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Genere e sessualità

La nostra identità di genere si forma così precocemente nella vita che da adulti la consideriamo per lo più scontata. Ma il genere non è soltanto qualcosa che esiste: tutti noi costruiamo il genere nelle interazioni sociali con gli altri.
Interroghiamoci innanzitutto sull’origine delle differenze tra uomini e donne. In generale i sociologi usano il termine sesso per riferirsi alle differenze anatomiche e fisiologiche che caratterizzano i corpi maschili e femminili. Il genere, invece, concerne le differenze psicologiche, culturali e sociali tra maschi e femmine. Il genere è collegato alle nozioni socialmente costruite di maschilità e femminilità; non è necessariamente un prodotto diretto del sesso biologico. La distinzione tra sesso e genere è fondamentale, poiché molte differenze tra uomini e donne non sono di origine biologica.

Alcuni autori ritengono che determinati aspetti della biologia umana (cromosomi e altri fattori genetici, ormoni, dimensione del cervello) comportino differenze di comportamento tra uomini e donne. Tali differenze possono essere individuate in una forma o nell’altra in tutte le culture. Le teorie della differenza na-turale si basano spesso sul comportamento animale che è variabile nel tempo e nello spazio. Inoltre, il fatto che certe caratteristiche siano universali non significa che debbano essere di origine biologica (fattori culturali). Le teorie per cui gli esseri umani si conformerebbero a una sorta di predisposizione innata trascurano il ruolo decisivo dell’interazione sociale nella definizione del comportamento umano.

Socializzazione di genere: apprendimento dei ruoli di genere attraverso agenti sociali come la famiglia, la scuola e i media. Questo tipo di approccio distingue tra sesso biologico e genere sociale: un bambino nasce col primo e sviluppa il secondo. Attraverso il contatto con diversi agenti della socializzazione i bambini interiorizzano gradualmente le norme e le aspettative sociali corrispondenti al proprio sesso. Le differenze di genere non sono biologicamente determinate, ma sono un prodotto culturale. In questa prospettiva, le disuguaglianze di genere derivano dal fatto che uomini e donne vengono socializzati a ruoli differenti. Nel processo di socializzazione bambini e bambine sono guidati da sanzioni positive e negative, che agiscono per ricompensare a reprimere determinati comportamenti. Molti autori sostengono che la socializzazione di genere non sia un processo intrinsecamente armonioso. In realtà, diversi agenti coinvolti (famiglia, scuola, coetanei), possono essere in contrasto l’uno contro l’altro. Inoltre, le teorie della socializzazione ignorano la capacità degli individui di respingere o modificare le aspettative sociali connesse ai ruoli sessuali.

Due delle più importanti teorie che spiegano la formazione dell’identità di genere prendono lo spunto dai rapporti emotivi che intercorrono tra i bambini e coloro che se prendono cura. Secondo queste due teorie, le differenze di genere si formano “inconsciamente” durante i primi anni di vita, anziché risultare da una predisposizione biologica.

La teoria di Freud

Secondo questa teoria, l’apprendimento delle differenze di genere da parte dei bambini è incentrato sulla presenza o l’assenza del pene. Freud si preoccupa di specificare che non si tratta solo di differenze anatomiche: la presenza e l’assenza del pene esprime simbolicamente la maschilità e la femminilità. La formazione delle identità di genere ha inizio nella fase edipica (4-5 anni). in questa fase sono fondamentali per i bambini i rapporti con i genitori. Il bambino si sente minacciato dal fatto che il padre comincia a esigere da lui disciplina e autonomia, sottraendolo alle cure della madre. In parte consciamente, ma per lo più inconsciamente, il bambino vede il padre come rivale nella lotta per le attenzioni della madre, fino a sviluppare la paura della castrazione (il bambino accetta la superiorità del padre). Le bambine soffrirebbero per l’invidia del pene, in quanto ne sono prive (la bambina svaluta la madre). Con al conclusione della fase edipica, il bambino ha imparato a reprimere le proprie pulsioni erotiche. Nel periodo di latenza (dai 5 anni alla pubertà) l’attività sessuale tende ad essere sospesa fino a quando le trasformazioni biologiche della pubertà riattivano in modo diretto i desideri erotici. Sono molto importanti i rapporti interni al gruppo dei pari omogeneo per sesso.

La teoria di Nancy Chodorow
Ella concorda con altri studiosi di psicoanalisi, smentendo Freud, che la formazione dell’identità di genere è un’esperienza molto precoce; inoltre attribuisce molta più importanza alla madre che al padre. I bambini tendono a instaurare un rapporto di coinvolgimento emotivo con la madre, che rappresenta l’influenza dominante nelle fasi iniziali della vita. La percezione di essere maschio deriva dunque dall’attaccamento del bambino alla madre. Per poter acquisire un senso di sé separato, a un certo punto tale attaccamento deve essere spezzato. La Chodorow sostiene che questa rottura avviene in modo diverso nei bambini e nelle bambine. Non essendoci una separazione netta dalla madre, la bambina, e più tardi la donna adulta, ha un senso di sé meno separato dagli altri. La sua identità ha maggiori probabilità di rimanere fusa con quella di un altro. I bambini maschi acquistano il senso di sé in seguito a un rifiuto più radicale della vicinanza della madre, ricavando la propria comprensione della maschilità da ciò che non è femminile. Essi devono imparare a non essere “effeminati” o “cocchi di mamma”. Il loro approccio alla vita è più attivo e incentrato sulla prestazione; hanno però represso la capacità di capire i propri sentimenti e quelli altrui.
E' la maschilità a essere definita come perdita = privazione dell’attaccamento intimo con la madre
Le differenze di genere sono raramente neutrali e in quasi tutte le società comportano significative disuguaglianze sociali. Il genere è un fattore cruciale nel determinare le chance di vita che si offrono a individui e gruppi, e influenza in maniera sostanziale i ruoli che essi svolgono all’interno delle istituzioni sociali, dalla famiglia allo stato. Benché i ruoli di uomini e donne siano variabili da cultura a cultura, non esiste alcuna società conosciuta in cui le donne abbiano maggiore potere degli uomini. I ruoli maschili sono, in generale, più reputati e premiati di quelli femminili. Questa divisione sessuale del lavoro ha fatto sì che uomini e donne raggiungessero posizioni ineguali in termini di potere, prestigio e ricchezza.

L’approccio funzionalista considera la società un sistema di parti reciprocamente collegate che, in condizioni di equilibrio, cooperano armoniosamente per produrre coesione sociale. L’applicazione della prospettiva funzionalista si traduce nel tentativo di dimostrare che le differenze di genere contribuiscono alla stabilità e all’integrazione sociale.

Talcott Parsons. Il suo principale oggetto di interessa era la socializzazione dei bambini, il cui successo dipendeva dal supporto di una famiglia stabile. Secondo Parsons, la famiglia è un agente di socializzazione efficiente se esiste una netta divisione sessuale del lavoro per cui le donne svolgono ruoli espressivi, garantendo sicurezza ai figli e offrendo loro sostegno emotivo, mentre gli uomini svolgono i ruoli strumentali, cioè provvedono al sostentamento della famiglia.

John Bowlby. Secondo Bowlby la madre svolge un ruolo cruciale nella socializzazione primaria dei figli. Se la madre è assente o se un figlio viene separato precocemente dalla madre, si crea una situazione di privazione materna per cui la socializzazione del figlio rischia seriamente di essere inadeguata

Il movimento femminista ha prodotto una serie di contributi teorici che tentano di spiegare le disuguaglianze di genere e di formulare programmi per il loro superamento.

Il femminismo liberale

Le femministe liberali, a differenza delle radicali, non considerano la subordinazione femminile come il prodotto di un sistema complessivo. Esse attirano invece l’attenzione sui singoli fattori che contribuiscono alle disuguaglianze tra uomini e donne (sessismo, discriminazione contro le donne nel lavoro, nella scuola e nei mezzi di comunicazione). Questo approccio tende a concentrarsi sulla difesa e sulla promozione delle pari opportunità per le donne attraverso strumenti legislativi come la parità salariale e le norme anti-discriminazione. Le femministe cercando di lavorare all’interno del sistema esistente per riformarlo in maniera graduale.

Il femminismo radicale
Il caposaldo di questo approccio è l’idea che gli uomini siano responsabili dello sfruttamento delle donne e ne traggono i benefici. L’analisi del potere patriarcale è centrale per questa scuola di pensiero femminista. Il patriarcato è considerato un fenomeno universale, presente in tutte le epoche e in tutte le culture. Le femministe radicali spesso si concentrano sulla famiglia come una delle fonti principali dell’oppressione delle donne nella società, sostenendo che gli uomini sfruttano le donne approfittando del loro lavoro domestico gratuito. Si parla di “classe sessuale” per descrivere la posizione sociale delle donne, gli uomini esercitano un controllo sul ruolo della donna nella riproduzione e nell’educazione dei figli. Altre femministe vedono nella violenza maschile sulle donne l’elemento fondante della supremazia maschile. Le femministe radicali non credono che le donne possano essere liberate dall’oppressione sessuale attraverso le riforme o il cambiamento graduale.

Il femminismo “nero”

A loro giudizio le divisioni etniche tra donne non sono prese in considerazione dalle principali scuo-le di pensiero femministe, che si concentrano sulla condizione delle donne bianche, e prevalente-mente di classe media, che vivono nelle società industrializzate. Questa insoddisfazione ha portato alla nascita di un femminismo “nero” che si interessa in particolare dei problemi delle donne di colore.
Secondo Connell l’ordine di genere come “ambito organizzato di pratiche umane e relazioni sociali” definisce le forme della maschilità e della femminilità, che non posso essere comprese al di fuori di esso e separatamente le une dalle altre. Connell individua tre dimensioni che, nella loro interazione, costituiscono l’ordine di genere:
il lavoro, che riguarda la divisione sessuale delle attività sia in ambito familiare, sia in ambito professionale
il potere, che concerne le relazioni basate sull’autorità, sulla violenza o sull’ideologia nelle istituzioni sociali e nella vita domestica
la catessi, che riguarda la dinamica dei rapporti intimi, emozionali e affettivi

L’interazione tra lavoro, potere e catessi determina un particolare ordine di genere a livello dell’intera società. Nelle società capitalistiche occidentali,afferma Connell, l’ordine di genere è tuttora di tipo patriarcale. Le forme della maschilità e della femminilità sono tutte conformi a un modello fondamentale: il predominio degli uomini sulle donne.
Secondo Connell esistono molte espressioni diverse della maschilità e della femminilità. A livello sociale esse sono ordinate secondo una gerarchia basata su alcuni “tipi ideali”. Alla sommità della gerarchia Connell colloca la maschilità egemone. Al di sotto si trova una serie di maschilità e femminilità subordinate. La più importante è la maschilità omosessuale. La femminilità enfatizzata è un importante complemento della maschilità egemone. Essa è orientata al soddisfacimento degli interessi e dei desideri maschili. Esistono infine forme di femminilità subordinate che rifiutano il modello prevalente (femministe, lesbiche, single, streghe, prostitute, lavoratrici manuali, femminilità resistenti).

Connell ha proposto una gerarchia di genere chiaramente organizzata, ma respinge l’idea che le relazioni di genere siano statiche. Al contrario, pensa che siano il risultato di un processo incessante e suscettibili di contestazione cambiamento  gli individui possono modificare il proprio orientamento di genere (crisi dell’ordine di genere):
crisi dell’istituzionalizzazione
crisi della sessualità
crisi della formazione di interessi

Molti studiosi pensano che sia in atto una crisi della maschilità indotta da trasformazioni socio-economiche. È il concetto di male breadwinner a entrare in crisi.

La maggior parte degli individui, in ogni società, è eterosessuale, cioè cerca il coinvolgimento emotivo e il piacere sessuale nell’altro sesso. L’eterosessualità è in ogni società la base del matrimonio e della famiglia. Esistono tuttavia inclinazioni sessuali minoritarie. Le pratiche sessuali sono ancora più differenziate. Gli esseri umani hanno una vasta gamma di preferenze sessuali e sono spinti praticarle anche qualora alcune di esse siano considerate immorali o illegali (omosessualità). Quello che viene considerato comportamento sessuale “normale” e i canoni dell’attrattiva sessuale si rivelarono sorprendentemente variabili. In alcune culture, ad esempio, prima del rapporto sessuale si ritengono desiderabili e addirittura necessari lunghi preliminari, che arrivano a durare qualche ora; altrove i preliminari praticamente non esistono. Nella maggior parte delle culture, i canoni dell’attrattiva sessuale attribuiscono all’aspetto fisico un’importanza maggiore per le donne che per gli uomini; questa situazione sembra cambiare gradualmente nei paesi occidentali. Nell’ambito della bellezza femminile le caratteristiche considerate più importanti variano molto da cultura a cultura.
L’atteggiamento occidentale verso la sessualità è il prodotto di quasi duemila anni di storia influenzata principalmente dal cristianesimo. Il diverso atteggiamento nei confronti delle attività sessuali maschili e femminili ha costituito per lungo tempo una doppia morale sessuale.
L’omosessualità (interesse sessuale verso individui del proprio sesso) esiste in tutte le culture. Vi sono culture non occidentali in cui l’omosessualità viene tollerata e persino incoraggiata, sebbene sia di norma soltanto all’interno si determinati gruppi sociali. Nei suoi studi sulla sessualità, Foucault ha dimostrato che prima del XVIII secolo il concetto di omosessuale era pressoché inesistente. La sodomia era condannata dalle autorità ecclesiastiche e dalla legge; in diversi paesi europei era punita con la pena di morte. Il termine omosessualità fu coniato negli anni sessanta dell’Ottocento e da allora gli omosessuali furono sempre più spesso considerati una categoria distinta di persone con una particolare anomalia sessuale. L’omosessualità venne medicalizzata: la si concepiva come disturbo psichiatrico o perversione, anziché come “peccato” nel senso religioso.

Plummer ha distinto quattro tipi di omosessualità all’interno della cultura occidentale moderna:
• l’omosessualità casuale, esperienza omosessuale transitoria
• l’omosessualità situata, sono regolarmente praticate attività omosessuali
• l’omosessualità personalizzata, gli individui preferiscono le attività omosessuali
• l’omosessualità come stile di vita,individui che hanno fatto del rapporto collettivo con gli altri un aspetto fondamentale della propria esistenza (sono “usciti allo scoperto”)

L’omosessualità maschile tende a suscitare più attenzione del lesbismo. I gruppi lesbici hanno solitamente un’organizzazione meno strutturata delle subculture gay e sono caratterizzati da una minore propensione per i rapporti casuali. Secondo alcune lesbiche, il movimento di librazione gay persegue interessi maschili, mentre le femministe progressiste e radicali si curano esclusivamente delle donne eterosessuali delle classi medie. Molte gonne gay vedono nel lesbismo non tanto un orientamento sessuale quanto un impegno di solidarietà verso le altre donne.

L’omosessualità non è una malattia e non è associata a nessuna forma di disturbo psichico. Gli omosessuali maschi non appartengono ad alcuna categoria professionale particolare. L’intolleranza verso la “diversità” sessuale può assumere varie forme e gradazioni: il termine eterosessismo designa il fenomeno per cui gli individui non eterosessuali sono classificati e discriminati sulla base del loro orientamento sessuale; l’omofobia è un atteggiamento di paura e di disprezzo nei confronti degli omosessuali. Alcuni comportamenti e atteggiamenti omosessuali maschili possono essere visti come tentativi di modificare i rapporti tra maschilità e potere, il che rappresenta forse una delle ragioni per cui gli omosessuali sono considerati una minaccia dalla comunità eterosessuale. In qualche modo, comunque, l’omosessualità è stata normalizzata, diventando sempre più un elemento accettato della vita sociale quotidiana. Le convivenze tra omosessuali giuridicamente riconosciute assumono per lo più la forma di unioni civili o patti civili di solidarietà che si differenziano dai matrimoni veri e propri perché regolati da normative specifiche riguardanti le coppie di fatto. Queste normative hanno lo scopo di estendere alle coppie di fatto dei diritti che in passato erano riservati alle coppie sposate.

La prostituzione può essere definita come la concessione di prestazioni sessuali in cambio di una ricompensa economica. Il termine prostituta entrò nell’uso comune nel tardo Settecento. Prima di allora le prestazioni sessuali scambiate con ricompense materiali di vario tipo erano affidate per lo più a cortigiane, concubine o schiave. L’aspetto più caratteristico della prostituzione moderna risiede nell’anonimato, cioè nel fatto che di norma la donna e il suo cliente non si conoscono.
Goldstein ha classificato i diversi tipi di prostituzione in termini di impegno occupazionale e contesto occupazionale.
• L’impegno occupazionale è dato dalla frequenza con cui una donna si prostituisce
• Il contesto occupazionale indica il tipo di ambiente lavorativo e di processo interattivo che caratterizza l’attività di una prostituta
• Il regolazionismo permette l’esercizio della prostituzione, pur confinandola nei bordelli o nelle case chiuse, ma condanna moralmente la prostituta
• L’abolizionismo permette l’esercizio della prostituzione e non condanna moralmente la prostituta
• Il proibizionismo vieta la prostituzione e condanna moralmente la prostituta
• La criminalizzazione del cliente vieta la prostituzione, ma agisce punendo il cliente anziché la prostituta

La prostituzione coinvolge di frequente anche i minori (fuggiaschi, pendolari e abbandonati). Tutte e tre le categorie comprendono sia maschi che femmine. In alcuni paesi del mondo la prostituzione minorile rientra spesso in quell’attività nota come turismo sessuale. Non esiste un fattore unico in grado di spiegare la prostituzione. Alcuni ritengono che i bisogni sessuali maschili siano più forti o più persistenti di quelli femminili, ed abbiano perciò bisogno dell’appagamento fornito dalla prostituzione. Ma non è una spiegazione plausibile. La conclusione più convincente è quella secondo cui la prostituzione esprime la tendenza maschile a trattare le donne come oggetti a scopo sessuale; è un aspetto del sistema di rapporti patriarcale, che riproduce la disuguaglianza di potere tra uomini e donne.

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