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Identità individuale e di gruppo

Che cos’è l’identità:

già nell’infanzia si dedicano energie psichiche alla messa in scena del nostro Sé, alla costruzione sociale della nostra identità personale, a comprendere ciò che gli altri significativi si aspettano che siamo o che diventiamo. La preoccupazione di riuscire a dare un’immagine di noi che sia in linea tanto con le richieste degli altri quando con le nostre aspirazioni aumenta nell’adolescenza (ricerca di equilibrio) e ci accompagna per tutta la vita. Secondo W. James (primo psicologo ad affrontare sistematicamente il tema dell’identità) l’identità è un torrente che ha confini ben netti nei confronti dell’ambiente, ha continuità e si muove autonomamente. La perdita di uno di questi fattori è associato a un disagio, non sempre negativo, a una depersonalizzazione. L’identità è l’insieme delle rappresentazioni e dei sentimenti che una persona ha di se stessa:

1 Continuità: consente di restare se stessi nel corso del tempo;
2 Coerenza: rappresentazione che abbiamo di noi e che gli altri hanno di noi;
3 Unicità: sentimento di essere originale, unico; può essere positivo o negativo;
4 Diversità: sfaccettature dell’Io diverse per ognuno di noi (può essere frammentazione dell’Io);
5 Cambiamento: l’identità si realizza attraverso l’azione, gestita nella continuità;
6 Positività: bisogno di pensare di valere e di sentirsi riconosciuti;
Tutti questi valori possono subire delle crisi. Ciò che gli altri pensano di noi ha un ruolo ed è impensabile che esso non partecipi nell’identità: si può mettere in scena la trascuratezza dell’io, come non volersi bene. Nel corso dell’adolescenza, come sottolineato da Anna Freud, è normale comportarsi in modo inconsistente e imprevedibile, combattere ed accettare i propri impulsi dato che quest’epoca significa solo una personalità che lotta per emergere.


La costruzione dell’identità nell’infanzia:
un neonato non ha coscienza della propria identità ed è solo col passare del tempo che si riconosce distinto dalla madre, attraverso il corpo, distinguendo ciò che è interno da ciò che è esterno, manipolando oggetti acquisendo così una prima conoscenza di se (1-3 anni uso pronome io e riconoscimento allo specchio). Importante è l’oggetto permanente (oggetto che continua a esistere al di fuori del soggetto). Compare anche l’identità di genere (maschio o femmina, e interesse ai modelli maschili e femminili). Tutto ciò si verifica in un mare di interazioni. René Splitz, psicanalista, sottolinea il ruolo dei tre organizzatori: sorriso (esprime o stato interno o risposta a stimoli esterni), angoscia dell’ottavo mese (di fronte a sconosciuti, il bambino da identità a persone), il no (intorno ai 2 anni, il bambino si contrappone alle identità, differenziandosi). Ha un ruolo importante l’identificazione con i famigliari (per i bambini più piccoli) con cui assimilano modelli di comportamenti.


Una identità, più identità: (identità diffuse, trasferire qualcosa da identità di altri nella nostra identità: tipica ma non esclusiva dell’adolescente);
Con identità si indica ciò che è identico (a sé) e ciò che è diverso (da altri). L’identità nasce da un rapporto dell’individuo con gli altri e non ci costituisce solo intorno alla domanda “chi sono io?” ma anche intorno a “chi sono io in rapporto agli altri, chi sono gli altri in rapporto a me?”. Infatti l’identità si può definire ponendo in relazione noi con gli altri, ovvero ci si scopre meglio paragonandosi agli altri (Heidegger, das ein, l’identità, ovvero l’essere gettato nel mondo); il tema dell’identità ci fa uscire dalla solitudine poiché per capire noi stessi dobbiamo relazionarci ad altri significativi, guardare e capire le loro identità, capendo le diversità da noi. La domanda “chi sono io?” non è domanda individualistica ma va posta a un significativo (domanda importante a persona importante) che svolge la funzione di corrispondermi. La risposta a questa domanda non è fatto privato (neanche collettivo in quanto non tutti gli individui sono portati a una risposta). Secondo gli studiosi ognuno di noi fa capo a gruppi e ruoli sociali diversi e la nostra identità è stratificata: per Alain Caillé, sociologo francese, noi facciamo capo a quattro zone concentriche di appartenenza:

1 Nella prima ci comportiamo come individui cercando di realizzare fini personali;
2 Nella seconda siamo inseriti in una socialità primaria (famiglia, lavoro) che influisce fortemente sull’identità;
3 Siamo membri di qualche macrosoggetto collettivo (socializzazione secondaria come nazione) che si sovrappone alle comunità di socializzazione primaria;
4 Siamo infine parte dell’Europa, di una cultura occidentale e della specie umana.
La prima è caratterizzata dalla domanda “chi sono io?”, le altre 3 dalle domande “chi sono in rapporto agli altri?”, “chi sono gli altri in rapporto a me?”. A queste aree viene dato un peso diverso a seconda delle persone. La capacità di fare parte delle zone 2-3-4 dipende dalla grandezza della prima: sé è grande comprende le altre, se è piccola mi accontento della prima; l’apertura dell’identità

Identità per differenza:
L’identità è costruita per differenza quando si fonda su un’altra identità che, essendo diversa e in opposizione, fornisce le condizioni per esistere. Questa modalità è spesso alla base di conflitti etnici dove, crollata una macroidentità (es: balcani), se non sostituita da un’altra macroidentità, fa si che prevalgano le identità singole (microidentità) che tendono a essere conflittuali. L’identità è quindi “essere ciò che tu non sei” e corrisponde a una estrema povertà: se viene meno l’opposizione viene meno anche l’identità del soggetto e spesso questo, per rimediare, deve trovare qualcuno a cui opporsi cadendo in forme paranoiche (assenza di rapporti, isolamento, chiusura su di sé): questa è un’ossessione, un pensiero fisso divenuto stabile tanto da condizionare la mente e può corrispondere a un sentirsi vittima, vedere nemici ovunque; è forma estrema di egocentrismo, di esaltazione dell’ego; è il bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione.

H 4.6 L'identità dell'emigrante:
Secondo numerosi studi (effettuati da Taboada Leonetti, H. Peytre, C. Camilleri) gli individui che soffrono per la contraddizione che esiste tra le prescrizioni della cultura d'origine e quelle del paese ospitante, possono fare ricorso a strategie diverse, ma prevedibili, utilizzate a seconda del rapporto tra essi e la cultura d'origine e a seconda del valore che gli immigrati attribuiscono ai valori originari, considerati talvolta al loro servizio personale, talvolta universali, trascendenti dagli interessi dei singoli;
1 Isolamento e compartizione: un primo gruppo evita di considerare i termini della contraddizione: può isolarsi e, pur rifiutandoli interiormente, adottare comportamenti e atteggiamenti in accordo con la cultura del paese d'adozione. Oppure alternare i codici, adottare cioè un codice tradizionale a casa e un altro codice nel contesto professionale, evitando di fare confronti e prendere posizione. Frequente è l'uso della compartimentazione, punto estremo dell'alternanza dei codici.
2 Massimizzazione dei vantaggi: un secondo gruppo unisce simultaneamente i due codici con una strategia illogica ma funzionale all'integrazione (sincretismo). L'obbiettivo, per lo più inconscio, consiste nell'ignorare le contraddizioni che disturbano. Si massimizzano i vantaggi, fondendo insieme i due codici opposti.
3 Sintesi tra opposti, quadratura del cerchio: un terzo gruppo cerca di sintetizzare, razionalmente, elementi culturali opposti, usando due tipi di argomentazioni strategiche:
1 Si cerca di superare la contraddizione attraverso una rilettura della tradizione.
2 Tramite la dissociazione, eliminando la contraddizione tra gli elementi culturali separandoli.


Strategie in difesa dell'identità:
Quando un individuo si sente svalorizzato ed emarginato dalla maggioranza egli mette in atto una serie di strategie in difesa dell'identità; esse sono state studiate sugli immigrati ma non sono certo esclusive di questa identità, ma anzi possono essere trovate in altri contesti sociali. Ovunque ci siano delle persone ci sono anche delle transazioni che ruotano intorno all'identità individuale e di gruppo: si cerca sempre un accordo tra l'io e gli altri. Accontentarsi della conoscenza di se, senza conoscere quindi gli altri, per paure di scoprire lati di se che non piacciono è detta autosufficienza ed è la paura che gli altri ci facciano domande che provochino in noi altre domande. In essa c'è la presunzione di pensare che tutto ciò che cerco di me è in me e non passa dagli altri: sfocia nell'egocentrismo, molto frequente nei bambini, presente anche nell'età adolescenziale; esempio della necessità di conoscere gli altri per conoscere se stessi è dato dall'innamoramento adolescenziale mediante il quale si conosce se stessi tramite l'altro.
Le strategie di salvaguardia dell'identità si possono dividere in:

1 Strategie interiori: con esse si nega la discriminazione, minimizzando o disinteressandosi degli altri e chiudendosi in se stessi (es: integralisti, fondamentalisti). Quando la pressione esterna è molto forte si può anche accettare la svalorizzazione, interiorizzando le valutazioni negative del gruppo maggioritario. Può anche accadere che l'individuo accentui lo stigma assegnatogli adottando un'identità deviante, che produce tra se e il paese d'adozione un divario sempre maggiore. L'aggressività, infine, è una forma di reazione che, quando rivolta all'interno, produce disturbi psicologici e autodistruzione.
2 Strategie esteriori: sono solitamente più elaborate e possono essere divise in due possibilità;
1 Assimilazione, passing: si assimilano usi e abitudini locali e si prendono le distanze dalla comunità d'origine; questa scelta può generare forti tensioni con la comunità di provenienza;
2 Rivalorizzazione: dei proprio tratti individuali, delle origini, della cultura del proprio paese; il gruppo d'appartenenza viene idealizzato, il paese ospitante criticato; dietro questa scelta c'è spesso il desiderio di uscire dalla passività prendendo parta alla vita politica.
3 Strategie intermedie: esse si prestano per le culture di confine, vicinanti, con differenze minime; spesso favoriscono l'integrazione. Ci sono due possibilità:

1 Acquisire un'identità critica: nei confronti della cultura del paese dell'immigrato, il che consente di adottare alcuni tratti della cultura d'adozione, conservando valori di quella d'origine.
2 Ricerca di elementi comuni o punti di contatto: con il gruppo maggioritario, senza rinunciare alle proprie prerogative. Questi punti di contatto possono essere costituti dall'età, dalla convergenza ideologica o religiosa, dal lavori comuni, dalla condivisione di valori trans culturali.

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