Le motivazioni


Diversi studiosi sostengono che, perché ogni azione da noi compiuta possa avere prospettive di esito positivo, è necessario che ognuna di esse sia sempre sostenuta da adeguate motivazioni.
La motivazione è un processo innescato da un bisogno, che, attraverso una catena di eventi, scatena nell’individuo una serie di trasformazioni interiori e lo porta ad attuare comportamenti indirizzati a soddisfare il bisogno di partenza.
Si sono susseguite varie teorie e controversie sulla definizione di motivazione e sulle relative classificazioni, e sono tuttora accessi dibatti, ma sono contemplati maggiormente due tipi di classificazione.
La prima suddivide le motivazioni in primarie, a loro volta ripartite in omeostatiche e innate-specifiche, secondarie e superiori.
Le motivazioni primarie sembrano essere legate ai bisogni biologici fondamentali dell’uomo, quelle omeostatiche più precisamente ai bisogni fisiologici, mentre quelle innate-specifiche vengono definite più specificatamente predisposizioni innate che adattano l’individuo all’habitat naturale e sociale.
Le motivazioni secondarie rimangono indirettamente connesse ai bisogni biologici e sembrano essere il prodotto di processi di condizionamento.
Le motivazioni superiori sono, invece, quelle di carattere elevato, tipiche dell’uomo, e non aventi come fine bisogni biologici bensì altruismo e autorealizzazione.
Altra tipologia di classificazione delle motivazioni è quella che le vede suddivise in estrinseche ed intrinseche. Se le prime inducono ad un comportamento solo in relazione ad un profitto futuro, le altre portano invece il soggetto a compiere determinate azioni solo per il piacere di farle e senza avere come fine ultimo un qualche tipo di ricompensa.
Le motivazioni intrinseche, inoltre, si suddividono ulteriormente in ludico-cognitive e realistico-sociali, a loro volta rappresentate da curiosità e need for competence per le prime, e bisogno di affiliazione e need for achievement per le seconde.
Tra questi la curiosità si rivela sicuramente un aspetto fondamentale della vita umana, e pare essere innata. Esiste un livello ottimale di stimolazione della curiosità, al di sotto o al di sopra del quale l’input non provoca curiosità, ma stress o noia al soggetto. Questo livello ottimale dipende anche da vari fattori, come il grado di vigilanza dell’individuo, ed inoltre non è rappresentato da un dato di tipo esclusivamente quantitativo ma anche qualitativo.
Gli input stimolanti devono quindi essere ottimali, e l’individuo, per procurarseli, può orientare la sua attenzione su di essi se l’ambiente ne offre, oppure produrli da solo o cercarli quando questo ne è privo.
Per quanto riguarda le motivazioni in ambito scolastico, pare che le motivazioni intrinseche siano preferibili per svolgere la maggior parte dei compiti e per ottenere così un soggetto più motivato a studiare, che più difficilmente abbandonerà gli studi prematuramente.
Nonostante ciò, comunque, quando questi si ritrova a dover affrontare compiti più complessi, che richiedono sforzi elevati, diventano insufficienti motivazioni intrinseche per spronare il soggetto, e si rende necessaria la presenza di motivazioni estrinseche che possano sostenerlo durante lo svolgimento del compito.
E’ quindi auspicabile che il percorso di studi, come ogni altro processo di apprendimento, sia sostenuto sia da motivazioni intrinseche che da motivazioni estrinseche.
La società pone degli ostacoli a questa necessità, in quanto durante la crescita cerca di mitigare sempre di più la curiosità dell’individuo, che perciò, quando si trova a dover affrontare un percorso di studi, solitamente abbandona la maggior parte delle motivazioni intrinseche, cominciando a preferire prevalentemente quelle estrinseche.
Per quanto riguarda la curiosità, come accennato, l’individuo dirige la sua attenzione verso un input adeguatamente stimolante.
L’attenzione è un sistema di gestione delle risorse che, organizzando il lavoro, permette di portare avanti in ogni momento le attività prioritarie. La nostra mente dispone, infatti, di risorse limitate, e si rende quindi necessario organizzarle per poterle sfruttare al meglio.
Il sistema attentivo, perciò, permette di dirigere l’attenzione verso input o determinate azioni in modo focalizzato, diviso o sostenuto.
Come già accennato, perché uno stimolo riesca ad attirare l’attenzione, a suscitare la nostra curiosità, è necessario che essa sia adeguato.
È ormai assodata la triste realtà della diminuzione dell’attenzione scolare. Gli alunni che, per classe, seguono interessati cinque ore di lezione si possono ormai contare sulla punta delle dita. Le motivazioni intrinseche scarseggiano sempre più, e motivazioni estrinseche che prevedano rinforzi negativi sortiscono ormai un labile effetto passeggero.
La responsabilità di una tale diminuzione di attenzione ed interesse si imputa ormai ai più svariati aspetti della vita sociale odierna. Molti indicano la presenza ormai costante dei mass media come la causa principale di questo fenomeno. Seppure sembra dimostrato che chi fruisce eccessivamente di tv e altri mass-media dia risultati più scarsi in vari test attentivi(Name Match test, Physical Match test ), è stato anche dimostrato come tali scarsi risultati siano stati ottenuti anche dai soggetti con fruizione mass-mediale bassa. Solo i soggetti con fruizione intermedia ottennero risultati più positivi.
Oltre a ciò, secondo il mio parere di studentessa, non si può imputare esclusivamente al comportamento degli alunni la responsabilità di questa diminuzione attentiva.
Sottolineerei, infatti, come, perché l’input risulti “interessante”, esso debba essere adeguatamente stimolante. Spesso, invece, le lezioni dei professori ottengono risultati più tipici di condizioni rilassanti proprio a causa del modo in cui vengono tenuti tali insegnamenti. Sono frequenti, infatti, lezioni condotte sotto forma di monologhi della durata di un minimo di quarantacinque minuti, esposte costantemente con lo stesso tono piatto e simile ad una cantilena, e con professori dimostranti tutto il loro disinteresse per il dover ripetere il tal argomento per l’ennesima volta.
A mio parere tutte queste condizioni non possono rendere l’apprendimento di tali lezioni interessante.
Nonostante da un certo punto di vista possa divenire anche comprensibile un simile comportamento da parte degli insegnanti, si può convenire che, se davvero si ha interesse a stimolare l’attenzione e l’apprendimento degli alunni, sarebbero necessari alcuni accorgimenti a tal metodo oratorio.
Innanzitutto è provato che cambiare tono e coinvolgere la classe durante le lezioni possa stimolarne l’attenzione, almeno temporaneamente. Questo è infatti dimostrato dal comportamento, sebbene mai perenne, di molti insegnanti.
Per poter stimolare la curiosità degli studenti è però essenziale che anche l’argomento trattato possa in qualche modo risultare almeno minimamente interessante. Questo è possibile, a mio parere, anche semplicemente producendo collegamenti con aspetti odierni e già conosciuti di ciò che si sta per esporre. Sebbene ciò risulti poco applicabile alla matematica, tutte le altre materie di studio possono essere soggetto di tali collegamenti.
Quando poi appare necessario intervenire per cercare di ottenere l’attenzione e la curiosità di alcuni alunni, risulta utile l’insegnamento individualizzato. In questi casi l’insegnante non può limitarsi a proporre un certo tipo di percorso all’alunno, ma deve plasmarlo secondo esigenze e attitudini del soggetto cosicché egli possa ritrovare almeno in parte l’interesse perduto.
In conclusione sembra che per poter ottenere buoni risultati nell’apprendimento, lo studente necessiti di stimoli adeguati dall’ambiente esterno e di motivazioni intrinseche ed estrinseche che ne sostengano gli sforzi.
A tal proposito risulta molto utile la valutazione individuale del soggetto quando esso si cimenta in compiti ardui, perché ciò lo porterà a ritrovare più facilmente motivazioni estrinseche per impegnarsi anche nel progetto successivo con lo stesso, se non maggiore, interesse.

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