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Il consumismo e la terza età

Negli anni ’50 e ’60 l’intero mondo capitalistico attraversò un periodo di sviluppo senza precedenti.
Tutti quei paesi, che alla fine della II guerra mondiale facevano parte dell’area di influenza degli Stati Uniti, da questo momento iniziarono a imitarli per poter raggiungere la “perfezione” dello stile di vita da essi promosso.
Questo sviluppo fu caratterizzato dalla produzione industriale di beni di consumo, cioè di quei prodotti considerati comunemente non essenziali e in gran parte riservati, fino ad allora, alle sole classi agiate (elettrodomestici, automobili, ecc.).
La notevole espansione dei consumi “superflui” è ormai caratteristica fondamentale delle società avanzate, poiché il mercato apporta un notevole aiuto all’economia del paese; tutto ciò si può considerare come un insieme di variabili dipendenti: l’espansione economica porta al raggiungimento di un migliore livello di vita della popolazione, in particolare delle classi lavoratrici, che spendono i loro guadagni proprio nei beni di consumo. È per questo che il mercato ha sempre nuovi input, tutte le industrie entrano in competizione per trovare nuovi prodotti con cui soddisfare le richieste della popolazione. Come sostiene S. Ricossa in “La rivoluzione dei consumi” del 1988 i beni di consumo, sono beni capaci di soddisfare meglio bisogni o desideri anche se sempre meno di prima necessità, capaci di cambiare senza sosta i nostri costumi di vita, dapprima nei ceti più abbienti, che li sperimentano, quindi in tutta la popolazione, quando la moda si diffonde e si riducono i prezzi di costo e di vendita. Questo continuo cambiamento dei costumi è causato dal fatto che il successo viene misurato dal denaro, l’uomo cerca di rassicurare se stesso e di affermare il suo prestigio sociale attraverso l’esibizione di quanto gli è riuscito di acquistare; questo comportamento è particolarmente evidente tra i teen-agers, i quali considerano inferiore chi non usa vestiti e accessori firmati, e tra i ragazzi più grandi che fanno a gara ad avere l’auto più potente e più costosa.

Il fenomeno dell’esibizionismo è valorizzato dalla pubblicità, anche questa sviluppatasi intorno agli anni ’50. V. Packard in “I persuasori occulti” del 1989 afferma che “Il fascino che esercita sugli americani qualsiasi prodotto che sembri offrire un aumento della potenza personale rappresenta per la pubblicità un prezioso campo di sfruttamento”; in questo caso, Packard, si riferisce unicamente agli americani in base ad una inchiesta psichiatrica effettuata da un’agenzia pubblicitaria, la quale mise in luce che l’acquisto di una macchina nuova rassicura l’acquirente circa la sua virilità, ma in realtà questo fenomeno è proprio di tutte le società consumistiche tra le quali anche l’Italia. Ruolo fondamentale di questo processo deve essere attribuito allo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto alla televisione; la quale, oggi più di allora, può influenzare la vita delle persone giacché entra direttamente in contatto con loro.
Lo sviluppo della produzione di questi determinati beni ha portato a delle conseguenze positive e ad altre negative. Tra gli effetti positivi si trova senza dubbio il progresso economico e tecnologico dei vari paesi e il miglioramento dello stile di vita della popolazione; tra gli effetti negativi l’ascesa dell’industria del falso, soprattutto in Italia, che provoca gravi danni all’intera struttura del mercato. Riguardo a quest’ultimo problema S. Casillo in “Il Mulino” del 1998 sostiene che “Oltre alle attività di controllo, pubbliche e private, il problema principale è di costruire un tessuto di fiducia e credibilità, fra le imprese con una specifica identificazione di qualità e un consumatore ormai maturo”; ciò sarebbe un’ottima soluzione al problema se soprattutto le attività di controllo fossero più efficaci.
Un altro problema è creato dalla possibilità di tramandare valori non proprio positivi ai giovani, fondamentale è rendersi conto che non sempre il successo e il prestigio sociale è da misurare col denaro; in questo caso i mass media hanno una straordinaria influenza, perciò sarebbe opportuno fare attenzione a ciò che viene trasmesso e guardarlo con uno spirito critico.

Psicologia generale e applicata

Il problema del disadattamento senile è alquanto rilevante nel nostro paese, poiché dal 1950 ad oggi la popolazione con più di 60 anni ha avuto, e sta avendo tuttora, un progressivo incremento.
La vecchiaia rappresenta un’età che è caratterizzata generalmente da un notevole disadattamento verso sé stessi, verso gli altri e verso l’ambiente in generale; sono spesso rapporti mutevoli con l’ambiente che contribuiscono a modificare la personalità e ad incidere negativamente: abbassamento della forza muscolare, dell’acutezza visiva ed uditiva, della resistenza alla fatica. È a causa di questo rapporto con l’ambiente se l’anziano vive in uno stato di preoccupazione verso il futuro; il timore di non riuscire a adattarsi ad una situazione nuova si traduce in un comportamento ansioso, il quale rende ancora più difficoltosa la riuscita del soggetto in un determinato compito.
Il disadattamento dell’anziano non deriva tanto dal declino intellettuale quanto piuttosto da fattori emotivi e connessi all’integrazione sociale, quali la cessazione delle attività lavorative e l’esclusione da un ruolo predominante della vita familiare che portano ad uno stato di ansietà e di frustrazione. Molto spesso il trauma della pensione è brusco e trova l’anziano impreparato: da un’attività che impegnava fisicamente e psichicamente gran parte della giornata si piomba in una situazione di riposo, l’anziano ha una quantità di tempo libero a disposizione che non sa come utilizzare perché la società lo ha prevalentemente indirizzato ad un concetto di produttività, o anche non può utilizzare perché mancano la disponibilità economica, le strutture e la mentalità stessa per utilizzare al meglio il tempo libero. È risoluto che la qualità dell’invecchiamento dipende anche dalla classe sociale cui si appartiene, infatti, ha un declino senile più rapido chi ha svolto un lavoro manuale e non ha una situazione economica agiata.

Nel nostro tipo di società uno dei problemi maggiori per l’anziano è quello della solitudine cui è legato la questione dell’alloggio. In seguito all’urbanizzazione e ai cambiamenti della struttura familiare il problema dell’alloggio si è fatto sempre più pressante per gli anziani; questa tendenza all’allontanamento dalle campagne ha modificato la struttura delle famiglie, infatti, ora il numero di anziani che vive coi figli è esiguo rispetto al passato. Questo porta gli anziani ad abitare da soli. Oltre alla solitudine, il problema di molti vecchi che vivono da soli è quello dell’autonomia: essi non sono in grado di provvedere a se stessi fisicamente ed economicamente, perciò necessitano dell’aiuto di altre persone.
Una serie di svariati motivi sociali, familiari e personali possono portare l’anziano alla Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA). Per il vecchio il cambiamento di ambiente è traumatizzante: una persona anziana tende ad avere un suo spazio conosciuto e delimitato, ha le sue abitudini e spesso si adatta a fatica alla promiscuità della casa di cura, alla mancanza dei pochi rapporti sociali che conservava sino a quel momento, al senso di inutilità e di frustrazione che deriva dal suo ricovero. L’ingresso in una RSA è quindi per molti un trauma psicologico grave; comporta un rapido declino psicofisico e termina con una morte anticipata. Oltre alle condizioni carenti che caratterizzano il RSA, il vero trauma che colpisce l’anziano è il brusco trapianto dal suo solito ambiente di vita.
Per evitare che la situazione dell’anziano diventi frustrante, in quanto, con la perdita di potenza biologica e la diminuzione del ruolo sociale, viene intaccato il senso di integrità personale e il concetto di autostima, sono indispensabili degli adattamenti psicologici: una persona deve imparare ad accettare di più il valore della saggezza che quello della bellezza e dell’attrazione fisica o della forza in quanto queste vanno incontro ad un inevitabile declino; gli uomini e le donne devono essere più attenti ai loro partner in termini di personalità individuale piuttosto che di caratteristiche fisiche e sessuali; è necessario che nella mezza età vi sia una certa flessibilità emotiva, cioè che i propri investimenti affettivi vengano spostati da una persona o da una particolare attività su un’altra; per una persona di mezza età è bene restare duttile, flessibile e recettiva a nuove idee, il che dipende in gran parte dalla propria curiosità, dal continuare ad interessarsi agli avvenimenti, dal ricercare stimolazioni di tipo culturale.
Per quanto riguarda l’alloggio sarebbe opportuno sostituire al ricovero l’assistenza domiciliare nell’abitazione in cui l’anziano ha sempre vissuto. Con questo sistema l’anziano non cambia alloggio, mantiene quei legami che aveva con persone, luoghi e ambienti usuali e viene assistito da un assistente sociale che può far per lui la spesa, assisterlo nei compiti domestici più gravosi, seguirlo nelle diverse necessità della vita di ogni giorno.
Un’altra possibilità di assistenza consiste nell’utilizzare alloggi minimi, integrati in una struttura residenziale dotata dei servizi necessari, dove l’anziano, o coppie di anziani, ricevono l’aiuto di assistenti sociali. Il trasferimento in un appartamento minimo, anche se inserito nel centro storico o in normali case di abitazione, può trovare inizialmente un’accoglienza scarsamente entusiasta da parte dell’anziano: si tratta, in effetti, di un’esperienza che può essere vissuta come limitante e di un cambiamento che può sempre rappresentare un certo trauma; in seguito tuttavia l’anziano finisce con l’apprezzare lo scarso impegno che richiede un alloggio di dimensioni ridotte e l’assistenza che gli viene fornita.

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