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La Famiglia

La famiglia è un agenzia di socializzazione primaria, una realtà in transizione nel cui interno si possono trovare modelli, concezioni, progetti educativi diversi. Essa fornisce gli strumenti necessari per l’interazione e l’integrazione sociale e questo sottolinea l’unicità della famiglia; inoltre fornisce le condizioni necessarie per rapportarsi ad altre agenzie educative, in quanto non è la sola agenzia presente, ma si inserisce in un quadro sociale, educativo e psicologico più ampio; in questo caso, invece, viene sottolineata l’alterità della famiglia. Claudio Volpi mette in luce le strategie educative famigliari correlate con le differenti immagini dell’infanzia, dando particolare rilievo alla positività del modello paidocentrico. Esistono, così, 3 distinte immagini dell’infanzia e 3 distinte strategie della socializzazione infantile, alle quali corrispondono 3 modelli di interventi famigliari. L’immagine della continuità, postula l’esistenza di una famiglia patricentrica che assicura modelli di comportamento ben definiti. Essa è concentrata sull’autorità genitoriale che trasmette valori attraverso l’adesione e l’obbedienza a regole socio-culturali. L’immagine della discontinuità, che si fonda l’esistenza di una famiglia puerrocentrica centrata sul ruolo rivoluzionario del bambino all’insegna della sua autonomia. Essa è centrata, invece, sui bisogni e sugli interessi del bambino stesso. Infine troviamo l’immagine della continuità e autonomia, che si fonda sull’esistenza di una famiglia paidocentrica che prevede la crescita reciproca sia del bambino, che del genitore come costruttori di progetti educativi comuni. Questo modello è il più difficile da realizzare ed è la sintesi dei primi due modelli: il primo è criticato perché dà eccessiva importanza al rispetto di regole; il secondo perché da eccessiva importanza alle libertà individuali del bambino. In definitiva, il terzo modello, sintetizza la capacità del bambino di autoregolarsi con l’importanza del ruolo genitoriale come trasmettitore di valore.
Molti autori parlano di ciclo di vita famigliare che inizia con la nascita della coppia, fino a quando la coppia muore; così il ruolo genitoriale viene considerato solo un momento.
In particolare Eugenia Scabini sottolinea l’importanza del ciclo di vita fondato su eventi critici: dalla formazione della coppia alla nascita dei figli, dalla scelta dei figli di uscire dal nucleo famigliare al pensionamento, fino alla morte di uno o entrambi i coniugi. A ciascuno di questi momenti corrisponde l’assunzione di ruoli ben precisi: marito-moglie, padre-madre, nonno-nonna, vedovo-vedova.
A livello sociologico, a partire dagli anni ’70, si è assistito ad una revisione del concetto di famiglia. L’idea base non è più quella di stare insieme per convenzione, ma solo se c’è amore; da qui la nascita delle nuove tipologie famigliari o nuove famiglie. Innanzitutto vi è da fare una distinzione tra famiglia istituzionale e famiglia di fatto. Per quanto riguarda la prima, l’unione è riconosciuta sia dallo Stato che dalla Chiesa e i patners sono eterosessuali; invece, nella famiglia di fatto si ha un’unione per convivenza e non vi è né riconoscimento civile, né religioso. I patners possono essere sia eterosessuali, sia omosessuali. In entrambe le tipologie, le derivazioni possibili sono le stesse: la famiglia unigenitoriale, cioè una famiglia con un genitore solo o con un figlio, a causa di divorzi, separazioni o vedovanza; la famiglia ricomposta, cioè di genitori divorziati che si uniscono con nuovi patners; ed infine la famiglia unipersonale, cioè in caso di divorzi, separazioni o vedovanza, quando un membro della famiglia rimane solo.
In definitiva la classica famiglia nucleare tende ad essere sostituita sempre più da queste tipologie.
Vi sono molti aspetti che evidenziano la crisi del sistema famigliare: innanzitutto, il vero motivo di crisi della famiglia, è la secolarizzazione dove prevale una dimensione laica e diminuisce il controllo religioso sulla vita sociale e personale dell’individuo. Da qui sono nati numerosi mutamenti in base a fenomeni demografici come il calo dei matrimoni e delle nascite, l’aumento delle convivenze, dei divorzi e delle separazioni. Così dal 1960 la famiglia contemporanea è segnata da 4 trasformazioni sociali: l’ individualizzazione, secondo cui il singolo soggetto rivendica la propria libertà e autonomia; la privatizzazione, dove i soggetti gestiscono la vita famigliare al di là delle regole e delle norme; la pluralizzazione, caratterizzata dagli stili di vita che determinano il mutamento e la nascita delle nuove tipologie di famiglie; infine la parificazione, dove la donna rivendica parità su tutti i punti di vista.
Oggi la parità dei sessi e l’attenzione ai bisogni, alle emozioni e all’affettività, sono sfociate nell’esistenza di coeducazione, cioè un’educazione reciproca, e cooperazione di padre e madre nel ruolo genitoriale. Quando una coppia decide di avere un figlio ha inizio un processo di ristrutturazione profonda della famiglia; in quanto non è più composta solo dalla coppia moglie-marito, ma da moglie-marito ed eventuali figli. Questo porta alla costruzione di un nuovo nucleo famigliare basato su una maggiore responsabilità da parte dei genitori verso i figli. Per la psicologia del XX secolo il rapporto tra madre-bambino è stato uno degli argomenti di studio più coinvolgenti, che ha portato alla teoria dell’attaccamento di Bowlby; secondo cui l’attaccamento è un comportamento universale, presente in tutti gli individui della specie umana e animale. Il ruolo della figura principale può essere svolto anche da persone che non siano la madre naturale, in quanto le figure di attaccamento sono più di una: infatti a livello psicoanalitico, l’essere umano per il fatto di essere concepito non vive mai solo il rapporto simbiotico con la madre, grazie all’intervento del padre. Questo rapporto è il trampolino di lancio per entrare in relazione con la società che richiede all’individuo il lavoro produttivo, non solo negli aspetti psicologici ma anche economici. Infine la principale funzione dell’attaccamento è la protezione dei piccoli dai pericoli, rappresentati nel mondo umano, da rischi materiali e da insidie sottili come la solitudine, l’abbandono e le paure; i legami di attaccamento sono tanto più necessari quanto più la prole è fragile alla nascita, bisognosa di cure e incapace di difendersi da sola. La teoria di Bowlby, però, non sostiene che la famiglia è il maggior ambiente di socializzazione del bambino e che i migliori educatori siano i genitori, ma descrive le caratteristiche di un ambiente di sviluppo adeguato e le modalità corrette di interazione con i piccoli.
Nel 1976 Maccoby e Martin hanno effettuato degli studi sugli stili genitoriali a livello educativo trovandone principalmente 4: lo stile aitoritario dove i genitori impongono norme rigide da rispettare rigorosamente, altrimenti si può andare incontro a punizioni anche corporali; non vi è la presenza di dialogo e di conseguenza le motivazioni dei figli non sono minimamente considerate. Inoltre non vi sono rinforzi positivi, né affettivi, né verbali, né fisici. I figli così possono diventare al di fuori della famiglia o estremamente passivi, o ribelli, o ancora anarchici. Nello stile permissivo tutto è concesso: non esistono né regole, né punizioni; molto spesso questo modello è utilizzato perché “fa comodo” ai genitori perché evitano di dare spiegazioni e confrontarsi. I figli saranno così incapaci di integrarsi in un determinato contesto sociale e ogni “NO” sarà fonte di frustrazione. Lo stile incoerente, oscilla tra stili educativi diversi; destabilizza i figli che diventano incostanti e instabili a livello emotivo e sociale. Infine troviamo il modello di stili educativi più giusto e usato: lo stile autorevole dove i genitori impongono delle regole, ma sempre negoziate e negoziabili: il non rispetto porta a punizioni ma sempre motivate. Vi è molto dialogo ed esistono rinforzi positivi, emotivi, fisici e verbali. È tuttavia evidente che la ricchezza dei legami emotivi presenti nella relazione famigliare rende molto difficile essere genitori perfetti. Perciò alcune volte il disagio creato da questa relazione “non sana” porta allo sviluppo di perturbazioni nella comunicazione. Uno dei modelli teorici che si occupa della perturbazione della comunicazione famigliare è il modello relazionale sistemico, ideato dagli esponenti della scuola di Palo Alto, che si è occupato prevalentemente dei disturbi della comunicazione; in particolar modo di famiglie con problemi comunicativi o con problemi psichiatrici. Essi danno particolare rilievo alle patologie della comunicazione, in particolare la schizzofrenia legata ad una relazione basata sul doppio vincolo. Gli autori di Palo Alto sostengono, così, che i turbamenti psichici della personalità possono venir ricondotti a delle perturbazioni della comunicazione tra l’individuo malato e il suo ambiente. Per risolvere i problemi comunicativi bisogna utilizzare la metacomunicazione, cioè la consapevolezza dei fattori e delle dinamiche che regolano il processo comunicativo. È difficile, però arrivare ad una consapevolezza completa perché questo comporterebbe mettersi in gioco a livello relazionale e accettare uno scambio di ruoli. Importanti sono i rinforzi che la comunicazione può trovare. A livello sociologico, all’interno di una comunicazione non vi è mai neutralità, infatti gli stimoli sono sempre o positivi o negativi e mai neutri. Importante è il rapporto di feed-back, cioè l’azione di ritorno tra stimolo e risposta. Di fronte alle molteplici difficoltà della società contemporanea gli psicologi sostengono che la famiglia deve essere aiutata da agenzie specializzate, per mantenere il proprio ruolo educativo, soprattutto quando è fragile o chiaramente inadeguata. A partire dagli anni ‘70 in Italia sono stati istituiti servizi per sostenere la famiglia e non per sostituirla, come ad esempio i consultori famigliari, l’assistenza domiciliare e l’assistenza sociale in termini di affidamento e/o adozione.
L’affidamento può essere a tempo pieno, quando il bambino resta regolarmente e costantemente, per un determinato periodo in una famiglia che lo accoglie; a tempo parziale, quando il bambino rimane nella famiglia che lo ospita solamente in determinati momenti. Lo scopo dell’affidamento è la ricostruzione di condizioni accettabili per il minore che ritornerà nella sua famiglia di origine. Ha carattere di temporaneità, in quanto vi si ricorre quando si rende necessario l’allontanamento temporaneo del minore dalla sua famiglia biologica, nella quale rientrerà quando le condizioni saranno adeguate.
Invece, l’adozione, è concepita come un modo per dare una famiglia a un bambino. Quando l’adozione si verifica pone notevoli problemi educativi che riguardano sia le istituzioni che tutelano il bambino, sia i nuovi genitori. L’adozione rappresenta per tutti un’importante crisi, i cui esiti dipendono dalla capacità di gestione dei nuovi genitori. Secondo Hoksbergen, tra i fattori necessari a evitare il fallimento dell’adozione troviamo, oltre all’essere dei buoni genitori: il rispetto dell’identità ed infine, la capacità di affrontare i problemi psicologici.

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