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Le caratteristiche dell’educazione interculturale

Il modello di educazione interculturale preusppongono l’assunzione di alcuni principi, vere e proprie idee-guida tra loro connesse, in assenza dei quali le riflessioni e le proposte pratiche non possono dar luogo ad un percorso educativo completo.
1. In primo luogo va individuata l’interazione: il campo dell’incontro culturale prevede sempre una trasmissione di contenuti e di modalità d’azione che producono reciprocità. L’ambito interculturale diventa un contesto in cui i soggetti appartenenti a storie differenti trovano un luogo comune, all’interno della quale confrontare i propri percorsi di viaggio. Dopo l’incontro nulla rimane come prima, poiché il contatto ha fornito la consapevolezza della relatività di ogni storia individuale e sociale. Il momento di reciprocità richiede un’azione riflessiva, l’attivazione di un pensiero critico, da cui dipende il modo attraverso cui si interpreta il percorso successivo. L’incontro costruisce infatti una nuova storia, dove le attese per il futuro di ciascuno degli attori educativi fungono da stimolo per immaginare e realizzare spazi interculturali più complessi, che includono la differenza come fonte di ricchezza a cui poter attingere.

2. La seconda idea-guida è quella dell’empatia, che si presenta sulla scena reale dell’incontro. Senza una condivisione emotiva non è infatti possibile avvicinare l’alterità in modo intimo e profondo. Il vissuto empatico contempla il fascino che porta con sé il soggetto altro: il profumo del viaggio che esala dalla sua parola e dai suoi gesti. Ancora una volta questo si pone nel registro della reciprocità, in quanto ogni viaggiatore ha i suoi colori e i suoi odori, che conferiscono spessore affettivo agli incontri. Ciò che serve è il rispetto per l’altro , il fatto che da ogni storia possa sorgere una mediazione per realizzare un nuovo viaggio, basato su una convivialità riflessiva e responsiva.
Luciano Corradini: l’educazione interculturale non consiste solo nell’incontrare fisicamente gli altri, neanche quando sono colti e garbati, in uno splendido scenario storico e naturale frutto di un glorioso passato, se non scattano le molle dell’interesse per la conoscenza, per la comunicazione, per la costruzione di “reti” relazionali. Questo interesse si fonda su una sorta di attesa, di stima pregiudiziale per ciò che gli altri sono e per ciò che rappresentano , in relazione al passato e al futuro, a ciò che sono stati e a ciò che possono essere, anche in virtù dei rapporti che sappiamo costruire con loro.
3. Si giunge così alla terza idea-guida, quella del decentramento del proprio asse personale. Il decentramento vale a maggior ragione quando i diversi atteggiamenti sono il risultato di tradizioni storiche, che per ogni individuo si declinano sul piano familiare e intimo. I valori assumono qui un senso affettivo, difficili da elaborare: considerare i limiti della propria educazione può provocare risentimenti, poiché ad essere messe in discussione sono le figure più importanti di ogni storia personale, coloro da cui si è imparato il modo di comportarsi e di affrontare le situazioni. L’educazione interculturale si pone come un metodo efficace per analizzare l’identità attraverso il racconto degli altri. Si tratta di osservare la relatività dei propri valori, mediante un confronto narrativo teso a superare una “centralità” assoluta, a favore di un confronto aperto che scopre punti di vista molteplici e divergenti.
Corradini: nella scuola questo assume grande importanza quando sollecita a fare recepire e sperimentare all’alunno che una cosa può avere un valore per un altro ma non per se stessi, e viceversa.
4. L’ultima idea-chiave può essere definita con il termine transitività cognitiva: l’incontro con l’altro e con la cultura di cui è portatore provoca una sorta di choc cognitivo, simile a quello provato dagli antropologi durante i loro viaggi etnografici. Si realizza uno spiazzamento non solo da un punto di vista emozionale, ma anche relativo al modo di pensare e comprendere gli eventi ( i modi di rappresentare l’esistenza, considerare le cause dei fenomeni..etc.). cogliere questo significato della divergenza è l’obbiettivo più elevato dell’educazione interculturale, poiché implica il far spazio all’Io dell’altro, accanto al proprio. Ciò permette un allargamento delle prospettive: il valore autentico della transitività cognitiva non presuppone un processo di assimilazione, ma un confronto che permette ad ogni razza di cogliere ciò che è diverso da sé, consentendogli di farlo proprio, ossia trasferirlo all’interno del suo sistema cognitivo, se e quando lo riterrà utile e significativo.
Demetrio e Favaro: la pedagogia interculturale opera per la creazione di identità culturali nuove. La scuola, come luogo di educazione alla mondialità dovrebbe già essere in marcia per la formazione di questa cultura.

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