subalterni;
• Assolutezza della leadership: il capo non può essere un primus inter pares, ovvero non può considerare il popolo al suo stesso livello, ma deve essere un ab-solutus (“sciolto”), ovvero un capo assoluto sciolto da ogni relazione con i subalterni, per garantirsi un dominio sicuro e incontrastato;
• Appoggio delle masse e fanatismo: il popolo nutre una devozione incondizionata nei confronti del capo, i cui interessi sono esclusivamente personali;
• Controllo di ogni aspetto della vita degli individui, senza distinzione tra sfera privata e politica;
• Nuova (distorta) concezione della realtà: al capo interessa esclusivamente perseguire i propri scopi, incurante delle conseguenze delle proprie azioni.
• Uso regolare della propaganda: i dittatori compresero l'importanza dei mass media, del cinema, della radio, dei giornali, e grazie alla strumentalizzazione degli stessi stabilirono un controllo totale sull'informazione e la cultura.
L'obbiettivo era quello di creare una immagine del paese efficiente e lavoratore e di ottenere il consenso delle masse, manipolandole.
• Ricorso al terrore: tutti devono sentirsi costantemente in pericolo di vita, sia chi sceglie di opporsi al regime, sia gli individui, che vengono considerati dal capo “nemici” (per esempio, Hitler considerava la razza ebraica la causa di tutti i mali della società tedesca e quindi secondo il fuhrer doveva essere estinta). Una tragica costante dei totalitarismi è il ricorso ai campi di concentramento: struttura carceraria costruita all’aperto, in luoghi isolati, composta di grandi baracche (dormitori, laboratori) e recintata con alti reticolati in filo spinato, che veniva utilizzata dai regimi totalitari per la reclusione, di tutti quegli individui, considerati pericolosi per l’equilibrio sociale. Nei campi di concentramento sovietici, più conosciuti come “gulag”, i prigionieri erano costretti al lavoro forzato; tuttavia questi luoghi non erano organizzati come “fabbriche di morte”, in quanto da un gulag era possibile uscire, perfino dopo molti anni di detenzione. Non si può dire lo stesso dei campi di lavoro nazisti, indicati come “campi di sterminio”, perché i prigionieri (criminali, omosessuali, testimoni di Geova, zingari ed ebrei) non solo venivano ridotti in schiavitù, ma venivano anche “soppressi”, in quanto erano considerati una razza inferiore, quindi non appartenevano alla razza pura universale.

Hai bisogno di aiuto in Sociologia?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email