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Atteggiamenti sociali

Gli atteggiamenti sono stati definiti dagli studiosi del comportamento sociale disposizioni comportamentali acquisite, ovvero residui dell’esperienza passata che guidano, indirizzano o influenzano il comportamento.
La formazione degli atteggiamenti
La formazione degli atteggiamenti deriva da una somma di comportamenti quali l’esperienza personale, l’influenza della famiglia, degli amici, dell’educazione e dei mass media. Questi diversi fattori sono all’origine delle impressioni, opinioni, convinzioni e credenze che concorrono a determinare i nostri atteggiamenti. Le impressioni derivano dall’impatto immediato con le persone e si basano sulla comunicazione non verbale e creano l’orientamento affettivo e le attese che influenzano le successive esperienze. Dopo le impressioni si vengono a formare le valutazioni e le aspettative sulle persone, ovvero gli schemi mentali che utilizziamo per interpretare la realtà e che dovrebbero restare sempre elastici ed aperti alla modifica. Lo psicologo della Gestalt S.Asch ha applicato il modello configurazionale allo studio delle impressioni, sostenendo che quando percepiamo gli altri noi ne abbiamo un’impressione globale, ovvero organizziamo in un insieme i tratti della loro personalità. Egli sperimentò la sua teoria proponendo a due gruppi di studenti (A e B) due elenchi di sette aggettivi, che definivano un’ipotetica persona e differivano soltanto per una parola:

- gruppo A: intelligente, abile, industrioso, caldo, risoluto, pratico, prudente.
- gruppo B: intelligente, abile, industrioso, freddo, risoluto, pratico, prudente.
Chiese ai due gruppi di descrivere come immaginavano la personalità dell’individuo e constatò che entrambi organizzavano i vari tratti in un insieme perfettamente coerente di personalità, ma ne ricavavano impressioni radicalmente diverse. Il gruppo A descrisse una persona nel complesso positiva, felice, soddisfatta e benvoluta; il gruppo B configurò invece una persona negativa, infelice, pessimista, solitaria: una sola parola aveva provocato due impressioni radicalmente diverse sul quadro della personalità globale.
Le opinioni sono modi di vedere, di rappresentare la realtà che l’individuo comincia ad elaborare fin dalla prima infanzia, idee personali e soggettive che egli si forma e che sono relative, poiché possono modificarsi nel libero confronto con le opinioni altrui. Le convinzioni sono opinioni consolidate, fortemente interiorizzate che lasciano poco spazio ai dubbi e ripensamenti.
Le credenze sono convinzioni decise, profondamente radicate, stabili e molto intense che derivano dalle influenze culturali che l’individuo subisce fin dall’infanzia.
Tutte queste costituiscono rappresentazioni collettive della realtà ampiamente condivise che riassumono i principali valori di riferimento di una società in una data epoca storica ed influenzano la sfera psicologica degli individui, orientando i comportamenti e i costumi sociali. Le credenze sono concezioni a carattere morale, religioso, etnico che si propongono come certezze assolute che non possono essere messe in discussione, ma in realtà non hanno un fondamento scientifico; dunque la credenza distorce e falsifica la realtà e va distinta nettamente dal pensiero fondato e critico, che invece deriva dall’elaborazione attiva della realtà vissuta e dal rapporto concreto con il mondo circostante.
La natura degli atteggiamenti
Gli atteggiamenti possono essere positivi, negativi o collocarsi ad un livello intermedio tra i due poli. I primi sono orientati all’attrazione (favore) verso l’oggetto, i secondi alla repulsione (disfavore), i terzi si possono esprimere nella moderazione, nella neutralità o nell’indifferenza.
Gli atteggiamenti hanno tre componenti essenziali:
- cognitiva: costituita dalle opinioni e dalle credenze
- affettiva: relativa ai sentimenti di attrazione, repulsione o indifferenza
- comportamentale: quando si traducono in un’azione in un concreto comportamento.
Lo psicologo sociale W.J.McGuire ha illustrato le quattro funzioni principali che gli atteggiamenti svolgono nella nostra vita:
Economica, in quanto offrono una chiave interpretativa che ci permette di orientarci nella realtà e di ridurne la complessità
Utilitaristica, in quanto favoriscono il raggiungimento degli obbiettivi desiderati facilitando le nostre relazioni sociali
Espressiva, perché danno senso e giustificazione al nostro agire consolidando la nostra autostima
Difensiva perché facilitano le nostre scelte e quindi ci aiutano a superare le insicurezze.
Secondo la teoria valore- aspettativa di J.Azze e M.Fishbein gli atteggiamenti derivanodall’utilità che ci aspettiamo da un determinato comportamento. Gli atteggiamenti però non possono essere osservati direttamente ma solo dedotti dalle reazioni degli individui di fronte a persone, oggetti ed eventi. Per misurarli gli psicologi ricorrono alle scale di atteggiamento ideate da L.Thurstone che analizzano le reazioni verbali (valutative) alla rappresentazione simbolica dell’oggetto di atteggiamento.
I questionari presentano specifiche domande e combinando e valutando le risposte del soggetto, si arriva a graduare il suo atteggiamento in una scala che va dal massimo favore al massimo disfavore. Lo psicologo R.Likert perfezionò le scale di atteggiamento, impiegando specifici questionari che articolano l’argomento in modo indagatore per cui i soggetti rivelano più di quanto si rendano conto e rimangono spesso sorpresi di scoprire in sé atteggiamenti che non sospettavano di possedere. Prendendo a modello il TMA (test per la misurazione dell’autostima) di Likert lo psicologo B.A.Bracken elaborò svariati questionari autodescrittivi che sono stati ampiamente utilizzati nelle scienze della formazione per misurare diversi tratti interiori come curiosità, interesse x lo studio, autostima.
La modificazione degli atteggiamenti
Gli atteggiamenti tendono ad essere elastici e a variare nel tempo; ad esempio un elettore al momento del voto può modificare il suo orientamento politico manifestato tre mesi prima delle elezioni, mentre quasi sicuramente manterrà lo stesso espresso il giorno prima. Gli atteggiamenti più duraturi sono quelli che si fondano sull’esperienza personale, ma anche quelli espressi dagli individui molto sicuri di sé o dotati di una personalità rigida. Quando invece sono meno consolidati, vanno soggetti alla modifica o anche al radicale cambiamento.
La modificazione degli atteggiamenti, quali la comunicazione persuasiva dei messaggi inviati dalle persone o dai mass media e in particolare dalla ripetizione, ovvero dall’esposizione diretta e ripetuta ad uno stesso messaggio: es. il bombardamento televisivo di uno spot pubblicitario. Un altro fattore che cambia le proprie convinzioni è la dissonanza cognitiva, teorizzata da L.Festinger che si verifica quando un comportamento entra in contraddizione con l’atteggiamento corrispondente creando disagio nell’individuo che cercherà di ripristinare una coerenza, modificando o il suo comportamento o il modo di pensare. Inoltre secondo la teoria dello squilibrio di F.Heider noi tendiamo a ricercare un equilibrio, una coerenza tra i nostri vari atteggiamenti e ad evitare quelli che sono in contraddizione tra loro. Anche l’appartenenza ad un gruppo può determinare la variazione degli atteggiamenti; nelle dinamiche di gruppo gli individui tendono ad assumere atteggiamenti comuni per sentirsi partecipi della vita collettiva e rassicurarsi dall’approvazione degli altri. Gli studiosi del campo hanno riscontrato che i refrattari al cambiamento sono proprio quegli atteggiamenti negativi (conformismo, stereotipo, pregiudizio, sottomissione all’autorità…) che si basano sulla rigidità mentale, sulla diffidenza e sui preconcetti.
Il conformismo
Il conformismo è la tendenza, tipica della personalità autoritaria, ad aderire in modo acritico alle idee, ai valori, alle aspirazioni che sono dominanti nel gruppo sociale di riferimento. È un atteggiamento sociale molto diffuso mediante il quale l’individuo tende ad uniformarsi alle opinioni e ai comportamenti della maggioranza, rinunciando ad una valutazione critica e personale della realtà per ottenere l’approvazione degli altri. Questo atteggiamento è più diffuso nei gruppi a conduzione gerarchica e autoritaria. Non sempre il fenomeno della devianza all’interno di un gruppo rappresenta un elemento negativo, se le norme sono rigide e non corrispondono alle esigenze reali dei membri. S.Asch svolse ricerche sul conformismo e sostenne che l’uomo uniforma le proprie risposte a quelle della maggioranza per il timore di sentirsi isolato rispetto agli altri e per la difficoltà a esporre e sostenere fino in fondo le proprie convinzioni personali. In un famoso esperimento egli presentò una serie di linee di lunghezza diversa ad un gruppo in cui il soggetto sperimentale era solo uno e tutti gli altri a sua insaputa collaboravano con lo sperimentatore. Il soggetto doveva pronunciarsi sulla lunghezza delle linee confrontando una linea a con altre b e individuando tra queste ultime quella della stessa lunghezza di a dopo che gli altri avevano dato la stessa risp sbagliata; nel 75% dei casi la risposta del soggetto si adeguava all’opinione della maggioranza, anche se egli era perplesso e non del tutto convinto. Ma non appena uno dei collaboratori dissentiva dalla maggioranza anche se dava la risp sbagliata egli trovava quasi sempre il coraggio di sostenere la propria giusta percezione, non tenendo più conto dell’opinione della maggioranza. Il conformismo è un atteggiamento ampiamente diffuso a livello sociale; a volte è difficile resistere al conformismo in quanto esso agisce a livelli sottili e latenti fin dalle prime fasi dell’esistenza.
Lo stereotipo
Lo stereotipo è la tendenza a classificare le persone in funzione della loro appartenenza a un gruppo, a una classe sociale o sulla base di qualche caratteristica fisica; esso si basa su una semplificazione della realtà e su un’indebita generalizzazione. E’ uno schema interpretativo della realtà rigido e schematico che sostituisce lo sforzo conoscitivo con un’idea precostituita, con un’etichetta: noi abbiamo la tendenza a semplificare la situazione, ad inquadrare rapidamente una persona o un problema, per risparmiare energie mentali ed evitare l’ansia e l’incertezza. Allora ricorriamo agli stereotipi che non hanno riscontro scientifico ad es. “i meridionali sono pigri”.
Gli stereotipi non si fondano sulla personale conoscenza ed esperienza, ma sono frutto della tendenza al conformismo e al condizionamento sociale. Si giudica negativamente un individuo non per le sue specifiche caratteristiche ma solo perché appartiene ad un gruppo socialmente emarginato: non si colgono più le differenze individuali. Si creano così degli schemi mentali semplicistici e riduttivi con cui si interpretano superficialmente realtà ben più complesse; è un vero e proprio circolo vizioso. Questo modo di leggere la realtà tende ad appiattire la diversità e impedisce la conoscenza di ciò che è nuovo e sconosciuto. F.H.Allport sosteneva che essi contengono un fondo di verità cioè derivano dall’osservazione di fatti reali che si ripetono nel tempo; infatti spesso vengono condivisi anche da chi ne è vittima. Un esperimento da lui effettuato dimostrò che individui di diversa nazionalità concordavano nella valutazione delle specifiche caratteristiche nazionali, compresa la propria. Ad es. gli italiani impulsivi, gli ebrei avari, i giapponesi cortesi, gli irlandesi iracondi e i turchi crudeli; per gli italiani l’impulsività era un tratto positivo, per i giapponesi negativo.
Il pregiudizio
Il pregiudizio è un atteggiamento infondato ma radicato a livello culturale, tendenzialmente ostile, rivolto verso un determinato gruppo sociale, etnico, religioso. E’ un insieme di convinzioni e sentimenti aprioristici nei confronti di un individuo o di un gruppo che si basa su stereotipi, ma costruisce un’ideologia più strutturata e pericolosa. Il pregiudizio implica un “giudizio morale” una valutazione dell’altro in termini di buono o cattivo che tende ad eliminare le distinzioni e le sfumature e che viene data a priori senza una conoscenza effettiva. E può facilmente sfociare nell’odio e nella discriminazione più spietata perché si ritiene giusto punire e condannare la diversità che viene identificata con la cattiveria. La storia dimostra che spesso il pregiudizio razziale ha determinato pratiche concrete di discriminazione(ebrei, negri, zingari, immigrati extra- comunitari).
I pregiudizi attecchiscono maggiormente nelle situazioni di incertezza debolezza e frustrazione dell’individuo o del gruppo perché canalizzano all’esterno le proprie ansie e preoccupazioni. Quando le cose vanno male si tende a darne la colpa ad altri e scatta il meccanismo del capro espiatorio; la discriminazione crea un effetto a spirale, rafforzando il pregiudizio stesso in quanto induce in chi ne è vittima un senso di inferiorità, quando egli fa proprio il “falso giudizio” che gli viene rivolto. Nelle diverse culture la divisione dei ruoli, gli stereotipi e il pregiudizio hanno condizionato banche il rapporto fra i sessi esercitando un peso maggiore sulla figura della donna che è stata a lungo discriminata e considerata più debole e inferiore.
Stereotipi e pregiudizi possono venire amplificati dai mezzi di comunicazione di massa, ma è la famiglia ad avere un ruolo predominante nella formazione dei pregiudizi. La strada ideale per allontanarli da sé è una conoscenza più profonda degli altri, i cosiddetti “diversi” legata al rapporto diretto e affettivo; infatti quando individui appartenenti a gruppi etnici diversi si impegnano in un compito comune, si viene a creare un clima di collaborazione e affettività che fa sfumare ogni forma di ostilità legata al pregiudizio. Ma non è sempre possibile quindi diventa fondamentale il ruolo dell’informazione e quello della scuola.
La sottomissione all’autorità
La sottomissione distruttiva all’autorità è un comportamento che si associa al conformismo e alla deresponsabilizzazione, per cui gli individui tendono ad obbedire alle norme prescritte anche quando sono evidentemente ingiuste e lesive, pur di ricevere l’approvazione sociale del gruppo (es. i nazisti che giustificarono le atrocità commesse nei confronti degli ebrei, sostenendo di essersi limitati ad eseguire gli ordini). Un esperimento che fece scalpore fu quello sull’obbedienza coercitiva realizzato da S.Milgram; egli proponeva al soggetto di collaborare ad una prova sull’efficacia della punizione nel processo di apprendimento ; poi gli imponeva di somministrare scariche elettriche sempre più intense ad un allievo ogni volta che questi commetteva un errore. L’allievo mostrava progressivamente manifestazioni di dolore man a mano che aumentava il voltaggio delle scariche elettriche, fino ad urlare contorcersi e svenire; ovviamente simulava, ma il soggetto non lo sapeva.
Milgram rilevò che il 65% degli uomini obbedivano senza ribellarsi, anche se molto turbati, alle imposizioni dello sperimentatore, fino a somministrare la scarica più potente. Egli dimostrò così che la maggioranza delle persone è incapace di ribellarsi persino di fronte ad ordini disumani.

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