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Globalizzazione
Col termine globalizzazione si indica il fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi di diverso tipo a livello mondiale in diversi ambiti osservato a partire dalla fine del XX secolo.
In campo economico "globalizzazione" denota la forte integrazione nel commercio mondiale e la crescente interdipendenza dei paesi gli uni dagli altri. Con la stessa parola si intende anche l'affermazione delle multinazionali nello scenario dell'economia mondiale. In questo settore si fa riferimento di volta in volta sia alla produzione spesso dislocata nei paesi del sud del mondo; sia alla vendita, che vede i prodotti di alcuni marchi molto sponsorizzati in commercio in quasi tutti i paesi del mondo.
È proprio nell'accezione economica che la globalizzazione è contestata da alcuni movimenti no-global e new-global. (v. anche Popolo di Seattle, No logo), mentre è fortemente sostenuta dai gruppi liberisti, libertari e anarco-capitalisti.
Con "globalizzazione", quindi, ci si riferisce essenzialmente allo sviluppo di mercati globali anche nell'ambito dell'informazione ed alla diffusione di mezzi di comunicazione come internet, che trascendono le vecchie frontiere nazionali. Nello stesso campo il termine indica la progressiva diffusione nei notiziari locali su temi internazionali.
Infine il termine "globalizzazione" è utilizzato anche in ambito culturale ed indica genericamente il fatto che nell'epoca contemporanea ci si trova spesso a rapportarsi con le altre culture, sia a livello individuale a causa di migrazioni stabili, sia nazionale nei rapporti tra gli stati. Spesso ci si riferisce anche all'elevata e crescente mobilità delle persone con una permanenza limitata temporalmente (turisti, uomini di affari, ecc..).
Nell'immaginario collettivo la "globalizzazione" è spesso percepita come un fenomeno progressivo, che si è andato sviluppando linearmente nel tempo in modo naturale, e che vede la condizione attuale nei suddetti ambiti come una fase intermedia tra il generico passato ed il futuro.
In realtà, se con «globalizzazione» ci si riferisce ad un fenomeno specifico degli ultimi decenni, scientificamente il concetto è tutt'altro che consolidato, anche se è entrato prepotentemente nel lessico comune e i mass media ne fanno larghissimo uso. Per quanto riguarda l'economia per esempio, diversi autori sottolineano che il sistema degli scambi internazionali era più «globalizzato» negli anni precedenti il 1914 di quanto non sia attualmente (Hirst e Thompson, La globalizzazione dell'economia, Editori Riuniti, 1997), che i sistemi economici sono comunque fondamentalmente a base nazionale e anche quelli di dimensione tendenzialmente continentale presentano diversi aspetti di chiusura (cfr., in agricoltura, le politiche protezionistiche dell'Unione Europea). D'altra parte, Amartya Sen (Globalizzazione e libertà, Mondadori, 2002) sostiene che processi di globalizzazione sono in corso da almeno un millennio, affogando così il concetto e le pratiche che lo sottendono nel mare magnum della lunga durata. Anche questo invita a maneggiare il concetto con una certa cautela.
In ogni caso, nella coscienza dei popoli il fenomeno si sta consolidando insieme alla diffusione del punto di vista globale ed all'impegno concreto per un mondo migliore al di là dei propri interessi personali e dei confini nazionali. Si parla sempre più spesso di "globalizzazione dei diritti" e perciò di rispetto dell'ambiente, di eliminazione povertà, di abolizione della pena di morte ed emancipazione femminile in tutti i paesi del mondo.
Di pari passo alla diffusione di notizie su scala mondiale ed alla progressiva presa di coscienza delle problematiche globali, cominciano a svolgersi grandi manifestazioni con la partecipazione contemporanea in numerose località di decine di milioni di persone.
Che cos'è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria
Che cos'è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria e' un libro di Ulrich Beck in cui si nota come la dimensione economica della globalizzazione influenzi scelte puramente politiche di stati che se ne sentono minacciati; potendo influenzare la politica, si può dire che le imprese transnazionali abbiano influenza su ogni aspetto della società. L’organizzazione del lavoro com’è stata intesa finora va ripensata, poiché lo stato – limitato entro i propri confini – non può più dettare regole ad imprese transnazionali, capaci di aggirare con la loro influenza ogni barriera.
Al contrario, lo stato viene spinto a diventare minimale (ovvero occuparsi solo di garantire l’ordine) dal potere economico, che le multinazionali hanno acquisito grazie alla possibilità di produrre dove la manodopera costa meno, che influenza gli stati a compiere politiche che le attirino, al costo di creare "zone franche" in cui i diritti umani non siano garantiti. Il potere dello stato viene inoltre smantellato dalla possibilità di pagare le tasse dove costa meno, giocando sulla sede fiscale. Le multinazionali sono perciò contribuenti virtuali, ovvero ottengono agevolazioni a non finire dallo stato pur di continuare a mantenere la sede fiscale in quel paese, che si rifà (e solo in parte) sui contribuenti reali, ovvero le piccole e medie imprese. Il Welfare state è ormai troppo costoso da mantenere, anche perché molte medie imprese chiudono schiacciate da concorrenza sleale e tasse; i disoccupati che vengono a crearsi diventano poi un'altro costo per lo stato sociale, che sarà compensato tassando ancor di più i rimanenti contribuenti reali. È un circolo vizioso creato dall’individualizzazione, che ha spinto ad abbandonare la politica per cercare la realizzazione personale.
Sorgono le idee di globalismo, globalità e globalizzazione; Il Globalismo è la corrente che crede che la globalizzazione abbia una dimensione solamente economica, impossibile da influenzare, e che il mercato si regoli da sé nel miglior modo possibile: pertanto lo stato deve diventare minimale, e lasciare che l'economia e la società si autoregolino da sè. Ne deriva il Globalismo opposto, che pur restando convinto del predominio del mercato, vuole sottrarvisi con barriere protezionistiche: nere (per motivi economici), verdi (poiché lo stato è la sola istituzione a garantire il rispetto dell'ambiente; pertanto va protetto), rosse (motivate dal bisogno di dimostrare la bontà delle affermazioni di Marx: il mercato schiaccerà la società). La Globalità è la percezione di vivere in una società globale; la Globalizzazione è il processo irreversibile per cui gli stati (attori nazionali) perdono importanza rispetto ad attori transnazionali. Attori internazionali sono invece quelli limitati ad una sola parte del globo. La società non è più limitata in uno stato, ma al globo.
Politica nella seconda modernità
Dando per scontata la fine dell’equazione “cultura = stato” – tipica della prima modernità – che vedeva più società separate dai confini statali, si pone ora una società globale in cui coesistano più culture, a formarne una sola. La seconda modernità inoltre vede lo stato e le istituzioni classiche inadeguate a contrastare la potenza degli attori transnazionali; la politica si sposta, pertanto, come testimonia il caso della piattaforma petrolifera Brent Spar:
La Shell, rea di voler affondare una piattaforma inquinando, ma in maniera perfettamente legale, si vide attaccata da Greenpeace; seguì un boicottaggio dei suoi prodotti. È ovvio notare il cambiamento della politica: gli stati nazionali non avevano voce in capitolo, la Shell è stata attaccata da Greenpeace, ovvero un altro attore transnazionale, e soprattutto la politica è passata dai governi ai cittadini. Acquistare da una multinazionale è un atto simile al voto, ed esprime preferenza per le politiche dell’azienda. Il “voto” è tuttavia limitato dall’informazione (si deve conoscere la politica di qualcuno per boicottarlo; è quindi influenzato dai media se essi non ne parlano), dalla trasmissibilità (si “vota” solo boicottando in massa, pertanto serve un forte ideale comune; viceversa non comprare un prodotto è solo una scelta personale e non influente) e dalla possibilità d’alternativa: ovvero è boicottabile solo chi può essere sostituito. Se la Shell fosse stata la sola azienda petrolifera, il boicottaggio sarebbe stato impossibile.
La possibilità di entrare in contatto con diverse culture, anche all’interno della propria vita (globalizzazione delle biografie: un tedesco che ama il Kenya), richiede la presenza di una critica interculturale; questa dovrà muovere dalle basi di Nietzsche: ovvero il singolo deve divenire legislatore di se stesso, ma solo di sé. Questa posizione di tipo universalista-contestuale consente di non imporre il proprio pensiero, ma di ritenerlo il migliore, e confrontarlo con altri. Se risulta migliore, arricchirà altri, viceversa accadrà il contrario. Le posizioni che si possono adottare in un dialogo sono tre:
• Universalismo Universalistico (c’è solo UNA realtà; è così per tutti ed ognuno la deve accettare)
• Contestualismo Universalizzante (ci sono più realtà a seconda di chi guarda; nessuno sbaglia, pertanto il confronto o la mescolanza sono impossibili)
• Universalismo Contestuale (c’è solo UNA realtà, ma ne sono possibili molte interpretazioni. Il dialogo è necessario per arrivare alla comprensione più fedele della realtà)
Una futura società mondiale
Una società civile mondiale dovrà avere due basi: i media e le guerre. I media sono il collegamento che rende possibile il confronto; le guerre, amplificate dai media, diventano crisi politiche globali di fronte a cui si rende necessaria una democrazia cosmopolitica. Beck fonda la base della democrazia globale nel rispetto dei diritti umani; tuttavia, non è chiaro come essi debbano essere fatti rispettare, poiché mancano istituzioni col potere di operare sul piano fisico: far rispettare i diritti umani è sempre stato compito degli stati nazionali.
Nella società mondiale gli stati si trovano a relazionarsi con l’opinione pubblica, altri stati e altri attori transnazionali come l’ONU; i modelli per spiegare come si svolgano queste relazioni sono tre:
• Realpolitico: gli stati sono i soli a decidere, su basi utilitaristiche; Le ONG sono al massimo consulenti.
• Internazionalistico: gli stati sono i soli a decidere; devono però rendere conto ad altri stati e all’opinione pubblica
• Cosmopolitico: l’individuo può mettere in dubbio l’operato dello stato ed influenzarlo direttamente.
Gli stati dovrebbero accordarsi tra loro, e rinunciare a parte della propria sovranità, delegandola ad istituzioni transnazionali (come il parlamento europeo); Altri possibili scenari di una futura democrazia globale sono:
• Società mondiale capitalista in cui lo stato è ormai minimale; il lavoro manuale viene sostituito dal sapere (automatizzazione); i poveri non servono più (quindi non hanno potere) ed acquisiscono una doppia povertà relativa: sono poveri relativamente ai ricchi e relativamente ai poveri di paesi ricchi.
• Società del rischio in cui la democrazia è data dal risvegliarsi delle coscienze. Il mondo si rende conto di potersi autodistruggere, e dibatte su come eliminare i problemi attuali ed evitare che si presentino rischi futuri; è una modernità responsabile, che guarda primariamente al futuro.
• Società della politica non legittimata, ovvero in cui non esiste uno stato mondiale; le decisioni che contano a livello globale sono prese dagli attori transnazionali, senza che la gente li abbia mai legittimati.
• Società dalla localizzazione plurale in cui non c’è stato mondiale, e le distanze sono annullate dai media; L’IT permette di allacciare un dialogo con persone scelte in base ai propri interessi su tutta la rete di internet, anziché accontentarsi di quelle fisicamente disponibili.
• Società de-differenziata in cui non c’è stato mondiale, e la nuova società supera la chiusura in “sfere” degli ambiti professionali, tipica della prima modernità. In essa si distinguevano chiaramente i mestieri l’uno dall’altro. Solitamente si cercava di arrestare la differenziazione, per evitare fenomeni di “snobismo” tra lavoratori nobili;
Beck si chiede se non sarebbe più opportuno cominciare a costruire uno stato transnazionale. Ovvero uno stato che amministri il proprio territorio, ma la cui opinione pubblica sia assolutamente convinta della necessità di riorganizzare la globalizzazione e proporre una collaborazione cosmopolitica. Pertanto la politica interna sarà orientata al dibattito sui possibili modi di riuscirci. Non è uno stato inter-nazionale: in questo caso cercherebbe una collaborazione tra stati. È uno stato trans-nazionale, ovvero convinto di dover abbandonare la vecchia concezione di stato, e cercare una collaborazione che vada oltre.
Errori del Globalismo
Il Globalismo ritiene che la globalizzazione sia un processo puramente economico e che il mercato si autoregoli, migliorando ogni aspetto della vita umana, ridistribuendo la ricchezza per tutti i paesi. Questa concezione presenta i seguenti errori:
1. Considerare l’economia come prevalente e capace di migliorare il benessere rende ciechi su altri fronti, come quello della solidarietà umana: un globalista abolirebbe le pensioni per favorire l’economia.
2. Permettere di tutto all’economia non migliora la vita umana: basti pensare ai paesi del terzo mondo in cui non si rispettano i diritti umani, pur di attirare le multinazionali. Il PIL è cresciuto, la qualità della vita?
3. I globalisti confondono l’internazionalizzazione (dell’economia) con la globalizzazione: Il commercio si svolge prevalentemente tra America, Europa ed Asia, non è globale.
4. Propagandare una ridistribuzione della ricchezza spinge i governi dei paesi ricchi a concedere troppo alle multinazionali.
5. L'idea che l’economia sia il futuro del mondo e la politica vada abbandonata è una sciocchezza: anche il mercato ha una sua dimensione politica, e consiste nelle scelte che si fanno nei CDA delle multinazionali.
6. Il globalismo è sicuro che vi sarà un’uniformazione dei gusti; il glocale li smentisce.
7. La politica può aprire una nuova fase della globalizzazione; abbandonarla lo rende impossibile.
Il Globalismo opposto, ovvero quello che vorrebbe alzare barriere protezionistiche, è ancor più criticabile: il protezionista nero non si rende conto che lo stato che tanto ama andrà comunque incontro allo sfacelo se si chiuderà su se stesso. Il protezionista verde non si rende conto che chiudendosi a livello nazionale, permetterà alle multinazionali di commettere i peggiori eco-crimini nei paesi del terzo mondo. Il protezionista rosso cerca di sottrarsi all’inevitabilità di abbandonare il welfare state; tuttavia il welfare indebolisce l’economia, quindi crea disoccupazione, quindi costi sociali ancora maggiori: è un loop.
Risposte alla globalizzazione
Beck sostiene l’esigenza di un dibattito politico sulla globalizzazione (e, di rimando, l’esigenza di abbandonare il globalismo: che dibattito politico è possibile con una controparte che vuole eliminare la politica?) in cui si superi lo schema sinistra-destra: la sinistra deve comprendere l’impossibilità di mantenere il welfare state, la destra deve abbandonare il concetto di stato che ha amato finora. Va quindi ripensata la politica interna.
Il dibattito dovrà riguardare la possibilità di regolamentare la condotta delle multinazionali, per evitare che esse possano mettere gli stati l’uno contro l’altro pur di conquistarsi le fabbriche; in seconda battuta si dovrà sradicare l’egoismo degli stati nazionali, in maniera che uno di questi non trasgredisca alle regole comuni che ci si sarà dati mediante un’unione transnazionale; questo è il nuovo obiettivo da perseguire.
Gli stati devono abbandonare la sovranità esclusiva, ovvero la pretesa di comandare completamente il proprio territorio, e passare ad una sovranità inclusiva, ovvero in cui accettano di dover rispondere a delle regole comuni. Serve quindi un organo giuridico transnazionale ed un principio federalista, in cui gli stati accettino di essere più o meno “regioni” di un unico paese.
Di fronte alla possibilità per le multinazionali di spostare la produzione, Beck suggerisce agli stati europei due strade per non precipitare nella povertà: una, paradossale, di convertire i nostri popoli in azionisti delle fabbriche (in questo modo lo spostamento delle fabbriche in luoghi economici farebbe guadagnare gli azionisti); l’altra, più concreta, di investire nella ricerca (sia intesa come “diventare nazione dove far ricerca” che ricerca volta a produrre beni che altri paesi non possano produrre); in aggiunta, poiché la chiave di tutto è differenziare il proprio prodotto, Beck suggerisce di produrre prodotti che non possano essere fabbricati altrove: cose tipiche, o prodotti ecologici. Ulteriore risorsa potrebbe essere la creatività personale: ovvero creare nuovi lavori o servizi.
Le multinazionali dovrebbero essere obbligate a produrre le loro merci solo in paesi a regime democratico, nel rispetto dei diritti umani; questo avverrebbe sotto il controllo di osservatori transnazionali. I fondi per il Welfare, se non può essere mantenuto perché costoso ed inutile all’economia, possono essere trasferiti al volontariato, che diventerebbe un lavoro ben pagato (pertanto l’unica occupazione per molti)
Per evitare la brasilianizzazione dell’Europa, è necessario sviluppare un nuovo contratto sociale (New Deal) contro l’esclusione: l’esclusione è ritrovarsi nel Lumpenproletariat: niente lavoro significa non poter avere una casa. Non avere una casa non permette di trovare lavoro, si è esclusi.

L'ex Popolo di Seattle è la grande novità della politica internazionale, come i girotondi lo sono per la politica italiana. Antagonisti, alternativi, li chiamano No global, anche se ripetono a tutti di non essere contro la globalizzazione, ma di volere una globalizzazione diversa, più solidale.

Il movimento New Global, nella sua parte italiana, racchiude due anime. Una cattolica, pacifista che raccoglie le cooperative e le associazioni che agiscono nel sociale e nelle parrocchie insieme alla Rete Lilliput, alle Acli, alla laica Arci, a Legambiente e a decine di altre. Una rete di associazioni solidaristiche, contraddistinte da una fortissima motivazione morale, cui va aggiunta Attac, l'organizzazione nata in Francia per promuovere la Tobin Tax. Da ultimo anche la Cgil si è avvicinata al movimento, portando dentro di esso il tema del lavoro.
Poi il Laboratorio dei Disobbedienti. Una vasta area che mette insieme i centri sociali e altre strutture della sinistra antagonista comprese le ex Tute Bianche di Luca Casarini (si sono sciolte proprio durante i giorni del G8) o i campani della Rete No Global Forum e i giovani di Rifondazione comunista. Impegnati sui temi dell'immigrazione e sociali (dal lavoro, alla casa), non escludono a priori lo scontro con le forze dell'ordine e teorizzano la pratica della "disobbedienza civile".
Un movimento variegato con alcuni obiettivi comuni, come si legge nel manifesto approvato a Porto Alegre il 4 febbraio del 2002: annullamento del debito dei paesi poveri, istituzione della Tobin Tax, abolizione dei paradisi fiscali, protezione dell'ambiente e della biodiversità, opposizione alle privatizzazioni, sostegno ai diritti dei lavoratori, alla parità fra uomo e donna, diffusione della democrazia nel mondo. Tutti condannano il terrorismo ma sono anche contro la guerra e, dopo l'11 settembre, hanno dato vita al movimento pacifista.
Nemici storici sono il Wto e le teorie liberoscambiste "imposte" ai paesi più poveri, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale ritenuti il "braccio armato" di quella politica di arricchimento delle zone già ricche della terra. Altri nemici sono le multinazionali e lo sfruttamento imposto ai lavoratori dei Paesi in via di sviluppo. Una parte del movimento, a partire da Greenpeace, fortemente ecologista, lavora per la riduzione dell'effetto serra e a difesa della natura e delle foreste. C'è, inoltre, chi come Attac vuole imporre ai Paesi ricchi la cosiddetta Tobin Tax, una tassa sulle transazioni finanziarie per ridurre gli squilibri fra Nord e Sud del mondo. I due slogan che accomunano tutti, pacifisti, cattolici, antagonisti sono: "Un altro mondo è possibile" e "Un altro mondo è in costruzione".
Nel febbraio del 2002, ai No Global si affiancano in Italia i "movimenti" dei girotondi, critici verso la dirigenza della sinistra, di cui chiedono il rinnovamento, e fautori di un'opposizione più radicale e più concreta sui temi della giustizia, della scuola, della sanità, del lavoro e dell'informazione. I loro slogan sono "Un'altra opposizione è possibile" e "Resistere, resistere, resistere".

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