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Devianza e criminalità

La vita sociale è governata da norme. Generalmente siamo indotti a rispettare tali norme in virtù del pro-cesso di socializzazione. Tutte le norme sociali sono rafforzate da sanzioni, che possono essere positive o negative. Le sanzioni possono anche essere formali o informali. Chi non rispetta una norma di qualche tipo viene definito deviante (criminali o “disadattati”). Nessuno infrange tutte le norme sociali, così come nessuno le rispetta tutte. Lo studio della criminalità e del comportamento deviante è uno dei compiti più affascinanti e insiemi più complessi della sociologia. Essa ci insegna che nessuno di noi è così “normale” come ci piacerebbe pensare.

La devianza può essere definita come non conformità a una norma o complesso di norme accettate da n numero significativo di individui all’interno di una collettività. Nessuna società può essere facilmente suddivisa tra coloro che si attengono alle norme e coloro che non le rispettano. La maggior parte di noi, in certe occasioni, trasgredisce norme di comportamento generalmente accettate. La devianza non riguarda soltanto gli individui, ma anche i gruppi sociali (si parla di subcultura deviante). Devianza e criminalità non sono sinonimi. Rispetto a quello di criminalità, riferito specificamente a un comportamento che viola la legge, il concetto di devianza è assai più ampio. Nello studio della criminalità e della devianza sono implicate due discipline correlate ma distinte. La criminologia si interessa ai comportamenti sanzionati dal codice penale, o reati. La sociologia della devianza indaga manifestazioni di non conformità che possono esulare dall’ambito del codice penale.

Alcuni tentativi di spiegare la criminalità e la devianza furono di carattere essenzialmente biologico e si concentrarono sulle caratteristiche innate degli individui, intese come cause del comportamento deviante e criminale. Il criminologi italiano Cesare Lombroso riteneva che i tipi criminali potessero essere identificati da certe caratteristiche anatomiche. Egli riconosceva che l’apprendimento sociale poteva influenzare lo sviluppo del comportamento criminale, ma giudicava la maggior parte dei criminali come individui biologicamente degradati o minorati che, non essendosi pienamente sviluppati in quanto esseri umani, tendevano ad agire in modi che non si armonizzavano con la società. Una successiva teoria di stampo biologico ha distinti tre tipi principali di struttura fisica, ritenendo che uno di questi fosse associato alla delinquenza.

Come quelle biologiche, anche le teorie psicologiche della criminalità cercano le spiegazioni della devianza nell’individuo e non nella società. Lo psicologo Eysenck ha suggerito che gli stati mentali anormali sono ereditari e che predispongono un individuo delinquere o comunque complicano il suo processo di socializzazione. Alcuni psicologi hanno ipotizzato che una minoranza di individui sviluppi una personalità psicopatica. Gli psicopatici sono persone chiuse e incapaci di emozione, che agiscono di impulso e raramente avvertono un senso di colpe; a volte traggono piacere dalla violenza fine a se stessa. Le teorie psicologiche sono in grado di spiegare nel migliore di casi soltanto alcuni aspetti della criminalità. Talvolta i criminali possono presentare tratti della personalità diversi da quelli della restante popolazione, ma è molto improbabile che ciò avvenga sempre. Sia l’approccio biologico che quello psicologico al comportamento criminale presumono che la devianza sia un indizio di qualcosa che “non funziona” nell’individuo anziché nella società.

Anomia e devianza: Durkheim e Merton
Il concetto di anomia fu introdotto da Durkheim, il quale suggerì che nelle società moderne valori e norme tradizionali vengono meno senza essere sostituiti da nuovi punti di riferimento normativi. Al concetto di anomia si collega la teoria della devianza. Per Durkheim la devianza è un fatto sociale inevitabile e necessario per la società, in quanto svolge due importanti funzioni:
funzione adattativa  introduce nuove idee nella società (forza innovatrice)
incoraggia la definizione dei confini  può provocare una risposta collettiva capace di raf-forzare la solidarietà di gruppo ed esplicitare le norme sociali

Il concetto di anomia fu ripreso da Merton. Nella sua teoria della tensione riferisce il concetto di anomia alla tensione cui è sottoposto il comportamento individuale quando norme e realtà sociale entrano in conflitto (società americana: le mete culturali entrano in conflitto con i mezzi istituzionalizzati).
Merton individua cinque possibili reazioni alla tensione tra mete culturali e mezzi istituzionalizzati:
* la conformità: accettare sia le mete culturali sia i mezzi istituzionalizzati, indipendentemente dal raggiungimento o meno del successo
* l’innovazione: accettare le mete culturali rifiutando i mezzi istituzionalizzati
* il ritualismo: accettare i mezzi istituzionalizzati sottraendosi alle mete culturali
* la rinuncia: rifiutare sia le mete culturali sia i mezzi istituzionalizzati
* la ribellione: rifiutare sia le mete culturali sia i mezzi istituzionalizzati che sono sostituiti da nuove mete e nuovi mezzi

Spiegazioni sub culturali
Studiosi successivi hanno definito la devianza in riferimento alle subculture di gruppi i quali adotta-no norme che incoraggiano o premiano il comportamento criminale. Cohen afferma che i ragazzi del ceto operaio più povero, frustati nella loro condizione di vita, tendono ad organizzarsi in subculture delinquenziali. Queste subculture rigettano i valori dominanti sostituendoli con l’esaltazione dei gesti di resistenza e di sfida, dalla delinquenza ad altri comportamenti non conformisti.

I sociologi che adottano una prospettiva interazionista concepiscono la devianza come fenomeno socialmente costruito. Esso respingono l’idea che vi siano tipi di condotta intrinsecamente deviante. Gli interazionisti si interrogano sul modo in cui i comportamenti vengono definiti devianti e sul perché certi gruppi e non altri sono etichettati come devianti.

1. La devianza appresa: l’associazione differenziale
In una società che ospita molte subculture diverse, alcuni ambienti sociali tendono a incoraggiare la criminalità, altri no. Gli individui diventano criminali associandosi ad altri che sono portatori di norme criminali.

2. La teoria dell’etichettamento (labelling theory)
I sostenitori di questa teoria interpretano le devianza non come un insieme di caratteristiche relative agli individui o ai gruppi, ma come un processo di interazione tra devianti e non devianti. L’etichettamento è dovuto a coloro che rappresentano le forze della legge e dell’ordine o che sono in grado di imporre agli altri una definizione convenzionale di moralità. Le etichette esprimono pertanto la struttura di potere della società.
Rifacendosi ad elementi del pensiero marxista, l’approccio della nuova criminologia considera la devianza una scelta deliberata e spesso di natura politica. Questo approccio ritiene che gli individui scelgono attiva-mente di adottare un comportamento deviante per reazione alle disuguaglianze del sistema capitalistico. Altri studiosi rifiutano il concetto di leggi “neutrali” applicabili indistintamente a tutti; al contrario essi asse-riscono che, aumentando le disuguaglianze tra classe dominante e classe lavoratrice, la legge diventa, nelle mani dei potenti, uno strumento sempre più importante di mantenimento dell’ordine.

Il nuovo realismo di sinistra
Il nuovo realismo di sinistra riconosce che vi è stato realmente un aumento del numero dei reati e che i motivi di preoccupazione sono fondati. Per i sostenitori di questo approccio, la criminologia deve impegnarsi maggiormente sui problemi concreti del controllo della criminalità e della politica sociale, anziché trattarli in astratto. Il nuovo realismo di sinistra pone l’accento sulle vittime dei reati e sostiene che le indagini sulla vittimizzazione sono in grado di fornire un quadro della criminalità più attendibile di quello offerto dalle statiche ufficiali. Il nuovo realismo di sinistra riprende le riflessioni sullo sviluppo delle subculture criminali nei centri urbani, sostenendo che esse non nascono dalla povertà in quanto tale, ma dalla mancanza di inserimento sociale. Il problema deve essere affrontato con proposte “realistiche” capaci di modificare le procedure del controllo di polizia.

Approccio più pragmatico e concreto
Le teorie del controllo presuppongono che il reato si verifichi in conseguenza di uno squilibrio tra l’impulso all’attività criminosa e il controllo sociale o fisico che ne è il deterrente. Queste teorie si interessano relati-vamente poco alle motivazioni che portano l’individuo a commettere un reato; presuppongono, anzi, che le persone agiscano razionalmente e che, avendone l’opportunità, tutti si comporterebbero in modo deviante. Molti tipi di reato sono il risultato di “decisioni situazionali”: un’opportunità associata a una motivazione. Hirschi, nel suo Causes of Deliquency, individua quattro tipi di vincoli che legano gli individui alla società e promuovono il comportamento rispettoso della legge:
l’attaccamento: vincolo affettivo
l’impegno: vincolo materiale
il coinvolgimento: vincolo temporale
le credenze: vincolo morale

L’approccio di Hirschi suggerisce che i delinquenti sono spesso individui i cui bassi livelli di autocontrollo sono il risultato di una inadeguata socializzazione familiare o scolastica. Per contrastare questo tipo di svi-luppi, negli ultimi anni molte politiche di prevenzione della criminalità si sono concentrate sulla limitazione delle opportunità di commettere reati. Un elemento centrale di tali politiche è la protezione del bersaglio. In questo solco si inserisce anche la strategia della cossi detta tolleranza zero.

Tasso di criminalità:rapporto tra numero di reati commessi e popolazione
La prevenzione situazionale dei reati rappresenta uno degli strumenti più utilizzati per la riduzione della criminalità. Si tratta di tecniche apprezzate da politici e amministratori perché relativamente facili da introdurre e perché rassicurano i cittadini dando l’impressione di una lotta serrata contro la criminalità. Una di-versa strategia di riduzione della criminalità punta sulla ricostruzione del senso di comunità. Secondo “la teoria della finestra rotta” esiste un rapporto diretto tra manifestazioni di degrado e insorgenza della cri-minalità  polizia di comunità
Esistono categorie di reati in cui gli uomini sono prevalentemente aggressori e le donne vittime (violenza domestica, molestie sessuali, abusi sessuali, stupro). A lungo questi reati sono stati ignorati dalla giustizia penale.
È molto difficile accertare con precisione la diffusione dello stupro. Soltanto una piccola parte degli stupri viene denunciata alla polizia e registrata statisticamente. Sono molte le ragioni per cui una donna può scegliere di non denunciare una violenza sessuale (si cerca di dimenticare l’episodio o lo rifiuta). Negli ultimi anni i gruppi femminili hanno insistito sul fatto che esso dovrebbe essere considerato non un reato a sfondo sessuale, ma un attentato all’integrità e alla dignità della persona. La violenza carnale è chiaramente collegata al rapporto che identifica la maschilità con il potere e il dominio.
Le indagini sulla vittimizzazione dimostrano che gli omosessuali subiscono molte molestie e violenze. stigmatizzati ed emarginati in molte società, essi non sono visti come vittime innocenti, ma come persone che si “meritano” le violenze di cui sono oggetto. All’idea che la manifestazione pubblica dell’omosessualità sia una forma di provocazione si ispira la linea difensiva del “panico omofobo”.

Reati dei colletti bianchi: azioni criminose commesse da coloro che appartengono ai settori più bene-stanti della società. La definizione copre molti tipi di reati.

3. Reati aziendali
= reati commessi dalle imprese, in particolare da quelle di grandi dimensioni. Le imprese hanno un’influenza enorme sull’ambiente naturale e sui mercati finanziari. Gli studi sui reati aziendali mostrano che un gran numero di imprese trasgredisce le leggi. Sono stati individuati sei tipi di reati aziendali:
amministrativi
ambientali
finanziari
occupazionali
produttivi
commerciali

Nei reati aziendali gli aspetti violenti sono meno visibili che in crimini come l’omicidio o l’aggressione, ma altrettanto reali e in qualche caso addirittura più gravi. Il mancato rispetto delle norme relative ala produzione di nuovi medicinali, ala sicurezza nei luoghi di lavoro e all’inquinamento ambientale può recare danno a moltissime persone e persino causarne la morte.
La definizione di criminalità organizzata si applica a fenomeno che presentano molte caratteristiche analoghe a quelle delle normali attività d’affari, ma che sono illegali (rientrano anche contrabbando, gioco d’azzardo illegale, traffico di droga e di armi, sfruttamento della prostituzione, furto su grande scala, racket, tratta di immigrati, commercio di organi umani). Spesso queste attività sono condotte con il ricorso alla violenza o alla minaccia della violenza.

I reati informatici
La rivoluzione informatica e delle telecomunicazioni sta cambiando profondamente il volto dell’attività criminale. Benché sia difficile quantificare l’entità dei reati informatici, ovvero degli atti criminosi perpetrati con l’aiuto della tecnologia informatica, è possibile individuarne alcune forme principali:
intercettazione abusiva di comunicazioni
vandalismo e terrorismo elettronici
violazione del diritto d’autore
pornografia e istigazione alla violenza
frodi telematiche
reati connessi al trasferimento elettronico di denaro
riciclaggio elettronico di denaro
associazione a delinquere elettronica

Il principio ispiratore del sistema carcerario è il “recupero” dell’individuo, in modo che possa reinserirsi nella società una volta rimesso in libertà. Le prigioni e le condanne a lunghi periodi detentivi sono considerate anche un importante deterrente del crimine. Hanno però davvero l’effetto previsto di “rieducare” i criminali condannati? La questione è complessa, ma l’evidenza dei fatti sembra suggerire una risposta negativa. In genere, oggi, i detenuti non sono più maltrattati fisicamente, ma subiscono molte privazioni. Spesso vivono in condizioni di sovraffollamento e devono accettare rigorose misure disciplinari.

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